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Europa, avanti a piccoli passi  di Giulio Andreotti
(dal mensile “30GIORNI”, giugno 2005) 

 

Che lUnione europea stia attraversando un momento difficile è fuori dubbio. E a renderlo più sottolineato contribuisce la progressiva ampiezza e risonanza delle informazioni che, viceversa, non sono ancora adeguatamente sensibilizzate per dar reciproca conoscenza ai cittadini dei venticinque Paesi membri.
In cima alle constatazioni pessimistiche sono logicamente i risultati negativi dei due referendum (Francia e Olanda) con i quali la maggioranza delle rispettive popolazioni ha respinto la Costituzione europea. Si è voluto sottolineare, con gratuita estensione, che quando i cittadini scelgono direttamente, sarebbero più incisivi rispetto alla mediazione parlamentare. Il che è tutto da dimostrare.
Tuttavia, per rendersi conto della crisi in corso, occorre a mio avviso considerare anche le riserve e persino le contrarietà che esistono nell’ambito dei Paesi favorevoli alla ratifica, non esclusa l’Italia. Mi riferisco non solo al numero – limitato – di voti contrari, ma alle ampie riserve e suggerimenti di revisione nell’ambito dei votanti a favore, compresa l’Italia. Infatti, accanto alle posizioni della Lega Nord e di Rifondazione, vi è stata un’ampia serie di ordini del giorno, non respinti, uno anzi (della maggioranza governativa) accettato dal governo, con l’impegno a rivedere, riconsiderare, confrontarsi di nuovo.
Eppure il testo della Costituzione è stato il frutto di una procedura ampia e persino solenne, fatta di confronti, di consultazioni, di scambi di linee-guida. Sotto la prestigiosa guida del presidente Giscard d’Estaing hanno lavorato nella Convenzione preparatoria rappresentanti autorevoli dei parlamentari e dei governi (anche dei Paesi candidati) con molte qualificazioni personali di grande spicco.
Quid agendum? Non ha certo giovato la coincidenza di dover decidere in questa atmosfera sui problemi urgenti del bilancio comunitario. Abbiamo assistito alla ripresa di polemiche pro e contro la politica agricola dell’Unione, contro la fretta nell’allargamento (in verità in precedenza programmato a scaglioni) e contro il perpetuarsi di quel cosiddetto (e detto male) giusto ritorno al quale la durissima signora Thatcher condizionò l’adesione britannica.
Ma proprio il ricordo della prestigiosa signora mi suggerisce una riflessione. Senza nulla togliere alla gravità di altri momenti difficili lungo il cammino, forse l’origine della crisi sta proprio nel momento in cui – mancando il voto britannico – non poté darsi alla Carta sociale la dignità e il ruolo di atto comune. Si badi. Il Regno Unito non contrastò i contenuti della Carta (sostenendo che su qualche punto erano anche più avanzati della propria legislazione interna), ma ne fece una questione di principio, riservando la socialità nell’ambito degli ordinamenti dei singoli Stati partecipanti. La necessaria unanimità bloccò questo salto di qualità. E si continuò a ricevere i rappresentanti dei sindacati, alla vigilia dei Consigli europei, con una liturgia meramente di facciata.
Va, tuttavia, riconosciuto che quando si è assunto un impegno più marcato e preciso, ne è seguita un’osservanza assai limitata.
Se, ad esempio, a Maastricht, invece che proclamare la politica comune estera e di sicurezza, avessimo sancito la convergenza graduale in questo campo, forse qualche passo avanti lo avremmo fatto. Capisco che far marcia indietro nella Convenzione era difficile.
Ma, vincendo ogni titubanza, nella revisione – che credo indispensabile – del testo costituzionale dobbiamo enunciare linee credibili e di respiro evolutivo, anche a piccoli passi.

