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30 novembre - L'Osservatore Romano on line

La solenne Concelebrazione Eucaristica
presso il Santuario di "Meryem Ana Evì"

"Da qui, da Efeso, città benedetta dalla presenza di Maria Santissima - che sappiamo essere amata e venerata anche dai musulmani - eleviamo al Signore una speciale preghiera per la pace tra i popoli". È l'accorata invocazione elevata da Benedetto XVI durante la solenne Concelebrazione Eucaristica presieduta, nella mattina di mercoledì 29 novembre, presso il Santuario di "Meryem Ana Evì" ad Efeso. "Da questo lembo della Penisola anatolica, ponte naturale tra continenti - ha detto il Papa - invochiamo pace e riconciliazione anzitutto per coloro che abitano nella Terra che chiamiamo "santa", e che tale è ritenuta sia dai cristiani, che dagli ebrei e dai musulmani: è la terra di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, destinata ad ospitare un popolo che diventasse benedizione per tutte le genti". "Pace per l'intera umanità! - ha proseguito - Di questa pace universale abbiamo tutti bisogno; di questa pace la Chiesa è chiamata ad essere non solo annunciatrice profetica ma, più ancora, "segno e strumento"". "Proprio in questa prospettiva di universale pacificazione - ha sottolineato - più profondo ed intenso si fa l'anelito verso la piena comunione e concordia fra tutti i cristiani. All'odierna Celebrazione sono presenti fedeli cattolici di diversi Riti, e questo è motivo di gioia e di lode a Dio. Tali Riti, infatti, sono espressione di quella mirabile varietà di cui è adornata la Sposa di Cristo, purché sappiano convergere nell'unità e nella comune testimonianza".


30 novembre - Corriere Canadese

Il Pontefice a Istanbul Minacce da Al Qaeda
Seconda giornata della visita di Benedetto XVI in Turchia. Messa a Efeso e l'incontro con il Patriarca

La seconda giornata di Benedetto XVI in Turchia è stata caratterizzata da un vibrante appello per la pace tra i popoli e la concordia in Terra Santa. Ma contro il Papa l'auto-proclamato "Stato islamico dell'Iraq" ha diramato via Internet una dichiarazione rabbiosa in cui si condannano i suoi sforzi per «dare vita al cosiddetto dialogo tra le civiltà col mondo islamico».
Oggi il Papa ha in programma una visita alla basilica di Santa Sofia (ora museo) e poi, subito dopo, è sua intenzione varcare la soglia della Moschea Blu, la moschea più importante di Istanbul, come gesto di distensione e di considerazione nei confronti del mondo musulmano. Benedetto XVI è arrivato a Istanbul, megalopoli di 11 milioni di abitanti a cavallo tra due continenti, proveniente da Smirne dove in un clima di grande raccoglimento spirituale ha celebrato una messa nel santuario della Casa di Maria. Intimidazioni terroristiche a parte, la visita di Benedetto XVI, col suo ingresso al Fanar, è di fatto entrata nel suo "cuore" pulsante: il reale motivo per il quale è stata intrapresa, infatti, è principalmente ecumenico.
«Mi è di grande gioia essere qui tra voi, fratelli di Cristo», ha detto rivolgendosi al Sacro Sinodo ortodosso. Nella storica sede del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli il Papa è stato accolto con calore, familiarità e uno scrosciante applauso. Fosse stato per lui l'abbraccio col Patriarca Bartolomeo I ci sarebbe stato l'anno scorso, ma essendo mancato l'invito ufficiale da parte del governo, il gesto fraterno sulla scia di Paolo VI e Giovanni Paolo II si è potuto realizzare solo adesso. Oggi, festa solenne di Sant'Andrea apostolo, cattolici e ortodossi celebreranno assieme una solenne liturgia; poi firmeranno un'importante dichiarazione congiunta per rafforzare legami ed impegni a favore di un'Europa rispettosa dell'uomo, a favore della pace e del dialogo con le fedi. Prima di prendere l'aereo della Turkish Airlines per Istanbul, il Pontefice si è fatto protagonista di una "preghiera speciale per la pace" tra le nazioni. Per farla ha scelto un luogo simbolico: il santuario della Casa di Maria di Efeso, meta continua di pellegrinaggi sia per i cristiani che per i musulmani. «Da questo lembo della Penisola Anatolica ponte naturale tra continenti - ha detto durante la messa celebrata davanti alla piccola comunità cattolica - invochiamo pace e riconciliazione per coloro che abitano nella Terra che chiamiamo "santa" e che tale è ritenuta sia dai cristiani che dagli ebrei e dai musulmani». Poi ha ricordato che la regione di Abramo, di Isacco e di Giacobbe è «destinata ad ospitare un popolo che diventi benedizione per tutte le genti».


29 novembre - America Oggi

Tradito dalla politica
Il viaggio del Papa in Turchia e la crisi tra Ue e Ankara
di Jean-Luc Giorda

Politica e religione viaggiano su ben distinti binari. Benedetto XVI se ne deve essere rammaricato, ieri, mentre tutti i suoi sforzi (notevoli) per ingraziarsi i turchi venivano mandati all’aria dalla predominante ostilità dell’Europa politica all’ingresso della Turchia nella Ue.
Al Papa tedesco non si può davvero rimproverare nulla, in questi primi due giorni del delicatissimo viaggio. Ha quasi rinnegato se stesso dichiarandosi, con abile scelta di parole, favorevole all’integrazione della Turchia in Europa; ha lodato la religione musulmana sorvolando sulle differenze per concentrasi sul fatto che “adoriamo lo stesso Dio”; ha condiviso ieri anche il culto di Maria con l’Islam, e non ha mai smesso di parlare di tolleranza, rispetto, dialogo. Ratzinger ha fatto e detto insomma tutto ciò che umanamente gli si poteva chiedere non solo per cancellare definitivamente le polemiche seguite alla sua famosa “lezione di Ratisbona”, ma anche per favorire le mire del governo turco sull’ingresso nell’Unione Europea.
Del resto, forse per la prima volta, un Papa all’estero si trova a rappresentare non tanto e non solo la Chiesa e i cattolici, ma “la comunità internazionale”. Dalla Turchia divisa tra tradizione laica di Ataturk e fondamentalismo montante, il Papa chiede in pratica a tutto l’Islam di scegliere tra il dialogo pacifico con le altre società e religioni, e la via dello scontro, predicata da una minoranza integralista che raccoglie però sempre maggiori simpatie popolari.
È un peccato che proprio mentre Benedetto XVI è impegnato in questa difficile missione diplomatica, la Commissione Europea gli tagli l’erba sotto i piedi chiedendo in sostanza il congelamento dei negoziati di adesione di Ankara alla Ue. “L’Unione Europea non aveva altra scelta”, si è giustificato con il premier turco Erdogan il presidente francese Jacques Chirac.
Vero. La Turchia ha disatteso gli accordi sottoscritti con il “protocollo di Ankara” sulla questione di Cipro, rifiutando di aprire porti e aeroporti alle merci provenienti dalla repubblica greca dell’isola, membro a pieno titolo della Ue. Ma non sarebbe stato più opportuno rendere pubblico questo orientamento della Commissione dopo la conclusione della visita papale? Le scadenze lo consentivano: i ministri degli esteri Ue dovranno pronunciarsi l’11 dicembre, i capi di stato e di governo durante il vertice del 14 e 15 dicembre.
Le coincidenze in diplomazia non esistono. Tutto viene vagliato e considerato. È evidente dunque che la raccomandazione della Commissione di ieri è un colpo battuto dal potente “fronte anti-turco”, in particolare Francia e Germania che hanno subito applaudito alla decisione, per rispondere al “successo mediatico” di Erdogan, che ha trasformato il breve incontro con il Papa in un semaforo verde per l’adesione alla Ue.
Per questo altri paesi hanno subito lanciato segnali opposti: la Gran Bretagna di Tony Blair, l’Italia di Prodi, la Spagna di Zapatero, si spendono per rassicurare Erdogan e al tempo stesso mettere in guardia i partner Ue dal “chiudere la porta” alla Turchia. Un’Europa arroccata, che esclude un grande paese islamico sarebbe un segnale inequivocabile per il mondo musulmano. La dimostrazione che l’accusa alla Ue di essere un “club cristiano” è fondata. Per qualcuno persino una conferma delle farneticazioni di al Qaeda sul senso di “crociata” del viaggio di Benedetto XVI.
Il Papa, suo malgrado, è finito quindi ostaggio della politica, e degli interessi economici e diplomatici che regolano i rapporti tra gli stati. Gli resta la soddisfazione dell’abbraccio con il Patriarca ortodosso Bartolomeo I. Un abbraccio che era, in fondo, la ragione originale e principale del viaggio in Turchia.


29 novembre - La Stampa

La nuova Nato uno scudo contro i terroristi
di Maurizio Molinari

Combattere i terroristi totalitari dalla Spagna all'Indonesia, sostenere le giovani democrazie in Medio Oriente ed aiutare i bielorussi ad abbattere l'ultimo tiranno europeo: è questa la direzione di marcia che il presidente americano George W. Bush indica alla Nato per il XXI secolo parlando di fronte all'Università della Lettonia.

Arrivato a Riga per affrontare un summit condizionato dai dubbi di molti europei sui compiti globali della Nato e sull'aumento dell'impegno militare in Afghanistan, il capo della Casa Bianca affronta le difficoltà prendendo l'iniziativa. Il fine è di far capire a «scettici e pessimisti nel mio Paese ed in Europa» che, a dispetto della sconfitta subita dal suo partito nelle elezioni di Midterm, negli ultimi 24 mesi che gli restano alla Casa Bianca non rinuncerà a promuovere la «rivoluzione democratica globale» enunciata nel gennaio 2005. Da qui un discorso tutto all'offensiva.

Prima definisce l'Afghanistan «la missione più importante della Nato» per via del fatto che vede le truppe dei 26 membri e di 11 partner impegnate a sostegno di una «giovane democrazia» contro gli «estremisti islamici che vogliono imporre il totalitarismo dalla Spagna all'Indonesia». L'Afghanistan è il fronte sul quale l'Alleanza multilaterale nata contro l'Urss combatte i nemici del XXI secolo. La missione iniziata come risposta collettiva all'aggressione lanciata da Al Qaeda all'America 1’11 settembre del 2001 costituisce per Bush la missione che consente di «proteggere i nostri cittadini, difendere le nostre libertà e mandare agli estremisti il messaggio che sarà la libertà a prevalere» oltre a cogliere a Kabul risultati come «il ritorno in patria di 4,6 milioni di profughi, la presenza nelle scuole di due milioni di ragazze e la celebrazione di libere elezioni».

Se la Nato ha consentito nel Novecento di «allargare il cerchio della libertà» all'intera Europa ora la sfida è «affidare al potere della libertà la possibilità di portare la pace ai popoli del Medio Oriente». Da qui l'appello ai leader alleati affinchè non solo «facciano di più in Afghanistan» - togliendo i veti all'impiego di truppe nel Sud -ma si impegnino «a sostegno delle giovani democrazie da Baghdad a Beirut». È un'agenda tutta politica. «La guerra al terrore è più di un conflitto militare, i tratta della lotta ideologica decisiva del XXI secolo» dice il presidente, elencando i luoghi in cui si svolge: «In Libano dove gli assassini Pierre Gemayel vogliono destabilizzare la democrazia; in Siria dove il governo consente agli Hezbollah di armarsi; in Iran dove si arrestano i sindacalisti, si finanzia il terrorismo e si insegue l'atomica; nei Tenitori palestinesi dove gli estremisi tentano di bloccare la visione di due Stati democratici, Israele e Palestina».

È la descrizione di un impegno globale «contro il terrorismo ed a favore delle riforme» che Bush ritiene necessario perseguire assieme a partner non-europei come Australia e Giappone «che condividono i nostri valori e vogliono lavorare per la pace». In tale cornice la presenza delle truppe americane e di altri 18 alleati in Iraq è «un sostegno alla democrazia» soprattutto grazie al ruolo della Nato nell'addestramento delle forze di Baghdad e nella fornitura di mezzi «inclusi 77 carri armati ungheresi T-72».

Oltre a disegnare nel Grande Medio Oriente il nuovo orizzonte della Nato, Bush guarda agli appuntamenti che incombono sul fronte europeo: da un lato esprime sostegno all'adesione di Croazia, Macedonia, Albania, Georgia e anche Ucraina «quando le riforme democratiche saranno completate», e dall'altro c'è l'«appoggio al popolo della Bielorussia» affinchè si liberi dall’ultima ti­rannia» d'Europa. In concreto significa chiedere al primo summit atlantico che si svolge sul territorio dell'ex Urss di portare l'Alleanza lungo tutti i confini russi dal Mar Baltico al Caucaso ed al fine di scongiurare le prevedibili reazioni del Cremlino Bush aggiunge un rassicurante: «Bisogna rafforzare là cooperazione con la Russia».

Nella visione del presidente c'è continuità fra il completamento dell'allargamento ad Est e l'impegno in Medio Oriente: «Ogni nazione della Terra ha diritto alla libertà, dobbiamo condividere il sogno che un giorno non vi saranno più tirannie nel mondo intero».


29 novembre - La Repubblica

L’incognita di Santa Sofia
di Guido Rampoldi

S’inginocchierà, si farà il segno della croce? Profitterà dell'occasione per benedire i mosaici cristiani e le volte grandiose che per un millennio fecero da fondale alle incoronazioni degli imperatori bizantini? Riconsacrerà in segreto ciò che lo Stato turco ha sconsacrato? Il viaggio pontificio è cominciato sotto i migliori auspici ma davanti al Papa resta la tappa più insidiosa, la visita a Santa Sofia.

Così imponente da intimidire perfino Mehmet il Conquistatore, l'ex basilica cristiana, oggi museo, sembra quasi predestinata a dilatare i gesti più insignificanti con la vastità dei suoi vuoti. In quelle penombre sono nate infinite alchimie tra la storia e il sacro, e domani, quando vi entrerà, Benedetto XVI avrà addosso gli sguardi di milioni di rivoluzionari pan-islamici.

Dal Cairo a Teheran quella platea mondiale attende un pretesto anche minimo per attribuire al papa piani di rivincita. Tutti i professionisti del vittimismo islamico griderebbero in coro: la maschera è caduta!, questo non è un uomo di pace ma un crociato!, è il messo d'un Occidente cristiano che non s'è rassegnato alla caduta di Costantinopoli! Perfino nell'europea Turchia non mancano masse disposte a credere che il papa voglia "ristabilire l'impero bizantino", come sostiene non solo il leader storico del fondamentalismo locale, Necmettin Erbakan, ma anche parte del nazionalismo laico, e adesso pure il libro d'un Fallaci turco, 'Il codice europeo', appena pubblicato.

Ma se era prevedibile che la scuola del sospetto trovasse un seguito in un Paese che si sente tradito dall'Occidente, meno scontata è la circospezione della Turchia moderata. Ha stimato Roncalli, ha voluto bene a Wojtyla, ma di Ratzinger ancora non si fida. Ieri ne ha apprezzato le dimostrazioni d'amicizia ma non ha rinunciato a domandarsi perché il papa due mesi fa sottolineasse con vigore quel che divide l'islam dal cristianesimo.

La stampa liberale teme che l'idea d'una diversità islamica sia funzionale ai suoi disegni. Nel calcolo che gli si attribuisce, un'Europa incapace di definire la propria essenza storica non potrebbe arrivare alla (ri)scoperta dell'identità se non per negazione. E cioè finirebbe per scoprirsi cristiana soltanto dopo aver stabilito quel che non è: non è musulmana. Una volta riconosciuta l'alterità dell'islam, quell'Europa fiacca e inconsapevole potrebbe finalmente ritrovarsi per contrasto come civiltà cristiana, fondata sui valori di cui sarebbe custode il clero. Quella civiltà deve essere grossomodo univoca: tanto più diventa necessario al papa riannodare la trama disfatta otto secoli fa dalla divisione tra cattolici e ortodossi.

Questa percezione di Benedetto XVI appare meno ingenua di quella che in Europa lo vuole teologo impolitico, perso nelle nuvole e ignaro che i suoi strumenti (idee, simboli, allegorie) non sono politicamente neutri; ma finisce per rovesciarglisi in un eccesso opposto, nell'immagine d'un Ratzinger tutto politico che gli fa torto. Quale che sia il Ratzinger autentico, se vuole aprire un dialogo autentico con l'islam egli non può limitarsi ad uscire indenne dal percorso ad ostacoli rappresentato dal suo viaggio in Turchia.

Deve convincere della propria sincerità almeno l'islam moderato, ieri però già più incline a credergli. E soprattutto deve congedare lo spettro che lo accompagna da settembre, anche in questo viaggio. Il fantasma di Manuel II Paleologo, terz'ultimo imperatore bizantino, se si può riconoscere tale titolo ad un vassallo del sultano.

Non è rimasta traccia a Istanbul di quel re infelice che governò i resti dell'impero, cioè non molto più di Costantinopoli, dal 1391 al 1425; cercò invano aiuti e solidarietà in Europa; per salvare trono e sudditi mise il proprio braccio al servizio degli ottomani; e infine, ormai rassegnato alla sconfitta bizantina, si fece monaco e morì in un convento. Per alcuni versi somigliava a Ratzinger. Era un uomo di grande cultura, perspicace, versato nella scrittura. Come Ratzinger prese i voti, sia pure sul finire della propria vita. Anch'egli un papa (in quanto basileus, o re bizantino, era capo della cristianità ortodossa), e un papa ansioso di riunificare la cristianità, quantomeno per una necessità strategica, fare fronte comune contro gli invasori musulmani.

Dell'islam Manuel II aveva un'opinione pessima, coerente con la propria esperienza. Costretto a frequentare la corte del sultano, ne conosceva bene lo spirito guerriero, la crudeltà capricciosa, l'assolutismo indifferente alla razionalità della Legge. Comprensibile che abbia scritto in una lettera: "Mostrami quel che Maometto ha portato di nuovo e troverai solo cose malvagie e inumane, come il comandamento di diffondere con la spada la fede che egli predicava".

E' il passaggio che il papa ha citato nel discorso di Ratisbona lo scorso settembre. Ne sono seguite un uragano di proteste islamiche, quindi le precisazione di Benedetto XVI: non intendevo far mio quel giudizio. Ma quale che sia il giudizio del papa sull'islam, Ratzinger e Manuel sembrano condividere la convinzione che ciascuna religione sia in sostanza un nucleo di idee immutabili, sotto qualsiasi cielo e in qualsiasi epoca. Il cristianesimo sarebbe questo, l'islam quest'altro, nei secoli dei secoli e ovunque.

Ma se domani per incanto Manuel, il suo patriarca e la sua corte riapparissero nel buio di Aya Sofya per rispondere alle domande dei giornalisti, non pochi rifiuterebbero l'idea che cattolici e ortodossi appartengano alla stessa civiltà. Ai loro occhi i cattolici, da essi conosciuti come i Latini, non apparivano affatto fratelli nella fede, ma mortali nemici. Barbari. Più feroci dei musulmani.

Quando le astute manovre del doge Enrico Dandolo trasformarono la quarta crociata in una spedizione punitiva contro l'impero bizantino da cui quest'ultimo mai più si rimise, un testimone del sacco di Costantinopoli, cominciato il 13 aprile 1204 e durato tre giorni spaventosi, scrisse: "Perfino i saraceni sembrano gentili e misericordiosi" in confronto alla bestialità di questi guerrieri cattolici. È vero che in precedenza in bizantini avevano massacrato Latini a Costantinopoli. Ma nei due secoli successivi quasi ogni flotta o esercito Latino cercò un regno o un bottino nelle terre di Bisanzio. Di quello scontro inter-cristiano sporco e duro, in cui nessuna parte esitò ad allearsi con il Sultano, è rimasta memoria nelle lingue colte della Slavia ortodossa, dove latino sta per infido, falso, e nel rancore forsennato con cui parte del clero ortodosso, soprattutto greco e russo, guarda al papa dei cattolici.

Ratzinger conosce questo passato e certo non ignora la storia triste dell'imperatore che ha evocato, Manuel II. Si direbbe anzi che l'abbia chiamato in scena, alla vigilia d'un viaggio in Turchia che ha per scopo principale il dialogo non con i musulmani ma con i cristiano-ortodossi, proprio per segnalare a questi ultimi l'urgenza di superare le antiche divisioni. Manuel tentò affannosamente di costruire un'alleanza strategica con i Latini.

Fallì, e il suo fiasco consegnò definitivamente i resti dell'impero al sultano. Ora non pochi teologi cattolici sono convinti che l'Europa sia di nuovo minacciata da un'invasione islamica. Scrive il più influente di loro, padre R. J. Neuhaus: "Attraverso il terrorismo e l'immigrazione di musulmani in Europa, gli jihadisti stanno premendo per ribaltare l'esito militare del 1683", l'anno in cui le armate ottomane cinsero d'assedio Vienna ma furono respinti. "Questo è il contesto - prosegue Neuhaus - in cui Benedetto XVI a Ratisbona ha cercato di allargare il discorso.

(Lì) ha riconosciuto che nel comprendere la relazione tra fede e coercizione i cristiani hanno avuto qualche volta problemi, e ha suggerito che i musulmani tuttora ne hanno".

Se il papa condivide queste tesi certo non può proclamarlo. Però la visita ad Aya Sofia potrebbe suggerirgli alcune riflessioni sulla questione sollevata a Ratisbona, il rapporto tra islam e violenza. Su quelle pareti altissime vedrà meravigliosi mosaici che prima l'impero bizantino, poi l'impero ottomano, sottrassero agli scalpelli dei movimenti iconoclasti. Questi ultimi volevano distruggere le immagini sacre perché espressamente proibite dalle Scritture (Esodo 20: 4; Corano, sura 16). Per opporsi, i teologi imperiali interpretarono diversamente quei testi. In qualche modo relativizzarono la Parola. La Chiesa cattolica s'è liberata della terribile violenza di cui fu capace anche distinguendo, nei testi sacri, il senso profondo dal senso letterale.

Alcuni settori della teologia islamica si muovono in quella direzione; i più audaci, ancorché minuscoli, contestualizzano la predicazione di Maometto e distinguono quel che appartiene al profeta, ed è immutabile, da quel che non lo è perché appartiene al condottiero, al politico, insomma alla storia. Ma se questo è vero allora il relativismo non è soltanto, come afferma la Chiesa, il male che corrode l'Occidente, ma in una misura saggia anche l'antidoto alla violenza illimitata che alligna dentro il sacro: dentro qualsiasi assoluto, non solo nell'islam.

Finché questo non sarà riconosciuto, ciascuna fede continuerà a vedere la violenza come problema altrui. E sarà inevitabile che gli uni scambino un vecchio papa per un restauratore dell'impero bizantino e gli altri gli immigranti musulmani per vendicatori dello scacco ottomano nell'assedio di Vienna. Ma per vedere tutto questo nella penombra di Santa Sofia, o nel buio dei secoli, forse servirebbe meno teologia e più compassione.


29 novembre - Il Giornale

Le contraddizioni non risolte della Turchia
di Marcello Foa

Ci sono Paesi che sanno risolvere le proprie contraddizioni, che nell'alternanza di momenti gloriosi e di episodi drammatici sanno costruirsi un'identità. La Turchia non è tra questi. Bussa alle porte dell'Unione Europea ma non sa chiarire a se stessa, e al mondo, se è occidentale o orientale, laica o religiosa, moderna o socialmente arretrata. Ovunque la si guardi emerge questo dilemma.

Un’eredità contestata
Quali sono le radici della Turchia moderna? In teoria la risposta è netta: nella Repubblica secolare e nazionalista fondata negli anni Venti da Atatürk, che ancora oggi viene venerato dal popolo e dalle istituzioni. Qualunque ufficio pubblico espone le sue gigantografie. Ma negli ultimi vent'anni un numero sempre più ampio di turchi ha riscoperto la propria identità islamica e, con essa, l'impero ottomano, i cui fasti vengono rimpianti e, spesso, mitizzati.

L'incognita dei valori
Questa doppia identità si riflette nella vita politica. La Turchia oggi è un Paese musulmano, ma rigorosamente laico, che separa nettamente Stato e Chiesa, e che coltiva sentimenti ultrapatriottici. I turchi si riposano, come noi, la domenica e non il venerdì. Eppure oggi sono governati dal partito Giustizia e progresso, dichiaratamente musulmano. Non ha nulla in comune con i fondamentalisti, ma ha promosso un processo di islamizzazione strisciante, per esempio deplorando il consumo di bevande alcoliche nei locali pubblici e incoraggiando l'uso del velo da parte delle donne.

Quale politica economica?
Il musulmano Erdogan non è certo nemico dell'economia di mercato: in quattro anni ha accelerato il processo di liberalizzazione sotto l'impulso della Ue e del Fondo monetario internazionale. E i risultati si sono visti: l'economia cresce al ritmo del 7-8% all'anno e si sono moltiplicati gli investimenti dall'estero, tra cui quelli dell'Italia, che vanta un saldo commerciale positivo di due miliardi di dollari. Ma nel contempo il premier impone norme di chiara ispirazione coranica che lo inducono a penalizzare la fiorente industria vinicola locale e, soprattutto, a sostenere l'Islamic development bank e altri fondi che rispettano sì i precetti islamici, ma che fanno capo all'Arabia Saudita, dove, in caso di controversia legale, vale la shaaria.

Democrazia con le stellette
La Turchia è un Paese libero, con una peculiarità: è sotto la tutela dell'esercito, garante supremo della Costituzione e, soprattutto, della secolarità. Ogni volta che forze estremiste - di sinistra o islamiche - si sono avvicinate al potere, i generali sono intervenuti. Ancor oggi vegliano di fatto sul sistema politico. La Ue ritiene che la loro influenza sia incompatibile con le consuetudini europee, ma sono in molti a pensare che senza la garanzia dei militari la Turchia scivolerebbe rapidamente verso l'Islam più retrivo.

Paese libero (più o meno)
In Turchia esiste la libertà di stampa, purché non si violi l'articolo 301 del codice penale, che vieta qualunque offesa all'identità nazionale. E siccome il concetto è piuttosto ampio, diversi giornalisti vengono denunciati per reati d'opinione. In passato molti di loro finivano in galera, ora, grazie alle pressioni della Ue, spesso vengono prosciolti; ma l'abrogazione della norma non è all'ordine del giorno. Anche il rispetto delle libertà civili è dubbio: fino a qualche anno fa l'esercito si è reso protagonista di violenze ingiustificate e repressioni arbitrarie. Di recente gli abusi sono diminuiti, ma non sono cessati.

Attenti alle minoranze
La Costituzione sancisce il rispetto delle minoranze, anche religiose, ma, come è tipico dei Paesi nazionalisti, alcune sono meno fortunate di altre. I turchi, per esempio, non riconoscono le loro responsabilità nel genocidio degli armeni, e nemmeno che esista una questione curda, sebbene questa etnia rappresenti circa il 20% della popolazione.

Una società patriarcale
Nelle grandi città le ragazze si vestono all'occidentale e seguono uno stile di vita simile al nostro, sebbene poche riescano a raggiungere posti di responsabilità; ma nelle campagne la maggior parte indossa il velo ed è scarsamente istruita. La legge tutela la donna, eppure permangono consuetudini medievali. Una donna su tre viene picchiata o stuprata dal marito. Dal 2001, 500 donne sono state uccise da propri familiari, nonostante il delitto d'onore sia stato bandito.

Europa, pro o contro
Perché la Turchia dovrebbe entrare in Europa? Essenzialmente per ragioni demografiche (è un Paese giovane in un continente che invecchia), per motivi legati alla sicurezza strategica e agli approvvigionamenti energetici. Ma chi è contrario sostiene che questo Paese non è europeo bensì asiatico, e che le sue radici sono musulmane e pertanto diverse dalle nostre, prevalentemente cristiane. Sarebbe insomma un corpo estraneo, da aggregare con accordi privilegiati ma non da inglobare.


29 novembre - Il Sole 24 Ore

Benedetto XVI sposta i confini dell' Europa
di Silvio Fagiolo

II viaggio di Benedetto XVI sulle rive del Bosforo si pre­sta a una duplice lettura, l'una in chiave europea, l'altra che riguarda l'Occidente tutto intero. Un inizio della missione cauto e sorvegliato, inevitabilmente freddo nelle forme, non certo accompagnato da folle festanti; ma nemmeno da massicce manifestazioni ostili, come pure si era temuto. E tuttavia l'atmosfera dei colloqui, a cominciare da quello con il premier, sembra stemperarsi verso un dialogo sereno e di enorme significato, per l'Europa e per il mondo. Erdogan, incontrando il Pontefice nonostante le esitazioni iniziali, ha voluto mandare un messaggio all'Unione Europea, per riaffermare la persistente legittimità della vocazione comunitaria del suo Paese. Ma un messaggio lo ha anche riservato a quella parte estrema della propria opinione pubblica che pretenderebbe di imporre al Governo di Ankara una linea di politica estera basata sul fondamentalismo e sull'intolleranza.

La prima, più immediata riflessione, investe il limes della costruzione europea. La missione avviene nel momento in cui l'avvicinamento di Ankara a Bruxelles subisce una battuta d'arresto. Le opinioni pubbliche europee sono ostili al Governo di Ankara, non bisogna nasconderselo. Inquietano della Turchia la democratizzazione imperfetta, l'arretratezza economica, pur se accompagnata da eccezionali ritmi di crescita, confini poco rassicuranti, la demografia esplosiva. È vero che le istituzioni democratiche in Turchia si reggono sulle gerarchie militari e rischiano di cambiare connotati una volta che le si affidi al potere civile basato sul voto popolare. Ma è anche vero che della modernizzazione attraverso l'adesione all'Europa si fa carico per la prima volta un partito con radici di massa, il partito di Erdogan. Del resto mai negoziati comunitari di allargamento furono accompagnati da tante garanzie. E resta comunque l'ostacolo più insidioso: l'eventuale scelta di al­cuni Governi europei di consultare le proprie opinioni pubbliche prima di consentire l'accesso al nuovo partner.

In questo quadro incerto, la visita del Pontefice assume un forte carattere simbolico, sposta oltre l’Ellesponto i confini dell'Unione Europea. Ci ricorda che l'Europa si può costruire anche oltre lo spazio classico della civiltà europea. Anche in questo Benedetto XVI può veramente considerarsi il con­tinuatore del suo predecessore. Tanto più che alcuni dei fautori dell'esclusione della Turchia dal concerto europeo fanno leva, surrettiziamente o esplicitamente, sul carattere cristiano della costruzione comunitaria per escludere da essa un grande Paese islamico. Possiamo qui misurare, e crediamo che il Governo turco, pur se con ritardo, se ne sia reso conto, il peso immateriale, eppure straordinario, agli occhi europei, delle immagini che vengono da Ankara. Si può sperare che i governanti dell'Unione a loro volta ne traggano l'impulso a riprendere il cammino della trasformazio­ne dell'Unione da mercato a soggetto politico.