È vero. Si è creato un ministro degli Esteri dell’Unione, ma è il ventiseiesimo ministro degli Esteri! È proprio impossibile, magari ratealmente, prevedere alla fine del percorso una sola diplomazia?
Altro punto delicato è quello militare (nell’amaro ricordo del fallimento della Comunità di difesa nel 1954) con l’attuale coesistenza a confini poco netti tra l’Unione e la Nato.
A margine, ma non secondariamente, della difficile congiuntura attuale si è posta anche la brusca posizione esterna presa dalla Francia sul delicatissimo (e complesso) problema del negoziato con la Turchia.
È sempre approssimativo il riferimento al pessimismo e all’ottimismo. Credo però che una pausa di riflessione sia necessaria, senza ammainare bandiere o esasperare gli aspetti critici.
Noi anziani, che avemmo la ventura di partecipare all’entusiasmo degli inizi, fronteggiando contrarietà e scetticismi tanto diffusi, dobbiamo esortare a continuare a credere all’Europa unita. Oggi più che mai.
Un’Europa – quella dei fondatori – che non aveva bisogno di dirsi cristiana perché lo era. Nella profonda aspirazione a salvaguardare la pace e nella convinzione che la pace stessa non esiste senza un fortissimo anelito di giustizia.


 

Semestre lussemburghese: nuovo Patto più vicino
(dal quindicinale “In Europ@” del 24 gennaio 2005)

 

Non ha fatto in tempo a mettere piede al Parlamento europeo per presentare il suo programma di semestre, che il premier lussemburghese  e Presidente di turno dell’Ue Jean-Claude Junker deve fare i conti con la spinosa questione della riforma del Patto di stabilità.

L’Ue si appresta ad attraversare un semestre ricco di incognite: l’interrogativo sull’esito delle ratifiche nazionali del Trattato costituzionale e la definizione delle risorse di bilancio dell’Unione per il periodo 2007-2013, nonché del rilancio del Programma di Lisbona. Parallelamente, il premier del Granducato avrà a che fare con la firma del Trattato con Romania e Bulgaria, membri effettivi a partire dal 2007, e con l’apertura formale delle trattative con la Croazia. Senza poi dimenticare la problematica apertura dei negoziati per l’adesione turca.

Insomma, gli ingredienti ci sarebbero proprio tutti per ritenere che il Presidente Junker possa concentrarsi, da subito, su una gamma articolata di questioni. Così non è, almeno per ora, perché il dibattito sulla riforma del Patto la fa da padrone.

Qualche giorno fa il Presidente di turno dell’Ue aveva messo l’accento sul debito pubblico, senza “sostituire la stabilità con una flessibilità senza confine” e senza “erigere a dogma immutabile il Patto di stabilità così come è oggi”. Insomma, una posizione di compromesso che sembra farsi largo anche in seguito alle delicate trattative di questi giorni in sede Ecofin.

Ma se fin dalla prima ora il governo italiano è stato tra i più strenui sostenitori della golden rule, ovvero della possibilità di sottrarre alcuni investimenti dal calcolo del deficit allargando così il limite del 3 per cento, la Presidenza Ue non ha sposato alcuna ipotesi di scorciatoia sui parametri fissati dal Trattato di Maastricht: “Bisogna intendersi quando si parla di golden rule –precisa il premier lussemburghese- per ora è prevista solo dalla Costituzione tedesca, dove si stabilisce che l’indebitamento annuo non può superare il volume degli investimenti messi a bilancio. Se ne discusse a Maastricht –continua Junker- ma non entrò nel Trattato come non è entrata nella Costituzione. Non si può ora far entrare dalla finestra quello che è uscito dalla porta.”

La radicale opposizione lussemburghese a qualunque ipotesi di golden rule, con il sostegno prezioso di Olanda, Austria e Finlandia, ha fatto capolino anche alla riunione dei Ministri Ecofin, tanto che il Ministro Siniscalco, uno dei più attivi sostenitori della misura di scorporo degli investimenti dal calcolo del deficit, ha ammesso che “l’opzione (della golden rule, ndr) non compare nel documento preparato dall’Ecofin” poiché si è deciso di “non ammettere alla discussione la possibilità di non calcolare alcune categorie di spesa dal calcolo del deficit”. L’Italia, dunque, esce sconfitta dal primo round di trattative. Ma non è l’unica a vedere in parte deluse le proprie aspettative.