Ma il viaggio del Papa va oltre la dimensione europea per coinvolgere l'intero Occidente in quel dialogo fra le culture e le religioni che appare oggi più che mai una delle chiavi di volta di pacifiche relazioni internazionali. Qui il terreno è più insidioso, dopo le reazioni al discorso del pontefice a Ratisbona. Ma la circostanza che egli abbia voluto incontrare a viso aperto le massime autorità religiose, tenendo ferma con coraggio la visita nonostante le molte incognite e minacce, non può non aprire una breccia in molti spiriti avversi.

Come per le forme dell'Europa, anche per il confronto fra le civiltà la tempistica del viaggio si conferma straordinaria, in una fase nella quale in Medio Oriente la politica occidentale stenta a uscire dallo smarrimento conseguente alla guerra irachena e spinte destabilizzanti sono tentate di prenderne il posto sui due lati della barricata. Gli islamici nutrono due grandi paure: la prima è che possano essere esclusi dal processo di modernizzazione. La seconda è che l'integrazione nel processo di mondializzazione avvenga a scapito dell'identità, che è in primo luogo un'identità religiosa. D'altra parte la polarizzazione fra laicità e religione può essere vista dai musulmani come la continuazione di quell'Europa imperiale che manipola le sue invenzioni, compresi l'illuminismo, il razionalismo e la democrazia, per dominare il mondo non europeo. Mentre il Pontefice proprio a quella religione è venuto a rendere omaggio e riconoscimento. La sua sofferta intellettualità, la sua stessa fragilità fisica ne fanno l'immagine di una cultura europea secondo la quale, come dice George Steiner, è proprio la vulnerabilità della condizione umana che rende il dialogo indispensabile.


29 novembre - Il Messaggero

L’incontro tra due mondi, uno grande occasione
di Francesco Paolo Casavola

Il viaggio di Benedetto XVI in Turchia aveva per scopo l’incontro con Bartolomeo I, patriarca ecumenico della Chiesa ortodossa di Costantinopoli, come rinnovazione di quello memorabile del dicembre 1965 tra Paolo VI e il patriarca Atenagora, che determinò la cancellazione delle sentenze di scomunica delle due Chiese romana e orientale da cui aveva avuto origine lo scisma del 1054. Invece la reazione del mondo islamico al discorso, pronunziato dal Papa nell’Università di Ratisbona, sulla fede di Maometto imposta con la spada, come appariva all’imperatore bizantino Michele Paleologo, ha complicato il contesto dei significati del viaggio. Proviamo a dare ordine all’intreccio di profili religiosi e politici. I primi, se visti dalle due parti cristiane dei cattolici e degli ortodossi, si collocano nel quadro del dialogo ecumenico, interno alle confessioni cristiane, tendente a superare almeno le ragioni teologiche, se non quelle liturgiche e disciplinari, delle loro separazioni.

Ma in un paese in cui domina la fede musulmana e nell’immaginario collettivo la figura del Papa di Roma è interpretata come quella di un antagonista dell’Islam, il dialogo non è più soltanto ecumenico, assume necessariamente le forme di quello interreligioso, cioè tra religioni mondiali diverse. E l’opinione pubblica turca non sembra in questo momento disposta al dialogo tra cristianesimo e islamismo, a giudicare da atti ostili o di singoli o di folla indirizzati a scoraggiare il Papa dall’intraprendere il viaggio. Bene ha deciso Benedetto XVI a non deflettere dal suo proposito e a raggiungere quella nazione per una missione ch’egli ha definito pastorale, in un orizzonte oggi irrifiutabile di convivenza di culture e religioni molteplici e diverse.

A questo punto sorgono le questioni politiche. Il premier turco Erdogan, che sembrava voler eludere un incontro con il Papa, impeditone da altri impegni, trova il modo di salutarlo al suo arrivo in aeroporto, in qualche modo sfidando il radicalismo fondamentalista di parte della popolazione. E’ evidente che Erdogan sulla strada dell’adesione all’Unione europea non vuole frapposto anche l’ostacolo di una cattiva accoglienza al Capo della Chiesa di Roma. Il Papato è un simbolo storico dell’Occidente e dell’Europa. Ma certo questo gesto, pure inevitabile, non solo non è sufficiente di per sé solo alla causa europeista. Anzi paradossalmente la presenza del Papa in Turchia mette allo scoperto la inesistenza di fatto della libertà religiosa, quale è costituzionalmente tutelata nelle nazioni europee e nell’Unione. I cattolici, su settanta milioni di abitanti, si sono ridotti a poco più che tre decine di migliaia.

Ma, secondo paradosso, la risorsa per la libertà religiosa è anche qui la laicità dello Stato. La Repubblica turca, come la volle sulle rovine dell’Impero ottomano, all’indomani della fine del primo conflitto mondiale, Kemal Ataturk, è uno Stato non islamico. Gli strumenti costituzionali perché la Turchia ospiti il colloquio tra religioni, in vista delle mete comuni della giustizia, della pace, dell’equilibrio delle risorse e dell’ambiente, esistono. E’ probabile che il Gran Muftì, responsabile degli affari religiosi, abbia toccato questi temi nel colloquio con il Papa. Del resto Benedetto XVI, visitando il mausoleo di Ataturk, in un clima di intransigenza non avrebbe mai potuto ricordare e condividere il messaggio del Padre della Repubblica turca: la pace in patria, la pace nel mondo. Ci auguriamo che in questo segnale si possa leggere un avvicinamento decisivo per un ruolo positivo della Turchia tra l’Europa e l’Asia.


29 novembre - La Stampa

Ankara crocevia di dialogo
di Enzo Bianchi

La visita del successore dell'apostolo Pietro al successore dell'apostolo Andrea, suo fratello, è innanzitutto un incontro fraterno tra cristiani d’Occidente e d'Oriente, ma si è via via caricato di significati sempre più ampi e complessi. In quella terra le problematiche legate al confronto tra Cristianesimo e Islam hanno preso il sopravvento sull’aspetto più propriamente ecumenico, cioè intra-cristiano, dell’incontro tra il papa Benedetto XVI e il patriarca ecumenico Bartholomeos I.

Quelle problematiche sono: il fatto che il patriarca ecumenico risieda in Turchia, un Paese laico a maggioranza musulmana avviatosi a entrare nell’Unione europea, la presenza in quella nazione di movimenti integralisti di varia matrice che mettono in discussione la laicità delle istituzioni e contestano l’adesione a un’entità politico-economica che considerano occidentale e cristiana, la difficile situazione delle esigue minoranze cristiane.

È un altro sintomo della complessità socio-culturale nella quale ci troviamo a vivere e che incalza la nostra capacità di elaborare nuovi approcci mentali e i comportamenti che ne conseguono. È anche un segno ulteriore del fatto che i due monoteismi animati da un afflato universalistico - il Cristianesimo e l’Islam - sono le religioni che maggiormente devono misurarsi con l’inevitabilità del confronto e che, di conseguenza, sono quasi quotidianamente chiamate ad assumere opzioni che lo incanalino nel solco del dialogo e della convivenza e non lo lascino degenerare nel conflitto. Sono anche due mondi religiosi e culturali ricchi di principi, di tradizioni e di realizzazioni storiche di portata tale da consentire loro di non cedere al nuovo assolutismo del mercato e della tecnica e di resistere di fronte allo spirito dominante che vuole che ogni cosa abbia un prezzo ma nessun valore. Non solo, ma i legami che sanno suscitare e mantenere tra generazioni di credenti e all’interno di ogni singola generazione riescono sovente a custodire il tesoro prezioso del sentirsi e dell'essere «comunità», animata da un medesimo spirito e tesa a una comunione nella diversità. E questo, in una stagione in cui la globalizzazione dei problemi e delle soluzioni fa esplodere i confini troppo rigidi degli Stati e rischia di far ripiegare in un tribalismo identitario quanti si sentono smarriti per le dimensioni planetarie delle sfide che si presentano all’umanità. Il dialogo fra Cristianesimo e Islam, dunque, è questione che non riguarda solo l’insieme dei fedeli delle due religioni, ma la stessa convivenza civile mondiale, anche perché ciascuna di loro non è minimamente riducibile all’orizzonte geo-culturale con cui la si vorrebbe identificare: l’Occidente per il Cristianesimo e il mondo arabo per l'Islam. Ora, quanti preconizzano, auspicano o addirittura propugnano lo «scontro di civiltà» commettono il tragico errore di rinchiudere se stessi e gli «avversari» in una caricatura riduttiva delle grandi tensioni spirituali che animano milioni di credenti, appiattendoli su concrete, limitate e sovente difettose realizzazioni storiche: il Cristianesimo è ben di più di quello che è stato per secoli e che fatica ancora a essere «l’Occidente cristiano», così come l'Islam non è riducibile ad alcune società arabe, neanche considerandole nel periodo del loro massimo splendore.

In questo contesto capiamo meglio l’importanza del viaggio del Papa in Turchia, Paese che è chiaro esempio di come i rigidi schemi evocati prima non funzionino per spiegare la complessità del nostro mondo: Stato fortemente laico fin dalla sua fondazione dopo la caduta dell’Impero ottomano, abitato da una maggioranza di musulmani che non sono arabi, strategicamente ed economicamente più propenso a guardare verso l’Europa che non verso l’Asia, culla storica del cristianesimo nascente prima e dell’ortodossia bizantina poi. E’ uno di quei luoghi «faglia» in cui minime spaccature possono scatenare scosse telluriche, in cui frizioni di lieve entità surriscaldano pericolosamente le placche tettoniche, ma dove è anche più agevole gettare ponti, scambiare merci e modi di pensare, confrontare stili di vita e principi ispiratori. Proprio lì Benedetto XVI avrà la possibilità di riaffermare di fronte a interlocutori cristiani di altre confessioni, credenti musulmani e laici di diversi orientamenti quanto il magistero pontificio degli ultimi quarant’anni non si è stancato di ripetere: una convivenza nella pace e nel dialogo è possibile perché non vi può essere «nessuna violenza nel nome di Dio» e «la fede in Dio, Creatore dell’universo e Padre di tutti, non può non promuovere tra gli uomini relazioni di universale fraternità». Se l’Islam, come ricordava il Concilio Vaticano II, ha portato «un ripudio di molti idoli, per la fede e la conoscenza del Dio unico e vivente» e un messaggio che vuole «per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà», allora un futuro diverso è possibile, allora possiamo sperare contro ogni speranza che il confronto cui sono chiamate le nostre società sarà sì faticoso, ma foriero di un fecondo intrecciarsi di sapienze antiche e nuove, di inedite vie di autentica umanizzazione.


29 novembre - Il Riformista

I gemelli Kaczynski puniti dal voto perdono Varsavia
di Francesco Borgonovo

Una bella bacchettata sulle dita. I gemelli Kaczynski, i reucci della Polonia di questi anni, hanno perso quella che la stampa europea ha ribattezzato la battaglia di Varsavia. Sono stati sconfitti alle elezioni amministrative della capitale, una battaglia non persa in partenza, su cui avevano puntato per dare qualche pennellata di smalto nuovo alla propria immagine negli ultimi tempi un poco appannata. Dopo aver litigato con l'Unione Europea, con i governi vicini, con la Russia, con la sinistra del proprio Paese e pure con il leader storico degli operai polacchi Lech Walesa, già loro mentore negli anni che furono, i due gemelli hanno smarrito per il sentiero quel consenso compatto che dava loro la forza per dichiarazioni scomode, per politiche che facevano storcere il naso alla comunità internazionale e che hanno suscitato spesso e volentieri reazioni indignate da parte dei commentatori. Stavolta però il cuore pulsante del Paese, Varsavia, è perduta.

Il candidato sbagliato. A difesa dei due, va detto che le responsabilità della sconfitta risiedono anche e soprattutto nel candidato sindaco. Si tratta dell'ex premier Kazimierz Marcinkiewicz, sconfitto dalla liberale Hanna Gronkiewicz -Waltz (che lo ha superato con il 53,18% dei consensi contro il 46,82%). L'ex primo ministro gode ancora di una certa stima presso l'opinione pubblica polacca, ma dopo la destituzione avvenuta qualche mese fa, ha perso buona parte di quell'appeal che lo contraddistingueva e ne faceva un potenziale leader. Il candidato di Legge e Giustizia è stato penalizzato dall'impossibilità di criticare le scelte e le politiche attuate dal più vecchio dei due gemelli. Ma soprattutto, a non pagare è stato l'orientamento più moderato del candidato, che non è perfettamente in linea con gli orientamenti del partito populista e conservatore guidato dai Kaczynski. Il diretto interessato, tutto sommato, ha preso la sconfitta con filosofia. «Sono nuovamente disoccupato - ha dichiarato alle agenzie -sono comunque certo che mi rialzerò. Dove e quando? Io stesso ancora non saprei dirlo». Probabilmente, però, qualche idea già gli frulla in testa: potrebbe passare dall'altra parte, nelle file della Piattaforma civica, partito che probabilmente gli si addice di più rispetto a Legge e giustizia (PiS). Si conferma quindi l'analisi che vorrebbe Mar­cinkiewicz responsabile diretto della sconfitta elettorale. Con tutta probabilità, sono state le sue idee politiche - già abbondantemente espresse nei mesi scorsi - a penalizzarlo. Il partito dei Kaczynski, infatti, ha ottenuto nel complesso dei risultati soddisfacenti, che non minano più di tanto la credibilità della leadership nazionale.

La rivalsa della sinistra. Certamente, la sconfitta sarà utilizzata dai liberali e dalle sinistre come grimaldello nei confronti del governo. Ma l'aspetto più preoccupante della faccenda non riguarda le amministrative, che hanno favorito la cinquantaquattrenne ex presidente della banca centrale, credibile e stimata dagli elettori. Piuttosto, i gemelli dovranno stare attenti al significato politico e alle prospettive future che offre l'alleanza fra la sinistra e i liberali. Se dovesse andare in porto anche a livello nazionale e consolidarsi in vista delle prossime elezioni politiche, Legge e giustizia potrebbe avere molto di cui preoccuparsi, specie se un possibile blocco di centro-sinistra saprà accattivarsi le simpatie dei delusi che alle passate elezioni hanno scelto la destra.


29 novembre - Libero

Il depistaggio in atto sul caso Litvinenko
di Davide Giacalone

Il depistaggio è in atto, per nascondere movimenti illeciti di denaro e responsabilità enormi. I nomi russi fanno credere che si tratti di un romanzo, l'e­normità delle colpe serve a farle sembrare impos­sibili. Presto il depistaggio, in perfetto stile Telekom Serbia, si gioverà anche di qualche superfi­ciale, diciamo pure cretino. Si scatenerà l'ilarità contro quanti negano che gli elefanti possano vo­lare e, del resto, già si dice che Litvinenko si è suici­dato (passando un paio di settimane a vomitare se stesso). Non leggete quel che segue, se cercate la "ve­rità", perché non la conosco. Riconosco le bugie e le paure, però. Le democrazie occidentali, ed in mo­do particolarissimo l'Italia, erano infiltrate da agenti sovietici. Da noi c'era anche il più grande partito comunista operante, legato ai sovietici.

Alcune di queste trame (non tut­te) si trovano nell'archivio Mitrokhin, altre ci sono state raccontate da storici coraggiosi. Quel mondo non è sparito d'incanto, con il crollo del comunismo sovietico, né si sono di botto prosciugati i fiumi di denaro che lo irrigavano. Vale la stessa cosa se vista con gli occhi interni all'odierna Russia. Il controllo di quella ricchezza, ovvero delle intermediazioni nel commercio con l'estero, ag­giunto al desiderio (di pochi) di raccontare il passato, scatena la guerra interna, che si riverbera nel­la rete esterna di uomini e denari. All'estero con­vergono due interessi: quello dei collaboratori di ieri a non essere scoperti, e quello di chi ancora in­zuppa il pane. All'interno della Russia la stretta autoritaria di Putin minaccia tanto gli oppositori quanto le aree d'autonomia dei servizi. I morti so­no conseguenza della guerra.

Da noi una commissione parlamentare era inca­ricata di fare luce. Chi la guidava non ha brillato per sintesi ed efficacia. Chi l'avversava l'ha seppellito nel silenzio, pronto ad usare il ridicolo e, se ne­cessario, l'aggressione penale. Roba da matti, dico­no, invece d'indagare sulle spie chiedevano di Pro­di. Già, Prodi. Erano Rosse le Brigate che ammazzarono Moro, addestrate dall'est, armate dai palestinesi che erano armati dai sovietici. Erano democristiane, invece, le anime dei morti che depistaro­no le indagini, scegliendosi Prodi come medium. O indaghiamo sui vivi, o ce la pigliamo coi morti.


29 novembre - La Stampa.it

Maxi condanna per Wind
di Alberto Gaino

L’abbonamento «Solo Infostrada» veniva presentato nel 2001 come «l’ultimo passo verso la liberalizzazione delle telecomunicazioni»: fine del canone Telecom, si sarebbero pagate solo le telefonate passando alla concorrenza, e invece non è andata così. Cinque anni dopo quell’asso nella manica è diventato un grandissimo guaio per Wind, che nel frattempo ha assorbito Infostrada: un giudice torinese, Stefania Tassone, ha condannato l’azienda telefonica ad inviare, entro il prossimo 25 gennaio, una lettera a tutti gli abbonati a «Solo Infostrada» per informarli che «hanno diritto al rimborso da parte di Wind - previa domanda e a condizione che dimostrino di possedere i requisiti indispensabili - dei canoni pagati alla Telecom a far data dalla sottoscrizione del contratto Solo Infostrada».

Alla sentenza potrebbero essere interessati oltre 130 mila consumatori. Da Wind, per ora, nessuna reazione ufficiale: solo l’indiscrezione che la compagnia telefonica ricorrerà in appello con lo studio legale romano dell’onorevole Publio Fiore che l’ha assistita in primo grado. La botta è forte e forse inaspettata. Anche per il secondo importante onere che la sentenza infligge a Wind: chiarire agli abbonati a «Solo Infostrada» i motivi per cui il servizio pattuito non è stato loro fornito. Vi deve provvedere con una lettera da far pervenire ai destinatari entro il 25 gennaio.

Ma l’aspetto più clamoroso della sentenza è quello dei costi per Wind. Il Movimento Consumatori, promotore dell’azione civile collettiva, li indica in non «meno di 50 milioni di euro» e si spinge a indicare una «stima possibile di 80 milioni». «Sulla base - sostiene Alessandro Mostaccio, dirigente piemontese dell’associazione di consumatori - di un calcolo molto semplice: il contratto aveva validità 12 mesi, per tanti si è protratto oltre due anni, e in quell’arco di tempo chi aveva lasciato Telecom per abbonarsi a Infostrada, convinto da un’aggressiva campagna pubblicitaria, è stato costretto a pagare anche il vecchio canone di circa 30 euro a bimestre».

«Caro canone addio!» prometteva il dépliant della campagna pubblicitaria. Informazione ingannevole, sentenziò a maggio 2002 il Garante della concorrenza e del mercato. Il Movimento Consumatori torinese inviò una diffida all’azienda telefonica per poi rivolgersi al giudice civile, ricorrendo allo strumento di una «class action minore», riconosciuta con una legge del 1998 e poi assorbita dal più recente Codice del Consumo. «Minore perché - spiega l’avvocato Paolo Fiorio, patrocinatore con il padre Valentino della causa - con questo tipo di azione non si può andar oltre la pronuncia di illegittimità del comportamento lesivo degli interessi dei consumatori. Ciò vuol dire che, con la sentenza in mano, sarà più facile ottenere i rimborsi, anche per via legale, ma sarà sempre necessario ricorrere al tribunale, caso per caso, qualora l’atteggiamento di Wind rimanesse di chiusura».

Con una sua nota il Movimento Consumatori tocca l’attualità della questione: «Un compiuto disegno di liberalizzazione del mercato e della nostra economia non può prescindere da moderni e efficienti strumenti di giustizia collettiva per impedire ulteriori danni e vessazioni per i consumatori». Esplicito è il riferimento al disegno di legge sulla «class action» che «consentirebbe di ottenere in sentenza i risarcimenti attesi».

Infostrada aveva fornito, come promesso, l’accesso diretto alla rete telefonica fissa a soli 690 abbonati dei 138.178 che in pochi mesi avevano aderito al contratto. Gli altri li dirottò sul servizio «carrier preselection» che prevedeva necessariamente il pagamento del canone Telecom.


29 novembre - La Stampa.it

L’Europa si spacca sui videogames
di Maria Maggiore

La potente lobby dei videogiochi invade la Commissione europea. Oggetto del contendere è ancora il discusso videogioco horror «Rule of Rose», appena uscita in Europa tra un vespaio di polemica per le incredibili scene di violenza e erotismo fatte recitare da bambine. Il gioco interattivo, presentato a Milano lo scorso 23 novembre, è stato preceduto in Italia dagli anatemi del sindaco Veltroni che aveva chiesto il ritiro immediato dagli scaffali del nuovo prodotto Sony.

La ragazza picchiata
In «Rule of Rose» si vede di tutto in un crescendo di sado-masochismo subito da una bambina. Nel tentativo di scappare da un orfanotrofio, la piccola si fa legare, picchiare, gettare liquidi in faccia, fino a farsi seppellire viva in una cassa poi gettata in un sommergibile. Frattini, ricevuta a Bruxelles l’eco delle polemiche per l’imminente distribuzione del gioco, aveva bollato le immagini come «oscene». E, con un inconsueto tempismo istituzionale, aveva inviato una lettera ai ministri della Giustizia perché aprissero subito un dibattito con lo scopo di vietare la vendita ai minorenni di certi videogiochi violenti.

La reazione delle lobby
Il suo attivismo ha finito per mandare su tutte le furie la lobby europea dei videogame che, in una lettera inviata a vicepresidente della Commissione europea, ha rivendicato la libertà di «autoregolamentazione del mercato» e «il successo che questo tipo di videogiochi ha anche in un pubblico di adulti».
E, intanto, dentro la Commissione Barroso si sono scatenati i più liberali. La prima a muoversi è stata la lussemburghese Viviane Reding. Non direttamente responsabile del dossier perché incaricata del già delicato portafogli della società dell’Informazione e dei media, l’agguerrita liberale, non ha gradito l’interventismo di Frattini sulla delicata questione del videogioco violento.

Il rimprovero dei liberali
Il 17 novembre la Reding prende carta e penna e scrive al collega rimproverandolo, prima di tutto, di non averla informata della sua iniziativa. La Reding dice di «condividere la necessità di una regolamentazione della materia», anche se «la responsabilità di quello che arriva ai nostri figli deve essere divisa tra l’industria e i genitori». Poi la Commissaria spiega al collega che esiste già un sistema per selezionare le «opere» che finiscono tra le mani dei bambini.

Il «bollino» sui giochi
Si tratta del label «Pan european game information», meglio conosciuto come «Pegi». Ora il Pegi, nato nel 2003, consiste in un’etichettatura stampata sulla scatola che assicura che il gioco rispetta certi criteri e può essere venduto a un determinato pubblico. La società che distribuisce «Rule of Rose», la 505 Games (inglese, ma quotata in borsa anche in Italia), si difende mostrando proprio il certificato Pegi che ha promosso il nuovo videogioco (fabbricato in Giappone dalla Sony, che non ha però voluto venderla direttamente in Europa) con un «16+»: per i maggiori di 16 anni.
La Reding ha concluso la sua missiva a Frattini con il suo verbo liberale : «D’accordo per mettere dei paletti, ma non si possono censurare i contenuti, in linea con gli orientamenti della Commissione volti a bilanciare il rispetto della dignità umana con il fondamentale diritto della libertà d’espressione». Laconica e incisiva la risposta del vice-Presidente. «E’ vero che ci sono codici di condotta, ma finora hanno dimostrato di non funzionare». Intanto «Rule of Rose» è stato vietato in Inghilterra e la Francia sta meditando su come limitarne la distribuzione. E a dicembre si terrà a Bruxelles il dibattito pubblico tra ministri voluto da Frattini.


28 novembre - La Repubblica

“Preoccupato, ma convinto”. Il papa arriva ad Ankara
di Marco Politi

Bagni di folla zero, per papa Ratzinger che atterra alle 13 in Turchia. Sarà una visita blindatissima, ancora più minuziosamente protetta di quella di Giovanni Paolo II a Istanbul nel 1979, quando un criminale sconosciuto (in Occidente) dal nome Alì Agca fuggì da un carcere militare proclamando ai quattro venti di voler uccidere il "comandante dei crociati" Karol Wojtyla.

Per Benedetto XVI ci sarà tuttavia un piccolo regalo politico. Il premier turco Tayyip Erdogan ha confermato che sarà all'aeroporto di Ankara per ricevere il pontefice. Il premier ha capito che nel percorso ormai tutto in salita della Turchia verso l'Unione europea, sarebbe controproducente avvelenare i rapporti con la Santa Sede. Il ministro della Giustizia Cicek ha già detto che dopo lo "sfortunato, sbagliato ed offensivo" discorso del Papa a Ratisbona, la Turchia intende mostrare il suo aspetto di Paese "tollerante e ospitale".

Il portavoce papale Lombardi spiega che il pontefice e il premier si incontreranno per quindici minuti nella saletta Vip dell'aeroporto. "Un segno rilevante di attenzione, assai significativo", ha commentato. Il Vaticano apprezza che il primo ministro abbia voluto organizzarsi per non fare mancare il saluto all'ospite, "mettendo in evidenza l'ospitalità e l'accoglienza positiva" che il Paese riserva al Papa.

In Vaticano si dicono a turno "assolutamente sereni" ed "estremamente preoccupati". Un mix di sentimenti del tutto autentico. C'è la calma ereditata da secoli di esperienza e la tensione dovuta alle incognite di una situazione incandescente. Joseph Ratzinger viene descritto, comunque, come "convintissimo" della necessità e dell'importanza del viaggio. Ed è vero. Il Papa si è preparato con estrema cura al suo pellegrinaggio ed è consapevole della delicatezza e del peso di ogni frase che pronuncerà.

Ratzinger intende dare grande rilievo alla dimensione ecumenica del viaggio, all'incontro con il patriarca ecumenico Bartolomeo I e quindi al dialogo tra Cattolici e Ortodossi e allo stesso è intenzionato a evidenziare il significato e lo spessore dei rapporti tra Cristianesimo e Islam. Sei discorsi e due omelie sono stati cesellati, limati e lucidati come i capolavori di un orafo. Anche le improvvisazioni - c'è da stare sicuri - saranno eseguite con una precisione millimetrica.

"Con sentimenti di stima e sincera amicizia Benedetto XVI si appresta a incontrare il caro popolo turco" titola l'Osservatore Romano. Lo stile non sarà vivacissimo - un po' sull'onda dei giornali esteuropei del tempo andato - ma la finalità politica è chiarissima. Spargere balsamo su qualsiasi ferita provocata dalla passata opposizione di Ratzinger cardinale all'ingresso della Turchia nella Ue e dagli accenti poco felici verso l'Islam del discorso di Ratisbona.

Nelle pagine speciali, che l'Osservatore Romano dedica al viaggio, il cerimoniere papale monsignor Piero Marini mette in luce che il primo viaggio di Benedetto XVI in un Paese a maggioranza musulmana "inizia proprio nella terra dalla quale Abramo, comune patriarca per Ebraismo, Cristianesimo e Islam, intraprese il suo viaggio nella fede in Dio". E' un segnale, anticipa l'arcivescovo Marini, che il Papa intende lanciare per il "superamento delle contrapposizioni" che nei secoli hanno segnato di volta in volta i rapporti tra cristiani, ebrei e musulmani.

Dal Cairo, dalla celebre università di Al Azhar, arriva pronta la risposta. Dice Ali Samman, presidente della Commissione per il dialogo interreligioso (nell'ateneo - guida dell'Islam sunnita): "Il futuro del dialogo tra la Chiesa di Roma e il mondo musulmano dipende dalle parole che Benedetto XVI pronuncerà durante la sua visita in Turchia".

Oggi ad Ankara la giornata sarà dedicata agli incontri con le autorità turche. Il Papa renderà omaggio al mausoleo di Ataturk, incontrerà il presidente della Repubblica Necdet Sezer e il Gran Muftì Bardakoglu. Domani volerà a Smirne per recarsi a Efeso alla "casa" della Madonna e in serata atterrerà a Istanbul. Le ultime due giornate saranno dedicate ai colloqui e alle cerimonie liturgiche con Bartolomeo I con cui firmerà una Dichiarazione congiunta.

"Una pietra miliare, storica e simbolica, sulla via della riconciliazione tra le due Chiese", definisce la visita il Patriarca Bartolomeo I. Intanto si prega intensamente in molte diocesi d'Italia perché tutto si svolga senza incidenti.


28 novembre - Corriere della Sera

Cronisti, deputati e 007: una lunga scia di morti


La vittima in punto di morte ha firmato un atto d'accusa indicando il mandante e uno degli esecutori del delitto. In altre circostanze Scotland Yard avrebbe già fermato i due. Ma questa non è un'inchiesta normale, è un caso internazionale. Perché il mandante secondo Alex Litvinenko, morto giovedì notte dopo tre settimane di agonia, è Vladimir Putin.

Litvinenko è diventato un traditore quando raccontò al mondo una versione agghiacciante sugli attentati dinamitardi contro palazzi civili che nel '99 uccisero 300 persone in Russia. La colpa fu data ai terroristi ceceni, ma secondo l'ex 007 sarebbero stati compiuti dai servizi segreti di Mosca, per giustificare la guerra a Grozny. Putin allora era primo ministro e costruì la sua immagine promettendo alla Russia di schiacciare i terroristi. Su quel caso in Russia è stata condotta un'inchiesta. Due membri della commissione che se ne occupò sono morti. E non di morte naturale. Prima è toccato al politico Sergei Yushenkov, abbattuto a colpi di pistola nel 2003. Pochi mesi dopo Yuri Shekochikin, deputato e giornalista, prese una malattia misteriosa. Il morbo cominciò a creargli squame sula pelle, poi rigonfiamenti all'esofago e edemi al cervello. I risultati dell'autopsia sono stati definiti «segreto medico». Il mese scorso è stata uccisa a Mosca Anna Politkovskaya, giornalista che si occupava delle trame in Cecenia.

«Non vi pare strano che la lettera con l'accusa a Putin sia stata resa pubblica mentre il presidente si sedeva al tavolo del vertice Russia-Europa a Helsinki?» dice una fonte russa con base a Londra al Corriere (niente nome, «perché in Gran Bretagna ci sono 300 mila russi e non si sa mai con chi si ha a che fare»). E prosegue: «Ricordate che la Politkovskaya è stata uccisa il 7 ottobre, quando Putin stava andando a Berlino. In Italia conoscete il latino, no? Cui prodest, basta chiedersi chi aveva più da guadagnare da una crisi come questa. La risposta è Berezovskij, è lui che cerca di screditare il governo russo».