Il cancelliere Gerhard Schroeder, nei giorni scorsi, ha ripetutamente parlato della necessità di rivedere, in profondità, alcuni dei parametri che fissano la cornice di azione del Patto. In nome della crescita economica, Berlino ha puntato a proporre una riforma che facesse perno sulla rinazionalizzazione delle politiche macroeconomiche e di bilancio, senza fare mistero di volere giudicare i conti pubblici non più sul parametro del deficit ma sulla capacità dei governi nazionali di rispettare il proprio programma di rientro.

L’intervento di Schroeder ha fatto parlare, poiché irrompe prepotentemente nel dibattito politico proprio in concomitanza con la riunione Ecofin, e raccoglie il pronto sostegno di Parigi e Roma. Un asse Berlino-Parigi-Roma che, tuttavia, non sembra raccogliere ulteriori consensi in ambito europeo e, anzi, si scontra con le resistenze della Presidenza: “va rispettato il Trattato –interviene Junker- perché non si può avere un accordo sul Patto ignorando o tralasciando accordi inclusi nel Trattato.”

Mentre le prime ore di negoziazione sembrano improntate all’ottimismo (“non vi sono posizioni così rigide tali da impedire il raggiungimento di un accordo a marzo” sottolinea il Commissario agli affari monetari ed economici, Jaquin Almunia), Junker vuole un Patto “più stringente nei momenti di crescita economica e più flessibile in quelli di stagnazione. Intendiamo aggiungere elementi di stabilità nella parte preventiva –continua il Presidente di turno- e aggiungere più flessibilità in caso di stagnazione.”

Dello stesso avviso il Ministro delle finanze spagnolo, Pedro Solbes, per il quale “si dovrebbe prestare più attenzione all’andamento del ciclo economico e alla posizione dei singoli paesi.” Insomma, una posizione di compromesso che, per il momento, potrebbe soddisfare alcune delle richieste di Berlino.

Ma attenzione all’incognita rappresentata da un eventuale accordo sullo sforamento del tetto del 3 per cento: cosa accadrebbe se ciò venisse consentito ai paesi con basso debito pubblico? Che l’Italia verrebbe esclusa dai benefici effetti del compromesso. Infatti, dell’asse Berlino-Parigi-Roma solo quest’ultima deve combattere contro una situazione debitoria senza uguali in Europa, mentre gli altri due sono alle prese con il nodo del deficit. C’è il rischio, in sostanza, che gli accordi sulla riforma del Patto finiscano per fare contenti un po’ tutti, lasciando a bocca asciutta soltanto l’Italia. Intanto l’Ue incassa i primi progressi delle trattative: accordo unanime sul rispetto dei Trattati, sulle procedure per deficit eccessivo e sull’esclusione di misure di golden rule. E dunque, come cambia il Patto? “Rafforzamento della stabilità sulla parte preventiva del Patto - incalza Junker - e dopo la riforma saremo molto più severi se l’economia sarà in crescita mentre aumenteremo la flessibilità nei periodi di rallentamento”.