Dopotutto Litvinenko aveva tradito: poteva essere venduto a sua volta. «Da tutti ma non da Berezovksij, perché Boris doveva la sua vita ad Alexander» giurano nella comunità degli émigrés russi a Londra. In effetti nel '98 l'allora colonnello Litvinenko aveva denunciato un piano della squadra «esecuzioni extralegali» dell'Fsb per assassinare l'oligarca diventato troppo ingombrante politicamente. Lo sapeva per un semplice motivo: era vicecomandante di quella sezione di killer. «La sua rivelazione costrinse Eltsin a licenziare il generale Khorkholkov e a promuovere Putin alla direzione dell'Fsb. Di fatto Putin deve la sua carriera a Litvinenko» dice al Corriere Alex Goldfarb, amico della vittima. E continua: «Diventato capo dell'Fsb Putin convocò Litvinenko nel suo ufficio, i due si parlarono. Perciò Alexander era certo di essere caduto vittima dell'ordine del vecchio collega: sapeva come ragiona». Putin ha chiamato ai vertici della burocrazia del Cremlino molti ex commilitoni del Kgb, li chiamano i siloviki (quelli della forza). Dicono che abbiano costituito un gruppo «Dignità e Onore» per punire i traditori.

Finora sul fronte dell'immagine il Cremlino sta perdendo la partita. Il primo colpo sono state le foto del colonnello in agonia. Prima da Mosca c'era stato chi aveva liquidato con sarcasmo la malattia dell'esule: «Gli consiglierei di stare alla larga dalla vodka adulterata» aveva detto Gennady Gudkov, membro della Duma ed ex ufficiale dell'Fsb. Ma le immagini di un uomo atletico di 43 anni ridotto a un vecchio cereo hanno fatto suonare come ciniche quelle parole. L'idea delle foto è stata di Lord Bell of Belgravia, che prima di essere nominato Pari del Regno era noto solo come Tim Bell e pianificò la campagna che portò al potere Margaret Thatcher nel 1979. Il lord guida la Bell Pottinger Communications, che ha tra i suoi clienti Boris Berezovskij. E sta curando anche questa spy story.


28 novembre - MF

Nel cuore della campagna andalusa sorge una potente centrale solare
di Galeazzo Santini

La Spagna inaugura la più potente centrale solare d'Europa, inferiore a livello mondiale solo a quelle che gli Usa hanno realizzato in California e in Nevada e Israele a sud di Beer-Sheva. Alle porte di Siviglia, dove tutto evoca i fasti di Isabella la Cattolica, in un campo aperto si eleva un'immensa torre di oltre 100 metri di altezza circondata da 624 specchi, ciascuno di 121 metri quadrati. Queste superfici riflettono i raggi solari che generano un intensissimo calore: tra i 600 e i 1.000° ossia quanto basta per produrre il vapore necessario a far girare una turbina capace ili alimentare gli alternatori che a loro volta produrranno elettricità Che la centrale sia nucleare, a carbone, a petrolio o a gas, il funzionamento è sempre lo stesso, anche se la potenza cambia. La centrale PS10, quella situata nella campagna andalusa, che affida al sole tutto il lavoro, produce infatti solo 10 megawatt, mentre un reattore nucleare classico ne crea ben 1.200. Per raggiungere nel 2010 l'obiettivo di fornire luce, calore e climatizzazione a 120 mila famiglie di Siviglia occorrerà costruire almeno otto torri più potenti e produrre i 302 megawatt necessari. I costi dell'operazione sono rilevanti. Il gruppo spagnolo Abengoa prevede infatti un investimento di 1,3 miliardi di euro entro il 2010. Inoltre, bisogna considerare lo spazio: sono necessari 2 ettari per produrre 1 megawatt. Nonostante ciò gli sforzi per produrre energia che non genera nemmeno un grammo di gas a effetto serra sono ingenti. Il governo spagnolo non ha esitato ad aiutare Abengoa impegnandosi a pagare per 25 anni l'elettricità della PS10 tre volte il prezzo di quella di una centrale ordinaria. La Spagna, che nonostante le sue centrali solari ed eoliche supera largamente i livelli di emissione di CO2 previsti dal protocollo di Kyoto, ha quindi deciso di lottare contro l'effetto serra ed è determinata a vendere questa tecnologia non inquinante ad altri paesi ricchi di sole ma non di petrolio.


28 novembre - La Discussione

I tagli al Commercio estero non piacciono alla Bonino

"Sono d'accordo con il ministro Padoa-Schioppa sulla necessità di ridurre la spesa pubblica. Non mi tiro indietro come ministro vigilante sul'Ice, anche se una serie di enti sono stati esentati dai tagli. E' utile ridurre delle spese che aiutano a fare più trasparenza rispetto a bilanci un po' opachi. Però se oltre al già fatto si abbatte un altro taglio su un istituto in cui il 70% dei dipendenti sono pubblici, l'unica cosa che si può tagliare sono gli uffici all'estero. Noi siamo in un momento in cui al netto della bolletta energetica è ripreso con grande forza persino in paesi dove perdevamo quote come la Germania un dato di export molto favorevole, e c'è la voglia di guardare al mondo non solo come minaccia ma anche come possibilità".

Lo ha detto a Radio Radicale il ministro per il Commercio internazionale Emma Bonino. "Se poi però - ha proseguito Bonino - chiudiamo gli uffici che sono uno strumento importante di accompagnamento delle piccole imprese che non hanno le strutture di Telecom o di Fiat è chiaro che non è un buon messaggio. Già l'Ice negli ultimi cinque anni è passata da 124 a 96 milioni di bilancio di funzionamento. E’ chiaro che se si abbatte l'altra mannaia di meno venti milioni di euro questo non è utile". Parla il ministro Paolo Ferrero (Rifondazione comunista): "Ridurre le tasse? Non è una priorità dell'oggi. Se ne parla fra due anni. Per adesso bisogna recuperare l'evasione, rendere certo il gettito ed, eventualmente, potenziare il servizio".


28 novembre - La Stampa

L’Italia umiliata dalle nomine Ue
di Marco Zatterin

«Il governo è profondamente irritato», tuona il ministro per le Politiche europee Emma Bonino. Ne ha ben ragione. Una settimana fa la Commissione Ue ha deciso una nuova tornata di nomine interne e l'Italia, ancora una volta, è rimasta tagliata fuori dalla distribuzione delle poltrone pesanti nonostante le valide candidature messe in campo. Il risultato del rimpasto è che ora la Germania può vantare sette direttori generali - i pezzi da novanta della funzione europea - contro i sei francesi, i quattro inglesi e spagnoli, i tre italiani. E' una vecchia storia che si ripete, Roma resta sullo strapuntino del potere a dodici stelle. La Bonino attacca le «procedure incomprensibili» e annuncia risposte concrete, a partire dall'appoggio al blocco del turnover occupazionale dell'Esecutivo.

Servirà? «Non riusciamo mai a fare squadra», lamenta una voce italiana dal cuore di Palazzo Berlaymont. Il problema, alla fine, si riassume tutto qui. E' stato un boccone indigeribile per un governo dichiaratamente europeista, forte di un premier ex numero uno della Commissione e di un ministro con un passato da commissario. Le attese erano altre, anche perché il dossier nomine è stato sempre all'ordine del giorno nei contatti dei mesi scorsi fra Palazzo Chigi, diplomatici e il gabinetto italiano del vicepresidente dell'esecutivo Ue, Franco Frattini. La decisione sembra però aver colto tutti in contropiede. Ieri Romano Prodi ha posto il caso col successore Manuel Barroso, così come la Bonino ha fatto con Siim Kallas, commissario al Bilancio. «Se le nomine rispecchiano l'equilibrio per nazionalità - ha spiegato ieri il ministro -, ne posso solo dedurre che non facciamo più parte dell'Europa». Erano da designare due direzioni generali, oltre che sette vice e il capo delegazione al Wto di Ginevra.

L'Italia da tempo puntava allo snodo degli Affari Regionali, dove peraltro c'era un funzionario di lungo corso, Michele Pasca, che da mesi svolgeva la funzione ed era certamente pronto per il passo in avanti. Invece è arrivato un tedesco, accolto con piacere dalla commissaria Danuta Hubner, la polacca del portafoglio regionale, che risulta aver ceduto voluttuosamente alle pressioni di Berlino nonostante la stima per il collaboratore italiano. A quest'ultimo è stata offerta la dg Pesca, rifiutata con ferma educazione, e trasferita a un greco. Le direzioni, come i voti nelle assemblee societarie, si contano ma si pesano anche. La Bonino c'è l'ha col metodo, sostiene che è uno sgarbo immeritato per un governo che «in pochi mesi ha invertito la rotta e dimostrato grande attenzione per i temi europei». Sarebbe persino «più logico, comprensibile e trasparente - ha ammesso - tornare al vecchio sistema delle quote in cui ogni Stato aveva un numero dato di incarichi». Ne fa una questione di «mancato rispetto per un Paese che si è rimesso in moto», l'ex commissaria. Che poi si chiede se «per essere meritevole non sia necessario avere un passaporto francese o tedesco».

D'ora in poi, «nessuno consideri il nostro appoggio scontato». Il volto tranquillo del portavoce della Commissione, Johannes Laitenberger, rimanda le accuse al mittente. «Impressione sbagliata, quella italiana - ha affermato -. Il criterio principale per le promozioni è il merito, insieme con l'equilibrio geografico o di genere». Roma voterà per il blocco del turnover? «Una simile decisione - ha aggiunto il tedesco - sarebbe sfavorevole per i “vecchi” Stati membri, vista la necessità attuale di riequilibrare a favore dei Paesi di recente adesione». La realtà, lo rileva Emma Bonino, è «che il numero di funzionari italiani a Bruxelles è inadeguato rispetto al peso politico del Paese». Su ventiquattro gabinetti della Commissione (il 25° è l'italiano) ci sono soltanto 13 nostri connazionali.


28 novembre - Il Sole 24 Ore

Nomine UE, l'irritazione di Roma
Dura reazione del Governo all'esclusione di italiani nelle promozioni.
di Enrico Brivio

Nell'ultima distribuzione di poltrone eccellenti a Bruxelles, che non ha riguardato alcun italiano, si è concretizzata «una strana serie di nomine francesi e tedesche», mentre «c'è l'aspettativa che la Commissione possa nominare anche qualcun altro». Così recita la lettera che il ministro delle Politiche comunitarie, Emma Bonino, ha consegnato al commissario agli Affari amministrativi, Slim Kallas, per protestare contro la penalizzazione dell'Italia negli ultimi riassetti di organico della Commissione europea.

Dopo le promozioni della settimana scorsa sono sette i direttori generali tedeschi, sei i francesi e quattro quelli di Spagna e Regno Unito, mentre resta a quota tre l'Italia, nonostante Michele Pasca, facente funzioni di direttore generale agli Affari regionali, fosse pronto allo scatto. Abbiamo espresso «la profonda irritazione» del Governo italiano, ha spiegato ieri a Bruxelles la Bonino, nei confronti di «scelte e procedure che non sembrano corrispondere ai criteri che l'amministrazione» si era data, in materia di trasparenza ed equità. Uno scontento che anche Romano Prodi esprimerà al presidente della Commissione Ue, José Barroso. Il ministro ha avvertito che ora «tutta una serie di atteggiamenti di sostegno dell'Italia alla Commissione non possono più essere ritenuti scontati». La Bonino ha in particolare minacciato il ritiro dell'appoggio italiano all'Esecutivo Ue nelle discussioni sul blocco del turnover del personale comunitario. La presidenza finlandese, sostenuta da Gran Bretagna e Germania, vorrebbe bloccare le sostituzioni dei funzionari che lasciano il servizio, ma proprio l'Italia con Spagna e Belgio si era battuta contro la proposta. «Quando si va in giro a cercare sostegni - ha ammonito la Bonino - si ricordino poi gli indirizzi di chi li offre».

Il portavoce della Commissione, Johannes Laitenberger, ha ribattuto che l'ultima ondata di promozioni «si è basata esclusivamente sul merito», e che vi sono «normali scostamenti statistici» negli equilibri geografici, che si compenseranno nel lungo periodo. Quanto a un blocco del turnover, secondo Laitenberger, «rischierebbe di rendere più difficile ogni riequilibrio», riducendo il numero delle nomine.


28 novembre - Corriere della Sera

Nomine UE, l'Italia si ribella "Barroso vuole penalizzarci"
Il ministro Bonino critica la scelta dei direttori generali: "Pretendiamo rispetto. Alla Commissione contano solo i passaporti francesi e tedeschi".

Il governo Prodi ha protestato con la Commissione europea per l'ennesimo caso di sottovalutazione dell'Italia da parte dell'istituzione di Bruxelles, presieduta dal portoghese José Manuel Barroso. Il ministro delle Politiche comunitarie, Emma Bonino, ha criticato i criteri seguiti nell'ultima tornata di selezione di nuovi direttori generali e aggiunti, che non ha visto realizzarsi l'atteso riequilibrio a favore dì un'Italia da anni sottorappresentata rispetto agli altri grandi Paesi membri dell'Ue.

La linea europeista del governo Prodi sembrava dover portare la Commissione Barroso a rivedere il suo atteggiamento anti-italiano, che aveva provocato accese polemiche a causa del ridimensionamento dell'uso della lingua italiana, per varie mancate nomine o per esclusioni da comitati di esperti. Invece la settimana scorsa nessun italiano è stato nominato direttore generale o aggiunto. Le poltrone disponibili, che possono essere paragonate a quelle dei vertici della burocrazia ministeriale nazionale, hanno visto prevalere altre nazionalità. La Germania ora conta sette direzioni generali, la Francia sei (più ben otto posti di aggiunto), la Gran Bretagna e la Spagna quattro e l'Italia solo tre come l'Irlanda. Tra l'altro i settori guidati da italiani (Società dell'Informazione, Sviluppo e Traduzioni) sono considerati di secondo piano rispetto alle direzioni generali principali (Relazioni Esterne, Affari economici, Concorrenza, Mercato Interno, Agricoltura, Segretariato generale). Gli eurodeputati di Forza Italia, Antonio Tajani e Alfredo Antoniozzi, hanno attribuito all'incapacità del governo Prodi questa ennesima penalizzazione dell'Italia a Bruxelles.

Bonino ha lamentato "di non comprendere i criteri e le procedure" seguite nella selezione dalla Commissione Barroso. Ha accusato che nelle nomine Ue "ll passaporto francese o tedesco" continua a contare più del merito. E ha ammonito che il suo governo non intende più tollerare queste penalizzazioni in corso da anni. Il ministro delle Politiche comunitarie ha detto che il premier Prodi avrebbe protestato direttamente con Barroso, ventilando il ritiro del sostegno italiano al sempre più debole e criticato vertice dell'istituzione di Bruxelles. "Il nostro europeismo è fuori discussione - ha dichiarato il ministro Bonino -. Ma tutta una serie di nostri atteggiamenti di sostegno alla Commissione non possono più essere considerati scontati o gratuiti. L'Italia è un Paese che conta e che pretende di essere trattata con rispetto". Il portavoce di Barroso ha replicato sostenendo che la scelta dei direttori è stata basata sul merito e che ci saranno altre occasioni fino al 2009 per riequilibrare la presenza italiana.