 

La nuova Costituzione Europea
(dal quindicinale “In Europ@” del 30 giugno 2004)

La nuova Costituzione Europea non è una rivoluzione, e non apre la strada a quella che i tabloid britannici già chiamano il ''super stato europeo''. Tuttavia introduce delle novità interessanti che, nel momento in cui la Carta fondamentale sarà davvero ratificata e potrà così entrare in vigore, cambierà il volto dell'Unione Europea.
Partiamo da un punto cruciale: l'Ue diventa ''soggetto giuridico'', che è dunque qualcosa di più di un semplice organismo internazionale. Diventa un'entità a sé, e non più un coacervo di stati, potendo anche firmare trattati internazionali come tale e non solo in rappresentanza degli stati membri.
L'Ue viene inoltre dotata di un Presidente stabile, per due anni e mezzo, ponendo fine alla rotazione semestrale che costringeva leader mondiali a dover incontrare nel giro di 4 anni otto diversi Presidenti dell'Unione Europea. Questo certamente darà una maggiore incisività all'azione internazionale dell'Ue, almeno sul piano rappresentativo, anche se non si può dimenticare il pesante freno costituito dall'obbligo dell'unanimità in politica estera. La rotazione semestrale, per altro, resterà nell'ambito dei consigli settoriali.
Oltre a un Presidente stabile, l'Unione Europea avrà un vero e proprio Ministro degli Esteri. Già il titolo fa capire che è qualcosa di più dell'attuale ''Alto rappresentante per la politica estera e di difesa dell'Ue''. Il Ministro, per altro, sarà anche membro a pieno titolo della Commissione Europea (con la formula del ''doppio cappello''), stabilendo così un rapporto diretto tra l'esecutivo e i governi in questo importante settore. 
Tuttavia, il ministro non avrà vita facile: alla fine la Gran Bretagna è riuscita a imporre una delle sue ''red lines'' essenziali: la norma dell'unanimità proprio in materia di politica estera. Londra ha bloccato una piccola apertura al voto a maggioranza, proposto già dalla presidenza italiana al conclave di Napoli dello scorso novembre: l'idea cioè che si possa votare a maggioranza su semplice proposta del ministro. Nella versione varata dai leader, invece, si specifica che perché si possa votare a maggioranza in materia di politica estera, vi deve essere sì una proposta del ministro, ma questo a sua volta deve prima esser stato incaricato, all'unanimità, dagli stessi governi di prepare la proposta stessa. Un complicato impiccio che in sostanza rende praticamente impossibile un passaggio al voto a maggioranza in questa materia. Esclusa anche un'ipotesi di cooperazione rafforzata (e cioè un gruppo di paesi che decide di andare avanti da soli su un determinato tema) in questo ambito. 
Le cooperazione rafforzate un altro campo sensibile, la cooperazione in materia giudiziaria e penale. Qui sono passati i cosiddetti ''freni d'emergenza'' inventati già al conclave di Napoli. Si vota a maggioranza, ma se alcuni paesi ritengono che vengano toccati interessi vitali, entro quattro mesi possono chiedere una nuova convocazione del Consiglio, che può o trovare un'intesa, o chiedere alla Commissione una nuova proposta (dovrà esser pronta entro un anno). Se il Consiglio continua a non trovare un'intesa, si potrà passare a una cooperazione rafforzata. Resta l'unanimità in altre materie, anzitutto il fisco e alcuni ambiti degli accordi commerciali internazionali.