28 novembre - Il Messaggero

Nomine alla UE: l’Italia scende sul piede di guerra
di Romano Dapas

L'italia regge il fanalino di coda del convoglio europeo anche in fatto di rappresentatività ai vertici della Commissione Ue. Nel più recente "valzer delle poltrone", i funzionari italiani ad alto livello sono riusciti a conquistare solo tre direzioni generali, contro le 7 attribuite ai loro colleghi tedeschi, 6 ai francesi, 4 agli inglesi e 4 agli spagnoli. Una "Caporetto" in piena regola che provoca l'indignata protesta del governo di Romano Prodi e proietta un'ombra antipatica sulle relazioni, peraltro tradizionalmente privilegiate, tra Roma e Bruxelles. Il premier ha contattato di persona il presidente della Commissione europea, José Manuel Durao Barroso, per informarlo che il governo italiano non comprende i criteri e le procedure utilizzati per le ultime nomine, definite «del tutto inadeguate rispetto al peso politico del Paese». Nella sua veste di ministro per le Politiche comunitarie, Emma Bonino, ha incontrato, ieri, l'eurocommissario estone, Slim Kalas, responsabile per le questioni ammnistrative, col dichiarato proposito di esprimergli la «profonda irritazione» dell'Italia e di denunciare l'«ingiusta penalizzazione» ai danni del personale italiano nelle istituzioni europee. «Le nuove nomine - ha precisato Emma Bonino durante una conferenza stampa - non rispondono agli impegni europeisti del nostro governo, che sta dimostrando di volersi mettere seriamente in regola per diventare un importante attore sulla scena europea».

A conferma che la misura è colma, il governo minaccia di reagire in modo duro, per esempio togliendo l'appoggio alle proposte avanzate in sede di bilancio da Durao Barroso e dalla presidenza di turno finlandese della Ue in favore di un blocco del "turn over" nelle sostituzioni dei direttori generali. Va osservato che la situazione non è nuova. Dieci e vent'anni fa, il problema era esattamente lo stesso. Spiegabile, ma solo in parte, col vuoto generazionale provocato dalla scarso numero di giovani italiani che in quegli anni si presentavano ai concorsi per scalare le vette dell'curoburocrazia. Il quadro è sempre stato assai diverso nel caso dei tedeschi e soprattutto dei francesi, questi ultimi senz'altro favoriti da un sistema burocratico comunitario che ricalca il modello francese. Ma se risulta perfettamente accettabile che gli alti funzionari siano promossi al grado superiore per i meriti acquisiti, più difficile è ingoiare il rospo di un'Italia che ancora una volta viene superata dalla Spagna, cioè da un paese entrato nel club europeo molto più tardi di noi e con una popolazione di quasi un terzo inferiore a quella della Penisola. Resta che, tra spostamenti e promozioni, l'ultimo "valzer" ha interessato 35 alti funzionari con un solo italiano coinvolto. Secondo Johannes Leitenberger, portavoce tedesco del presidente Durao Barroso, non c'è alcuna volontà di penalizzare l'Italia, il criterio seguito per le nomine è quello del “merito” e la Commissione rimane «seriamente impegnata» a seguirlo anche in futuro a scapito degli equilibri geografici. Da ultimo il contentino: nell'Esecutivo europeo, ha assicurato il portavoce, e in corso «un importante cambio generazionale», cui l'Italia partecipa «con un'ottima rappresentanza di giovani funzionari».


28 novembre - Corriere della Sera on line

Ue, negoziati sospesi con Ankara È saltato il
compromesso su Cipro
L'accusa di Bruxelles: rifiuta le navi e gli aerei dell'isola La Germania: adesione? Non possiamo fare finta di niente

BRUXELLES — Il compromesso su Cipro non si trova e dunque i negoziati tra Ue e Turchia si avviano verso il blocco. Saranno i ministri degli Esteri europei, che si riuniranno l'11 dicembre a Bruxelles, a stabilire se verrà congelata l'intera trattativa o se, invece, lo «stop» toccherà solo i 3 capitoli sull'unione doganale. Secondo il Commissario all'allargamento, il finlandese Olli Rehn, «i negoziati non saranno bloccati, ma rallentati su alcune materie». In realtà la «questione turca» divide sia i 25 governi della Ue sia il collegio di Commissari guidati da José Manuel Durao Barroso.
Il negoziato formale per l'adesione del Paese musulmano al club Ue è cominciato nell'ottobre del 2005. La trattativa è in realtà un lungo esame su 34 settori (dall'economia alla giustizia) per verificare se la legislazione turca è compatibile con le norme europee. Il lavoro tecnico è appena cominciato, ma si è subito arenato perché il governo turco non ha dato seguito alla «dichiarazione di Ankara», con cui si impegnava ad aprire porti e aeroporti anche ai dieci Paesi entrati nella Ue nel 2004. Tra questi c'è Cipro, lo Stato con cui la Turchia non ha più rapporti diplomatici dal 1974, quando occupò (ad Ankara dicono «liberò») la zona Nord dell'isola (abitata dalla minoranza turco-cipriota).

Negli ultimi mesi la situazione si è incartata. Il governo guidato dal premier Recep Erdogan ha posto una condizione considerata inaccettabile dalla Ue: togliete l'embargo a Cipro Nord e noi daremo via libera alle navi e agli aerei di Cipro Sud, come abbiamo fatto per gli altri nuovi membri della Ue. Ieri, dopo mesi di sfiancanti tentativi, il titolare degli Esteri finlandese, Erkki Tuomoioja, presidente di turno del Consiglio dei ministri Ue, ha incontrato a Helsinki prima il collega greco cipriota Goerge Lillikas e poi il turco Abdullah Gul. Ma nessuno si è mosso di un centimetro. Lo ha annunciato, con grande delusione, lo stesso Tuomoioja: «Le circostanze non ci permettono di continuare a parlare di Cipro. Inevitabilmente ci saranno delle conseguenze sui negoziati con la Turchia. Quali saranno non possiamo dirlo in questo momento». Dura la reazione di Gul, che ha accusato Cipro di «aver preso in ostaggio la Ue». Nello stesso tempo però da Ankara il ministro della Giustizia, nonché portavoce del governo, Cemil Cicek, non ha spinto fino alla rottura: «Non vediamo alcuna ragione per interrompere le discussioni in corso con la Ue. Il problema di Cipro non è una pre-condizione all'integrazione nell'Unione».

Nelle prossime due settimane si svilupperà un complicato gioco di sponda tra Bruxelles, le principali capitali europee e Ankara. La cancelliera tedesca Angela Merkel, che assumerà la presidenza dell'Unione a partire dal primo gennaio, guida il fronte dei «turco-scettici». «Adesso non possiamo cavarcela con un semplice "continuiamo come prima"». Anche la Francia, almeno quella guidata da Jacques Chirac, è più o meno su questa linea. Gran Bretagna e Italia, invece, sono alla testa di una pattuglia ancora aperturista. Con loro ci sono Barroso, Rehn e altri Commissari, tra i quali Franco Frattini. Il primo passo tocca alla Commissione: presenterà una «raccomandazione» entro il 6 dicembre su quanti e quali capitoli «congelare». Saranno i ministri degli Esteri, però, a decidere e poi il timbro finale sarà messo dal Consiglio dei capi di Stato e di governo, in programma il 14 dicembre.


28 novembre - Corriere della Sera on line

  A porte chiuse il faccia a faccia tra il Benedetto XVI e Erdogan

«Dal Papa un sì al nostro ingresso in Ue»
Secondo il premier turco il pontefice è favorevole ad inglobare la Turchia nell'Unione. Ratzinger: «Siete un ponte tra religioni»

Benedetto XVI e il premier turco Erdogan all'aeroporto di Ankara (Afp)

ANKARA (Turchia) - E' durato come previsto un quarto d'ora il colloquio all'aeroporto di Ankara tra papa Benedetto XVI e il premier turco Tayyp Erdogan, che ha dato il via allla quattro-giorni pastorale del pontefice in Turchia. Il faccia a faccia, organizzato in extremis dopo che in un primo tempo era stato dato per impossibile, si è svolto in una saletta appositamente allestita nello scalo della capitale.
INGRESSO NELLA UE - Erdogoan ha riferito che il Papa si è detto favorevole all'ingresso della Turchia nella Ue. Successivamente padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, ha precisato che «la Santa Sede non ha il potere nè il compito specifico, politico, di intervenire sul punto preciso riguardante l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea. Non le compete. Tuttavia vede positivamente e incoraggia il cammino di dialogo e di avvicinamento e inserimento in Europa, sulla base di valori e principi comuni».
L'ALLEANZA DELLE CIVILTA' - Erdogan ha evocato in apertura del suo colloquio con il pontefice l'iniziativa per l'Alleanza delle civiltà lanciata dallo stesso Erdogan e dal premier spagnolo Luis Zapatero la settimana scorsa, con il patrocinio del segretario generale dell'Onu Kofi Annan. La Tv di stato pubblica turca «Trt» ha trasmesso il primo scambio di saluti tra il Papa e lo stesso Erdogan. Il Papa ha espresso «i suoi sentimenti di felicità per essere in Turchia», una nazione definta «un ponte tra culture e religioni»
«CONTROVERSIE TRA CIVILTA'» - Il premier turco, dal canto suo, ha sottolineato che «questa visita coincide con un periodo molto particolare, perchè il mondo attraversa una fase di controversie tra le civiltà. Per questo è molto significativa. Subito dopo la tv turca ha interrotto la trasmissione. Il colloquio tra il Papa ed il premier turco si è svolto a porte chiuse. Lo stesso Erdogan, al termine del colloquio, ha poi riferito di un parere favorevole del pontefice all'ingresso della Turchia nella Ue: «Il Papa mi ha espresso i suoi sentimenti positivi riguardo al processo di adesione della Turchia all'Unione europea. Gli ho chiesto il suo appoggio per la Turchia nell'Unione europea e lui mi ha risposto positivamente».
«AMICIZIA DA APPROFONDIRE» - «Vengo in Turchia - ha spiegato Benedetto XVI al primo ministro - anche per approfondire l'amicizia tra la Santa Sede e il popolo turco e aiutare l'incontro delle culture. Il lavoro della pace, è questo il nostro dovere». «Siete - ha aggiunto il Pontefice - un paese importante, ponte e sintesi tra democrazia occidentale e cultura islamica, potete aiutare se volete il Papa nel suo lavoro per il dialogo tra le culture e per la pace».
LE DELEGAZIONI - Al colloquio erano presenti il nunzio apostolico in Turchia, Antonio Lucibello, il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone e il sostituto della segreteria di Stato per gli affari generali, monsignor Leonardo Sandri. Per parte turca hanno partecipato al colloquio, il ministro di Stato Beshir Atalay, il ministro della Difesa Vecdi Gonul, l'ambasciatore di Turchia in Vaticano, Osman Durak, il governatore della provincia di Ankara, Kemal Onal, il comandante della guarnigione dell'esercito turco, Saldirai Berk, il sindaco di Ankara, Melih Gokcek, e il direttore della sicurezza nazionale, Ercument Yilmaz.
L'INCONTRO IN TV - Le tv turche hanno enfatizzato molto il gesto «a sorpresa», non previsto dal protocollo, del premier turco, che ha accolto personalmente Benedetto XVI sotto la scaletta dell'aereo. Inizialmente il protocollo prevedeva che ad accogliere il Papa sarebbe stato il ministro di Stato Beshir Atalay, ma Erdogan, che nei giorni scorsi era stato accusato dalla stampa turca di voler evitare un incontro con il Pontefice, ha voluto accoglierlo di persona.


28 novembre - La Stampa

I funzionari Ue,
riserva di caccia per Scientology
di Maria Maggiore

Una chiesa Scientology a Hollywood

BRUXELLES - Gli striscioni degli «occupanti» pendono ancora dalle finestre del bel palazzo ottocentesco sul Boulevard di Waterloo, pieno centro di Bruxelles. Le tre facciate di quest'enorme edificio in pietra, da quattro anni vuoto, sono state occupate da centinaia di famiglie senza casa. Ma l'ultimatum scade tra poche ore. E dietro la Società immobiliare che ha comprato l'immobile di 10 mila metri quadri, la Belgium Building Acquisitions, c’è Scientology.

L'organizzazione americana sta per spostare il suo quartier generale europeo dalla mite Copenaghen alla più visibile e potente Bruxelles. L’intenzione non dichiarata è strategica: tentare di convertire il più alto numero di «eurocrati», funzionari benestanti, colti, emancipati, il target ideale per la chiesa-setta in cerca d’adepti. Per gestire l'operazione è stato inviato in Belgio l'americano Neil Levin, amministratore della società che ha acquistato il palazzo ma, in precedenza, presidente di una delle più potenti sedi della Chiesa di Scientology in California. Scientology non conferma né smentisce lo sbarco nella capitale europea. E intanto la penetrazione nelle istituzioni si perfeziona. Due anni fa è stato acquistato un altro palazzo, stavolta più piccolo (circa 500 metri quadrati), nel quartiere europeo: rue de la Loi, un'arteria di grande traffico dove si trovano gli uffici della Commissione.

Ma se la lobby europea esiste già, perchè aprire una faraonica nuova sede? «Scientology è in calo d'iscrizioni», spiega Andreas Lund, un norvegese esperto di strategie della setta creata da Ron Hubbard negli Anni 60. «Gli ultimi processi in Francia e negli Stati Uniti le hanno rovinato l'immagine. E' alla ricerca di nuova credibilità internazionale che dia soldi e potere», dice Lund. E vogliono impressionare con 10 mila metri quadrati di uffici, stanze di conferenze e sale dove praticare le loro terapie di «audit». Lo scopo è essere molto visibili per convincere, come ha rivelato una giornalista di Le Soir magazine che lo scorso 8 aprile si è intrufolata in una riunione bruxellese della setta. «Siamo in guerra», aveva cominciato l'oratore annunciando l'acquisto del nuovo palazzo a Bruxelles. In guerra «contro le istituzioni europee che bisogna risvegliare e educare». Bersaglio privilegiato è naturalmente il Parlamento europeo, faraonico transatlantico, dove le lobby circolano in quasi assoluta libertà.

«S'intrufolano insidiosi - dice un deputato che preferisce restare anonimo -, sono molto presenti attraverso le due associazioni che lavorano per Scientology "Youth for Human rights" e "Citizen for Human Rights". Nei siti di queste due lobby i temi classici: lotta spietata alla psichiatria (loro propongono cure alternative), attenzione alla salute mentale dei bambini, lotta alla droga (con Narconon, hanno messo a punto un loro sistema di cura dei tossicodipendenti) e lotta alle discriminazioni. «La lobby è un pretesto, uno degli obiettivi», dice ancora il norvegese Lund. «Il loro vero scopo è il potere. Vogliono controllare le alte sfere dell'Europa per manipolarla a loro comodo».

Altro bersaglio la Commissione europea dove lavorano 20 mila funzionari. «Organizzano seminari per la lotta alla droga accanto i palazzi della Commissione. Certo, qualche funzionario con un figlio drogato ci andrà e così entrerà nella rete», dice la responsabile di un'associazione contro le sette, che preferisce restare anonima. Il 26 giugno scorso Scientology ha organizzato a Bruxelles una conferenza per celebrare il giorno internazionale delle Nazioni Unite contro le dipendenze da droghe. Nell'invito si ritrova tante volte il logo dell'Onu, ma mai quello di Scientology. L'ufficio del Presidente della Commissione Barroso ha invitato nel 2004 anche la Chiesa di Scientology a una riunione con vari rappresentanti religiosi. Attaccati poi da vari deputati europei, adesso i suoi portavoce preferiscono smentire qualunque contatto ufficiale con la setta. Anche perché tra qualche mese si aprirà il processo contro una delle sedi belghe. Tante le accuse lanciate da ex affiliati: truffa, esercizio illegale della medicina, ricatti. Lo Stato belga attacca Scientology per il suo funzionamento come un'organizzazione criminale. Ma di fronte al Palazzo di Giustizia ci sarà un esercito di volontari pronto a dissuadere i giudici.


27 novembre - Corriere della Sera

Il Papa l'Islam e gli ortodossi
di Sergio Romano

Era inevitabile che il viaggio del papa in Turchia diventasse, in questo particolare momento, un episodio nella storia dei rapporti fra l'Islam e l'Occidente cristiano. Ma è opportuno ricordare, a scanso di equivoci, che la principale motivazione del viaggio non ha nulla a che vedere con i temi della lezione accademica di Ratisbona. Benedetto XVI non è andato in Turchia per dialogare con i musulmani o, tanto meno, per convertirli. Parlerà alle autorità turche dei cristiani che vivono nel loro Paese e che hanno diritto a una maggiore protezione. Ma lo scopo principale della sua visita è probabilmente quello di rendere visita al Patriarca di Costantinopoli nella speranza di comporre il più rapidamente possibile il dissidio che si è aperto durante il regno del suo predecessore. Agli occhi della Chiesa ortodossa Giovanni Paolo II si comportò come un papa polacco, più incline a trattare la cristianità greca come terra di conquista che a dialogare con i suoi maggiori esponenti. Riconquistò i beni degli Uniati, regalati da Stalin agli ortodossi dopo la seconda guerra mondiale. Approfittò del momento in cui la Russia aveva maggiore bisogno di simpatia internazionale per ottenere la creazione di quattro diocesi. E si servì, per l'apostolato della Chiesa cattolica in Europa orientale, principalmente di sacerdoti polacchi, vale a dire di uomini che dovettero apparire, soprattutto a Mosca, le avanguardie di un'antica Polonia dominatrice, divenuta ancora una volta invadente e aggressiva.

Questi successi ebbero l'effetto di irritare la Chiesa ortodossa. Karol Wojtyla dovette ritardare la sua visita a Sarajevo, fu accolto con una certa freddezza ad Atene e a Bucarest, non poté impedire che una legge della Duma negasse ai cattolici i privilegi concessi all'Islam, all'ebraismo e al buddismo, dovette rinunciare alla grande visita pastorale in Russia che fu sino all'ultimo il sogno della sua vita. Persino un gesto simbolico come il dono della replica settecentesca di un dipinto sacro alla memoria degli ortodossi russi (la Madonna di Kazan) fu accolto senza particolare entusiasmo. Il viaggio di Benedetto XVI si propone di modificare la situazione. Per riprendere il dialogo il papa si ispira a Giovanni XXIII, che invitò i rappresentanti della Chiesa russa al Concilio Vaticano, e comincia da una città che fu lungamente definita la «seconda Roma». Ma pensa forse soprattutto a Mosca, la «terza Roma». Nella storia della Chiesa romana il viaggio sarà considerato ecumenico e verrà giudicato per i suoi effetti sui rapporti fra il cattolicesimo e l'ortodossia. Sarà un successo, in altre parole, se creerà le condizioni per un nuova unità. Fallirà se i rapporti con i patriarcati orientali rimarranno compassati e distanti. Nel frattempo tuttavia, piaccia o no, altri temi e problemi occupano il proscenio del teatro mondiale. L'attualità impone la sua agenda e la grande dimostrazione nazional- religiosa di Istanbul trasforma il viaggio in una cartina di tornasole da cui molti trarranno indicazioni sull'evoluzione di problemi che Benedetto XVI non può risolvere: l'immigrazione musulmana in Europa, lo «scontro di civiltà», le relazioni tra islamici moderati e fanatici, l'ingresso della Turchia nell'Unione europea. Anche se questa era probabilmente l'ultima delle sue intenzioni, il papa teologo è diventato un papa diplomatico ed è stato caricato di un compito che non gli compete. Toccherà all'Unione europea, dopo la fine del viaggio, riprendere il filo di un discorso che deve essere principalmente politico.


27 novembre - La Stampa

Ratzinger ai turchi «Amicizia sincera»
di Marco Tosatti

La vigilia porta sorrisi e parole di distensione, grazie anche al clamoroso flop della presunta protesta popolare. Da Roma Benedetto XVI ha teso la mano, dedicando una sostanziale porzione del «dopo Angelus» proprio al viaggio in Turchia. «Fin d’ora desidero inviare un saluto cordiale al caro popolo turco, ricco di storia e di cultura; a tale Popolo e ai suoi rappresentanti esprimo sentimenti di stima e di sincera amicizia», ha detto il Pontefice, che poi ha continuato ricordando «la piccola Comunità cattolica, che mi è sempre presente nel cuore», e l’emozione «di unirmi fraternamente alla Chiesa Ortodossa, in occasione della festa dell’apostolo sant’Andrea»; da notare che il motivo della visita era esattamente questo (già un anno fa, quando il governo turco inspiegabilmente non gli dette il permesso di venire): un gesto ecumenico di grande amicizia con il Patriarca.

Infine il Pontefice ha invocato «la celeste protezione del beato Giovanni XXIII, che fu per dieci anni Delegato Apostolico in Turchia e nutrì per quella Nazione affetto e stima»; un riferimento importante, perché Roncalli era ed è molto popolare in Turchia. E infine si è rivolto alle decine di migliaia in piazza San Pietro «di accompagnarmi con la preghiera, perché questo pellegrinaggio possa portare tutti i frutti che Dio desidera». La Santa Sede, intanto, ha confermato che Ratzinger visiterà la «Moschea Blu» di Istanbul (così chiamata per il colore delle ventimila piastrelle in maiolica smaltata che la ornano) in «segno di rispetto» per l’Islam; mentre il direttore della sala Stampa, padre Federico Lombardi, ha dichiarato all’agenzia «Anadolu» «il Vaticano non è contrario all'adesione della Turchia nell'Ue». Lombardi ha precisato che «il Vaticano non è membro dell'Ue e non ha posizioni su questo che è un argomento politico.

Se la Turchia applicherà i criteri posti dall'Ue, perché non dovrebbe entrare?» ha concluso. E si è poi soffermato sugli scopi della visita: «Ha non solo lo scopo di avvicinare il mondo cattolico, ortodosso e protestante, ma anche di aumentare la fiducia reciproca, l'armonia e la comprensione tra il cristianesimo e l'Islam e questo dialogo darà un contribuito alla pace mondiale». Ha poi risposto agli estremisti turchi: «L'avvicinamento tra i culti cristiani non è finalizzato contro nessuno e non vi è alcun significato politico in questo avvicinamento». Ankara risponde con diplomazia; confermata la possibilità di un incontro del premier Erdogan e di Benedetto XVI all’aeroporto, domani, se gli orari «dovessero coincidere», e anche il Direttore della Diyanet, Il Ministero delle attività religiose, Ali Bardakoglu, si è detto certo che la Turchia «dimostrerà la sua ospitalità al Papa. Il discorso di Benedetto XVI in Germania è una cosa passata».


27 novembre - Il Messaggero

Ankara e l’Europa. Ratzinger, i timori e i veri interessi turchi
di Ennio Di Nolfo

Il “partito della felicità”, un piccolo partito islamico, aveva organizzato per ieri a Istanbul una manifestazione di protesta contro il viaggio di papa Benedetto XVI in Turchia. Le previsioni più catastrofiche immaginavano la presenza di un milione di persone; quelle più realistiche proponevano una cifra inferiore: 75.000 manifestanti. In effetti la manifestazione, colorata e clamorosa, ha raccolto, secondo le stime degli osservatori, circa 20.000 partecipanti. In altri termini, si è tradotta in un evidente insuccesso. Il che indica sia l’insofferenza della maggioranza degli abitanti della maggiore città turca verso l’estremismo islamico sia il fermo controllo che la polizia ha saputo esercitare per impedire che un’opportunità così importante si trasformasse in un boomerang di portata incalcolabile.

Se è lecita una diagnosi non collegata con gli aspetti strettamente religiosi della missione, si può dire che Benedetto XVI si reca in Turchia, cioè in uno stato islamico ma dalle istituzioni fondamentalmente laiche, affrontando con coraggio una prova che appare critica sia per il Pontefice sia per il paese che lo ospita. La visita apostolica, rivolta a poche decine di migliaia di fedeli e intesa a un dialogo con gli esponenti delle altre religioni presenti in Turchia, vuole verosimilmente mostrare che la Chiesa cattolica non nutre alcuna intenzione di chiudere le porte spalancate da papa Giovanni Paolo II e dai suoi predecessori e non intende accompagnare la ferma tutela del proprio credo con il rifiuto del dialogo. Anzi, costruisce il dialogo proprio perché muove da una base dottrinale molto ben scandita.

A rendere meno trasparente questo significato vi sono state le polemiche seguite al discorso pronunciato da Benedetto XVI a Ratisbona. Tuttavia il carattere pretestuoso delle interpretazioni che leggevano nelle espressioni papali una volontà di chiusura è stato così ben chiarito nelle settimane successive che ogni interpretazione partigiana deve essere nettamente esclusa. Persino il potenziale incidente diplomatico, del mancato incontro fra il primo ministro turco, Erdogan, e Benedetto XVI è stato superato dai chiarimenti che lo hanno seguito. O le due personalità si incontreranno brevemente prima della partenza di Erdogan per il vertice Nato di Riga, oppure il Primo ministro sarà sostituito dal suo supplente, Mehmet Alì Shain, che accompagnerà il vero ospite del Pontefice, cioè il presidente della repubblica turca, Ahmet Necdet Sezer. Inoltre, il fatto che il Pontefice intenda visitare la Moschea Blu, il centro di culto islamico più importante di Istanbul, aggiunge suggestione e manifesta una volontà di dialogo, che si sommano a tutti gli altri aspetti della visita papale.

Questa, dunque, potrà essere turbata solo da episodi che sfuggano al controllo delle autorità turche. Ma proprio su questo piano il governo di Ankara metterà tutto il suo impegno. Esso è infatti troppo impegnato (e in questo senso la visita del Papa acquista una portata critica) nel progetto di adeguamento ai canoni predisposti dall’Unione Europea perché la candidatura della Turchia all’ingresso nell’Unione stessa divenga accettabile, per permettere che clamorosi gesti di insofferenza mettano a repentaglio tale progetto strategico. L’entrata della Turchia nell’Unione è infatti enormemente importante per entrambe le parti: per l’Europa, che vedrebbe rafforzato il suo fianco sud; e per la Turchia, che eviterebbe di essere risucchiata nel crogiolo delle crisi mediorientali.

Un crogiolo, questo, da quale giungono quasi sempre e solo notizie funeste, tra le quali risalta invece come un segno di speranza l’annunciato accordo fra il governo di Israele e il presidente dell’Autorità islamica, per una cessazione del fuoco. Sono mesi che la guerriglia fomentata da Hamas e seguita dal contrappunto delle ritorsioni israeliane, impediva una ripresa del dialogo. Ora l’adesione di Hamas, per quanto accompagnata da molte reticenze, appare più ferma che in passato. In questo clima, il fatto che il governo Olmert abbia sospeso la massiccia offensiva in preparazione e tolleri, senza reagire, minori violazioni converge con gli sforzi del presidente Abu Mazen nell’offrire una certa luce di speranza.

Il dialogo fra l’occidente e il mondo islamico segna così, pur con le distinzioni del caso e le doverose differenze da segnalare, un momento nel quale il pessimismo cosmico viene finalmente contraddetto da segnali che lo smentiscono.


27 novembre 2006 - Il Messaggero

Germania. Un anno da cancelliera. La Merkel al congresso affronta una CDU divisa
di Walter Rauhe

Soddisfazione per l'operato della grande coalizione di Angela Merkel attualmente la esprimono solo i tradizionali cabaret politici della capitale. Sono soprattutto loro a profittare del crescente malcontento popolare nei confronti della "Frau Kanzlerin" e di un partito cristianodemocratico che nei sondaggi cala a picco. «In questo Angela Merkel non si differenzia minimamente dai suoi predecessori Kohl e Schroeder, che all'avvio dei loro cancellierati facevano soprattutto ridere», sentenzia il direttore del cabaret satirico berlinese "Die Diestel", Frank Luedecke.

Poco da ridere ha invece la stessa Merkel, che al suo primo congresso nazionale della Cdu in veste di cancelliera oggi a Dresda, e mentre la sua Grosse Koalition compie un anno di vita, deve fare i conti con un partito fortemente diviso al suo interno tra la corrente più neoliberista e conservatrice e quella più sindacale e moderata di sinistra. Decisivo per lei sarà innanzitutto il risultato col quale i mille delegati la riconfermeranno alla presidenza del partito conservatore (all'ultimo aveva raggiunto 188% dei voti). Ma ancora più decisivi saranno i risultati dei quattro vice-presidenti, dei quali ben tre sono avversari politici della cancelliera. Jurgen Ruettgers ad esempio, governatore del Nord-Reno Vestfalia che vorrebbe una svolta a sinistra della Cdu ed un'accentuazione dei temi sociali e sindacali nel programma di partito. E’ sua la proposta di prolungare l'erogazione dei sussidi di disoccupazione per gli anziani e alleggerire alcuni dei tagli allo stato sociale decisi dall'ex governo Schroeder. Ruettgers sogna di una Cdu che al centro del programma non ponga più le libere leggi del mercato, bensì quelle della giustizia sociale e della solidarietà. Sul versante opposto troviamo invece i governatori dell'Assia e della Bassa Sassonia Roland Koch e Christian Wulff, esponenti dell'ala neoliberista e più conservatrice del partito che mettono in guardia nei confronti di una "svolta a sinistra" dei cristianodemocratici. «lì nostro compito resta quello di porre le condizioni ideali afflnché il mercato generi da solo crescita economica, prosperità e posti di lavoro», predica Roland Koch. La controversia tra le due ali del partito ha evidenziato l'imbarazzo della Merkel ad assumere una sua posizione precisa e la sua incapacità a dettare la rotta da prendere. Come presidente della Cdu l'avrebbe anche potuto fare. Ma come cancelliera di una grande coalizione con i socialdemocratici, è costretta a mantenere un ruolo equilibrato tra le parti.


26 novembre - Il Tempo

L’Italia è poco rappresentata in Europa
Il ministro corre ai ripari e vola a Bruxelles
di Luigi Frasca

Amareggiata, infastidita, decisamente arrabbiata. Gli uomini vicini ad Emma Bonino non risparmiano aggettivi per descrivere l’umore del ministro delle Politiche Comunitarie dopo che l’Italia è rimasta tagliata fuori dal giro di nomine ai piani alti della Commissione Ue. In ballo c’erano le poltrone di due direttori generali, sette vice e un capo delegazione a Ginevra. In ballo c’era la possibilità di far recuperare un certo peso all’Italia (ad oggi abbiamo tre direzioni generali «leggere», esattamente come l’Irlanda). Siamo rimasti a bocca asciutta e la cosa non ha lasciato indifferente la Bonino che è subito corsa ai ripari scrivendo una lettera al vicepresidente della Commissione Ue, l’estone Siim Kallas, che ha la delega al personale e che incontrerà personalmente domani a Bruxelles per chiedere spiegazioni.
Certo, fonti vicine al ministro, fanno notare che, per il momento, sono state fatte «relativamente poche nomine» e che, per lo pi
ù, si è trattato di «mutamenti interni». Inoltre, aggiungono, «a luglio l’italiano Marco Buti è stato nominato direttore generale aggiunto agli affari economici. Una nomina di peso che in Italia è passata in sordina». Questo non significa, però, che il problema non esista.
«A lasciarci insoddisfatti - spiegano al ministero - è soprattutto il metodo. Un metodo che ha portato a nomine di bandiera più che di merito. Così ad essere premiati sono stati soprattutto tedeschi e francesi che, evidentemente, hanno un peso maggiore del nostro Paese». Già perché nessuno nasconde che l’Italia, a differenza degli altri, «ha grosse difficoltà a fare sistema». «È vero - spiegano al ministero - tutte le volte che il ministro Bonino è andata a Strasburgo ha ribadito la necessità di rilanciare la nostra rappresentanza ma poi, se il vicepresidente Frattini, la Farnesina e Palazzo Chigi non si muovono, è difficile condurre una battaglia in solitaria. Anche perché il nostro Paese è tra i fondatori della Ue, ha funzionari validissimi ed è ingiusto che risulti sottorappresentato nelle posizioni di rilievo della Commissione». In ogni caso la fiducia non manca.
Secondo una ricerca fatta recentemente a Bruxelles, infatti, l’Italia è seconda solo alla Francia nella fascia di funzionari tra i 30 e 35 anni. Questo significa che, potenzialmente, tra 10 anni, nei posti che contano potrebbero arrivare molti italiani. «L’importante - commentano al ministero - è che quello che è accaduto serva da pungolo per fare più sistema. È vero, in questo momento siamo in svantaggio, soffriamo, ma questo non significa che non possiamo recuperare». E l’occasione per rialzare la testa potrebbe arrivare già nei prossimi mesi. L’ultima tornata di nomine, infatti, ha lasciato dei posti vacanti che, presto, dovrebbero essere coperti. Al ministero delle Politiche Comunitarie assicurano che alla Bonino, sia il Presidente del Consiglio che il ministro degli Esteri si stiano muovendo per non rimanere tagliati fuori. Meglio tardi che mai.