Cambiano anche i rapporti di forza in seno al Consiglio Ue al momento del voto su una legge comunitaria: senza entrare nel dettaglio del complicato meccanismo, si istituisce un rapporto diretto con la popolazione dei singoli stati membri (si avrà una maggioranza quando a favore sono il 55% degli stati in corrispondenza del 65% della popolazione). Scompare così il poco chiaro e non sempre equo meccanismo del voto ponderato di Nizza. A proposito del voto, numerose materie finora sottoposte alla regola dell'unanimità passano ora alla maggioranza.
Sulla governance economica, si è arrivato a un complicato compromesso anzitutto sui poteri della Commissione in materia di procedura per deficit eccessivo. La bozza di Costituzione preparata dalla Convenzione Europea, irrobustiva i poteri dell'esecutivo: gli assegnava infatti il potere di fare una ''proposta'', anziché, com'è attualmente, una pura ''raccomandazione''. Dietro queste formule freddamente giuridiche si cela una sostanziale differenza la ''raccomandazione'' può essere modificata a maggioranza; la proposta, invece può essere ritoccata solo all'unanimità, rendendo così molto più difficile agli stati rimaneggiare le richieste dell'esecutivo prima di approvarle. Una proposta contro cui hanno mostrato durissima opposizione anzitutto i ''grandi'': Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, più vari altri stati medio-piccoli. Alla fine la presidenza ha irlandese trovato un compromesso: i poteri della Commissione saranno di ''proposta'' quando si tratta di constatare il deficit eccessivo (per il cosiddetto ''early warning''), mentre si resta alla ''raccomandazione'' quando si tratta di chiedere agli stati misure precise.
Cresce il potere del Parlamento Europeo in numerose aree, a cominciare dal bilancio dell'Ue e dalla nomina del nuovo Presidente della Commissione. Nel primo caso, l'Aula di Strasburgo è messa ora alla pari del Consiglio (che rappresenta i governi) e per poter varare il bilancio sarà indispensabile il sì di entrambe le istituzioni. Quanto al Presidente dell'esecutivo, oltre a restare indispensabile l'assenso dell'Europarlamento, i leader, nell'indicare il suo nome, dovranno tener conto dei risultati delle elezioni europee - conferendo così un connotato più politico alla sua nomina.
A prima vista, possono sembrare piccoli passi avanti, ma per chi conosce il ritmo di crescita dell'Unione Europea, con progressi solitamente misurati in millimetri, si tratta davvero di un rinnovamento che potremmo definire storico. Sempre che qualche paese, attraverso un referendum, non decida che l'Ue è andata troppo avanti. Perché, per entrare in vigore, il Trattato costituzionale dovrà essere ratificato da tutti e 25 gli stati membri.

 

Lettera del capo dello Stato al presidente tedesco Rau

Ciampi: «Subito la Carta europea»

«Serve un'Unione europea autorevole e capace di decidere con tempestività. L'unificazione monetaria va integrata»

dal “Corriere della sera”, 16 giugno 2004

Ecco la lettera che il capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi ha inviato qualche giorno fa al collega Johannes Rau, per il suo congedo da presidente della Repubblica Federale di Germania. Oltre a sigillare un’amicizia, la lettera illustra le aspettative europee del presidente Ciampi, che non sono mutate neppure dopo l’ondata euroscettica del voto per Strasburgo di domenica.

Caro Presidente, caro amico, nell'avvicinarsi della scadenza del Suo mandato presidenziale, evoco con soddisfazione il nostro quinquennale impegno per l'avanzamento dell'integrazione europea, cui Ella ha dato un innovativo impulso con lo storico articolo sulla Costituzione europea del novembre 1999. 
Sin dalla mia prima visita in Germania come Presidente della Repubblica Italiana nel 1999 fino alla Sua visita a Roma nel marzo scorso; nell'arco di tutti i nostri incontri, da Davos e Agrigento a Lipsia e Berlino; nonché soprattutto nell'indimenticabile omaggio congiunto reso a Marzabotto alle tante vittime di spietati carnefici, abbiamo sempre operato insieme in profonda condivisione di sentimenti e obiettivi. 
Nel ricordo stimolante di tante riflessioni comuni sulla necessità del Trattato costituzionale per l'avanzamento dell’Europa, ho riletto in questi giorni il testo approvato dalla Convenzione. Esso pone i cittadini al centro della costruzione europea; assicura la governabilità democratica dell'Unione, rafforza ognuna delle tre Istituzioni - Parlamento, Commissione e Consiglio - mantiene l'equilibrio tra esse. 
Questo impianto fondamentale non è andato perso nel testo di Trattato costituzionale, nonostante le modifiche introdotte dalla successiva Conferenza intergovernativa. L'opinione pubblica dell'Europa appena riunificata deve quindi vedere in questo testo un frutto dello sforzo riformatore della Convenzione; le premesse di un’Unione Europea autorevole e capace di decidere con tempestività. 
L'unità è più che mai necessaria; nessun Paese può perseguire autonomamente i propri interessi. Gli avanzamenti compiuti nella sfera economica dimostrano che solo insieme potremo realizzare i nostri obiettivi: ed è in questo campo che l'Unione ha raccolto i migliori successi, perché più incisivi sona stati gli strumenti messi a sua disposizione. 
L'euro, simbolo profondo dell’integrazione europea, viene percepito anche nel resto del mondo come emblema della nostra unità; l'unificazione monetaria va integrata con un coordinamento più stretto ed una maggiore convergenza delle politiche economiche. Anche al di là dei suoi nuovi confini, e nei Balcani in modo particolare, l'Unione Europea è diventata - attraverso la crescente assunzione di responsabilità dirette nel mantenimento della sicurezza - riferimento essenziale per la stabilità dell'area. Questi risultati non possono far dimenticare che le divisioni in Iraq e Medio Oriente hanno impedito all'Unione di dispiegare, sullo scacchiere mediorientale, le potenzialità dì cui pure dispone: l'esperienza secolare di scambi nel Mediterraneo, la conoscenza profonda del mondo islamico, la volontà di salvaguardare la collaborazione con esso. 
La realtà internazionale, le stesse prospettive di un'azione coesa dell'Europa alle Nazioni Unite c'impongono oggi di superare i dissensi e di voltare pagina. Il Trattato costituzionale ce ne offre l'occasione. Dopo due anni e mezzo di negoziato - oltre 1000 giorni di riflessione - è lecito attendersi che venga raggiunto un buon accordo.
Anche la decisione di passare all'elezione a suffragio universale diretto del Parlamento europeo suscitò, nel 1975, vive opposizioni. Se ci fossimo arresi agli ostacoli, avremmo ritardato un essenziale fondamento democratico della costruzione europea; mettemmo invece in chiaro che una minoranza non può bloccare, senza limiti di tempo e di costi, il sentimento profondo della maggioranza. Certo, nessun popolo, nessun Parlamento, nessuno Stato dovrà essere costretto a percorrere una strada che non condivide. Ma nessun popolo, nessun Parlamento, nessuno Stato potrà impedire agli altri di realizzarla. 
Come fino a oggi i Trattati hanno sorretto l'avanzamento della costruzione europea, così per il futuro necessitiamo del solido ancoraggio della Costituzione: essa resta un passo essenziale alla salvaguardia del processo di integrazione. 
Con il fervido auspicio che i nostri due Paesi siano in prima fila nell'approvazione del Trattato costituzionale, con ammirazione per la coerenza morale con cui Ella ha svolto il Suo mandato, con fiducia nella forza degli ideali europei, mi è gradito rinnovarLe sentimenti di sincera amicizia, ed un caloroso augurio di benessere personale che estendo alla gentile Signora Christina anche da parte di mia moglie

Carlo Azeglio Ciampi

Le elezioni europee
nel segno della politica nazionale


Da
“In Europ@”, quindicinale della Rappresentanza in Italia della Commissione europea

Roma, 15 giugno 2004 - Le elezioni europee che la scorsa settimana hanno coinvolto 25 paesi per un totale di 349 milioni di votanti avevano uno scopo del tutto comunitario: scegliere i 732 eurodeputati per Strasburgo. Tuttavia, a dominare le campagne elettorali sono stati temi o del tutto nazionali, o poco attinenti con i reali poteri dell'Europarlamento, che pure nel corso degli anni (e dei Trattati) è andato aumentando il suo peso in seno alle istituzioni europee.
In molti Paesi il voto è stato in effetti l'occasione per lanciare chiari segnali al governo: così in Germania, dove secondo i sondaggi della vigilia il 57% degli elettori dichiarava apertamente di voler votare con la mente rivolta al cancelliere Gerhard Schroeder, o in Polonia dove moltissimi hanno espresso l'intenzione di votare contro il centro-sinistra al governo. Lo stesso si è visto in Italia, in Francia, e in molti altri stati dei nuovi paesi dell'adesione. Colpa, dicono molti analisti, dell'assenza di veri partiti europei con temi europei, solo verdi e comunisti hanno imboccato per ora questa strada. E’ colpa del fatto che molti elettori ancora non hanno chiaro che cosa può fare davvero l'Europarlamento.
Come si diceva, anche i temi non nazionali hanno avuto poco a che fare con i poteri del Parlamento Europeo. Secondo un recente studio, in effetti, le questioni che hanno maggiormente dominato sono stati l'adesione della Turchia, la Costituzione europea, la politica estera e di sicurezza, le questioni sociali ed economiche e, infine, i benefici nazionali derivanti dall'Ue. La questione Turchia è stata importante in Belgio, Germania, Grecia, Francia, Austria, sebbene Strasburgo in materia non avrà un ruolo decisivo. Anche sulla nuova Costituzione Europea, tema particolarmente dibattuto in Belgio, Danimarca, Spagna, Gran Bretagna, Polonia, Slovacchia e Francia, il Parlamento non avrà certo l'ultima parola. A proposito di Costituzione, va notato come ne siano stati sottolineati aspetti diversi, a seconda del paese. Così in Danimarca cruciale è stata la questione degli opt-out, in Francia e Gran Bretagna la questione del referendum, in Polonia e Spagna la questione del voto nel Consiglio Europeo.
Quanto alla politica estera, in molti paesi si è parlato naturalmente di Iraq (altro tema in cui il Parlamento Europeo può fare ben poco). Anche qui conta molto l'aspetto nazionale: in Gran Bretagna, Germania, Spagna e Italia, centrale è apparsa la questione della politica del governo e il rapporto con l'Amministrazione Bush. Vi sono casi del tutto particolari, come Malta, dove si è discusso del ruolo dell'isola come ponte tra Europa e mondo arabo.
Il tema sicurezza, in termini ampi, è risultato importante in Germania, Slovenia, Spagna e Finlandia, in quest'ultima però con particolare riferimento alla neutralità del paese. Importanti anche le tematiche sociali ed economiche. La politica sociale e occupazionale è trattata al livello sia nazionale, sia europeo in Belgio, Francia, Austria, Gran Bretagna, Repubblica Ceca e Slovenia, mentre in termini puramente nazionali in Lussemburgo, Finlandia e Polonia.
Sul piano economico, si è parlato (negativamente) della possibilità dell'armonizzazione fiscale a livello europeo in Lussemburgo e in Slovacchia, mentre i risultati della politica del governo nazionale sono centrali nelle campagne elettorali in Italia e Grecia. Entrambi i temi sono centrali in Germania. Vi è stato poi l’argomento dei benefici nazionali dell'appartenenza all'Ue. Ovviamente la questione è sentita soprattutto, ma non solo, nei paesi che hanno appena aderito all'Unione Europea, in particolare nella Repubblica Ceca, in Estonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Slovenia, alle quali si aggiunge, tra i vecchi membri, la Finlandia. Si è discusso dei benefici dei fondi di coesione nella Repubblica Ceca, in Estonia e in Spagna, mentre, dall'altra parte della ''barricata'', troviamo l'Olanda, contributore netto (cioè versa di più di quanto riceve dalle casse comunitarie) che si interroga sul finanziamento del budget dell'Unione. Altri paesi, come la Slovenia e la Lituania, discutono della propria capacita' amministrativa di assorbire fondi comunitari.
Citiamo, infine un tema a cavallo tra le questioni schiettamente nazionali e quelle europee: l'immigrazione. Se n'è discusso intensamente in tre paesi: Regno Unito, Austria e Malta. Dettaglio curioso, in particolare quest'ultimo paese teme un'ondata di immigrati a basso costo dall'Italia.