 


24 novembre - Il Sole 24 Ore

Un Paese pigro nella cultura economica
di Salvatore Carrubba

Una settimana fa è morto Milton Friedman: la scomparsa del grande economista, rapidamente digerita in Italia, continua a suscitare commenti e ricordi sui giornali internazionali. Da ultimo, mercoledì, il «Financial Times» ha definito Milton Friedman l'economista più autorevole dei tempi moderni assieme, naturalmente, a John Maynard Keynes (ho sempre trovato divertente che a metà strada tra Londra e Birmingham sia sorta una nuova città, Milton Keynes, che casualmente assomma i nomi di due economisti così diversi).

La disparità del trattamento riservato a Friedman in Italia e all'estero è significativa del clima culturale italiano, soprattutto di quello degli anni passati. Quando Friedman ricevette tra i primi il premio Nobel per l'economia, il suo nome era pressoché sconosciuto in Italia; i suoi allievi si contavano sulle dita di una mano, per non dire sulle nocche di un dito (a me viene in mente Antonio Martino); chi lo conosceva, considerava Friedman un conservatore incallito che non aveva proprio nulla da insegnare nel nostro Paese. Non è un caso che, negli stessi anni, Ronald Reagan e Margaret Thatcher fossero considerati, nella migliore delle ipotesi, degli stravaganti fuori dalla storia; nella peggiore, dei semi-criminali ansiosi di distruggere il welfare state. Peccato poi che i due vincessero le elezioni nei loro Paesi, di cui avevano saputo interpretare ansie, domande e bisogni che alla stra­grande maggioranza degli intellettuali e dei giornalisti europei erano totalmente ignoti.

Del resto, in quegli anni, quanti erano gli economisti italiani che non dico studiassero, ma semplice­mente conoscessero Luigi Einaudi? Diciamolo pure, nessuno, tranne la sparuta setta facente capo a Sergio Ricossa (del quale è stato appena ripubblicato da Rubbettino e Leonardo Facco La fine dell'economia-Saggio sulla perfezione, di cui consiglio vivamente la lettura). E non diamo la colpa all'abusata egemonia della sinistra: anche chi apparteneva a parrocchie ideologiche diverse, anche chi non era comunista ma laico, democratico, addirittura liberale, quando andava a studiare all'estero si abbeverava alle fonti keynesiane e dei suoi epigoni (versione Sraffa, per esempio) e non sentiva la minima curiosità di conoscere quello che stava succedendo negli Usa: un'autentica e silenziosa rivoluzione intellettuale, una delle più poderose del 900, di cui Friedman, con pochi altri, è stato il protagonista indiscusso.

Sempre in quegli anni, chi coltivava e leggeva Popper? E Hayek? O Buchanan? Ogni anno si verificava così la stessa, mesta cerimonia: quando, in autunno, si annunciava il premio Nobel per l'Economia che regolarmente premiava i protagonisti di quella rivoluzione, in molti giornali era la disperazione, perché era ben difficile trovare qualcuno che conoscesse i premiati e li potesse presentare al pubblico italiano. Da parte loro, le case editrici si guardavano bene dal tradurre i loro titoli. Quando lo facevano, sembrava che se ne vergognassero: il primo libro di Friedman tradotto in Italia, Capitalism and Freedom, s'intitolava, pudicamente, Efficienza economica e libertà, per non utilizzare un termine che allora aveva un che di sulfureo.

Il risultato di questa pigrizia intellettuale condita da una robusta dose di conformismo è stato che l'Italia e gran parte dell'Europa sono uscite dalle grandi correnti intellettuali degli anni 70 e 80 che hanno rinnovato il mondo. Ed è paradossale che Friedman (e non dimentichiamo la moglie Rose) abbia raccolto l'ultimo trionfo in un Paese comunista, la Cina, che ormai, molto spesso, mostra di credere nel capitalismo più di noi.


24 novembre - Corriere della Sera

I miliardari americani a caccia di giornali: è la sindrome Citizen Kane
di Massimo Gaggi

Anno 2014. Google, che nel 2008 si è fusa con Amazon (libri on line) diventando Googlezon, ha da tempo sconvolto la comunicazione con Epic (Evolving Personalized Information Construct), un sistema che filtra, riordina e distribuisce tutte le notizie. Il mondo è un operoso alveare in cui tutti partecipano alla produzione di informazioni online e ricevono una piccola quota del reddito prodotto con la pubblicità distribuita in rete. Una «democrazia perfetta» dei media dal sapore molto orwelliano. Ma il New York Times, che nel frattempo si è ritirato dalle edicole, si ribella e decide di tornare alla carta: lascia Internet e diventa una newsletter per le classi dirigenti e gli anziani. Prodotto artigianalmente e distribuito nel 2004 in rete, «Epic 2014» è stato a lungo un filmino di culto per i bloggers americani che, a differenza di chi scrive, non riescono a vedere nulla di inquietante in un simile futuro.

Lo scenario è fantascientifico, certo, ma a due anni di distanza la realtà ha già reso obsoleta una parte della storia. Non c'è Googlezon, ma c'è già Google-Tube, visto che la società di Larry Page e Sergey Brin ha comprato You Tube, il sito che colleziona milioni di video, convinta che il futuro della tv sia qui. E i giornali, sempre più in crisi, hanno cominciato a scendere a patti con gli odiati nemici della rete (Google e Yahoo!) che hanno imparato a raccogliere pubblicità in modo molto efficiente via Internet e ora lo fanno anche per conto della carta stampata.

Gli ultimi sei mesi sono stati duri per i quotidiani Usa: crisi della pubblicità e il calo delle vendite più marcato degli ultimi 15 anni. La catena di giornali Knight Ridder è stata venduta e smembrata, Tribune Company, la società che controlla il Chicago Tribune, il Los Angeles Times e una serie di tv locali, si accinge a fare altrettanto. Le attività del gruppo non sono ancora state cedute solo perché gli azionisti sono delusi dai prezzi offerti. Dan Baquet, il direttore del quotidiano californiano che ha appena conquistato un grappolo di premi Pulitzer, è stato messo alla porta perché si è rifiutato di fare altri tagli in redazione. Stessa sorte è toccata al capo della struttura amministrativa. Le cose non vanno meglio altrove. Anche a Filadelfia il direttore dell'Enquirer è stato sostituito, mentre il Washington Post ha avviato un'altra ristrutturazione interna.

La finanza di Wall Street snobba l'editoria nonostante le imprese del settore offrano, in media, un rendimento del 17 per cento: il doppio di quelle dell'indice Fortune 500. Colpa delle prospettive non rosee, dicono gli esperti. Ma anche dei profitti «esagerati» (fino al 30% del fatturato) di qualche anno fa, quando i costi erano stati drasticamente abbattuti grazie alle nuove tecnologie elettroniche. Ma ora c'è una novità: mentre gli investitori di Borsa e le grandi corporation prendono il largo, si fanno avanti alcuni miliardari che dicono di voler comprare un giornale per difendere il ruolo civico della stampa, non per fare soldi.

Per il Los Angeles Times si sono già mossi in tanti: il produttore cinematografico David Geffen, l'immobiliarista Eli Broad, l'assicuratore Maurice Greenberg e il re dei supermercati Ron Burke. A Boston l'ex capo della General Electric, Jack Welch, ha fatto, invece, un'offerta per il Globe: respinta perché il giornale è in difficoltà, ma non in vendita. Molti danno il benvenuto a questi nuovi protagonisti ritenendo che possano riequilibrare l'«esasperazione finanziaria» del mercato, dando tempo agli editori per ripensare struttura e «confezione» dei giornali. Ma altri credono poco agli intenti filantropici di personaggi che, avendo grossi interessi nelle città in cui questi giornali vengono pubblicati, potrebbero in realtà diventare dei «Citizen Kane».


24 novembre - Corriere della Sera

«Francesi autorizzati a sparare sui jet israeliani»
di Davide Frattini

I soldati fran­cesi sarebbero stati autorizzati a sparare contro i jet israeliani che sorvolano il sud del Libano. «Gli ordini per i nostri militari sono chiari — ha detto un ufficiale al Jerusalem Post —. I loro armamenti sono per autodifesa e hanno il diritto di usare la forza, se dovessero sentirsi minacciati com'è successo il 31 ottobre».

Il 31 ottobre un caccia israeliano ha simulato un raid, volando a bassa quota sopra una postazione dell'Unifil. «Le nostre truppe — ha riferito dopo l'incidente il ministro della Difesa Michèle Alliot-Marie in Parlamento — hanno evitato di poco la catastrofe». I francesi ripetono che i sorvoli sono una violazione della risoluzione Onu 1701, che ha definito il cessate il fuoco dopo 34 giorni di guerra.

Il generale israeliano Ido Nehushtan è andato a Parigi per spiegare la posizione dello Stato Maggiore: le sortite servono per ottenere informazioni di intelligence sui movimenti dell’Hezbollah e sui tentativi di far arrivare armi ai miliziani attraverso il confine con la Siria. I servizi segreti militari si preparano a un altro conflitto sul fronte Nord tra la primavera e l'estate del 2007: l'attacco — avvertono — potrebbe essere coordinato dal movimento fondamentalista sciita con la Siria. Fonti della sicurezza hanno rivelato al britannico Sunday Times che l'Hezbollah sta continuando ad accumulare armi. «Riteniamo che adesso siano in possesso di 20 mila razzi, più di quanti ne avevano prima della guerra».

Lo sceicco Hassan Nasrallah, in un'intervista alla televisione Al Manar, ha proclamato che l'organizzazione avrebbe accumulato 30 mila missili, sufficienti per cinque mesi di conflitto.

I sorvoli dei jet — spiegano gli israeliani — permettono di monitorare i preparativi dei miliziani. «Soltanto un controllo continuo garantisce di individuare dove si stanno costruendo i bunker e i depositi». Gli Hezbollah si starebbero per ora muovendo soprattutto a Nord del fiume Litani.


24 novembre - La Stampa

Tra Roma e Tripoli, parte il disgelo
di Guido Ruotolo

Massimo D'Alema rompe il ghiaccio: «Vedo che anche lei tra un po’ avrà i baffi». Muammar Gheddafi risponde: «Mi dicono che lei è molto amante del mare. Deserto e mare sono simili...». I giornalisti vengono invitati a lasciare la sala dell'incontro, nella blindatissima «Bab al Azizia» dove il giorno prima il leader libico aveva fatto una «lezione di storia» a un centinaio di ministri dei paesi Ue e africani. Parlano per più di un'ora il leader libico - che aveva avuto prima un colloquio con Giuliano Amato - e il nostro ministro degli Esteri.

Un incontro atteso. Non un invito dell'ultima ora, in occasione della Conferenza Ue-Africa sull'immigrazione e la cooperazione allo sviluppo. D'Alema, alla fine, è soddisfatto, perché si «sono gettate le premesse per trovare l'intesa, per superare il contenzioso che si trascina da molti anni circa il problema delle compensazioni». Anche fonti libiche parlano di «colloquio molto positivo». Il contenzioso non è stato risolto, ma il nostro ministro degli Esteri torna a Roma con una indicazione di massima: «Ne dovrò parlare con Prodi». Gheddafi ha riproposto la questione del «grande gesto» riparatore per il periodo coloniale. Conferma D'Alema: «Non si può assolutamente dire che hanno rinunciato all'autostrada». Dovevano essere 1.200 chilometri d'asfalto, una litoranea che collega la Tunisia all'Egitto, così come promise il governo Berlusconi. Potrebbe diventare, fanno sapere fonti governative italiane, «un'opera infrastrutturale di grande visibilità da realizzare in fasi protratte nel tempo». Forse una strada, o un ospedale. A definirlo sarà il negoziato bilaterale: «Dovrà chiudersi presto - dice D’Alema - e dovrà risolvere interessi che possono conciliarsi». Dunque le «compensazioni» dovranno rispondere a una logica del «dare e dell'avere»: «Ci sono richieste della Libia all'Italia, ci sono rilevanti, direi rilevantissimi interessi italiani verso la Libia». Non sono solo i crediti avanzati dalle imprese italiane (650 milioni di dollari, valore anni '80), o i beni confiscati ai ventimila italiani espulsi nel 1970 (che chiedono 250 milioni di euro in cinque anni). D'Alema pensa «agli investimenti Eni che sono pari a 10 miliardi di euro», alle nuove quote di greggio da estrarre, al metano.

Il nodo degli sbarchi
Si è parlato anche di immigrazione. Del resto questo era all'ordine del giorno della Conferenza Ue-Africa che si è conclusa ieri, con l'approvazione di un documento che sollecita la creazione di un Fondo comune per l'immigrazione e lo sviluppo, e politiche di riammissione dei clandestini.

Racconta Amato: «Gheddafi ha insistito sul ruolo della Ue, che deve rendersi conto della condizione della Libia, paese di transito. Io gli ho segnalato che su 20 mila clandestini sbarcati finora a Lampedusa, 8.000 sono marocchini, che hanno attraversato legalmente la Libia prima di salpare per l'Italia. E che altri 2.500 sono eritrei».

Apre il centro d’accoglienza
Il nuovo clima tra Italia e Libia ha prodotto già i primi risultati: «Equipaggi misti sulle prossime motovedette che gli stiamo mandando - sintetizza Amato -, per addestrare i loro uomini».

Soprattutto sui pattugliamenti misti si sono fatti passi in avanti: «Malta e Italia, in collaborazione con la Libia, sotto la bandiera di Frontex, dovranno dare il via a pattugliamenti sotto costa. Contestualmente, la Ue dovrà sostenere, con risorse e mezzi, i pattugliamenti terrestri libici. Il primo dei tre centri d'accoglienza che l'Italia si è impegnata a costruire in Libia, è pronto. Al suo interno sarà presente anche l'Oim, l'organizzazione intergovernativa che si occupa di gestione dell'immigrazione.


23 novembre - Il Foglio

La Turchia, il Libano e l'Italia

L’Italia è un paese con grandi responsabilità su due fronti molto complicati dagli eventi recenti: il viaggio di Benedetto XVI in Turchia, la missione delle Nazioni Unite in Libano. La visita del Papa ci riguarda da vicino, e non può certo essere affidata soltanto alle buone cure delle guardie svizzere, perché il nostro paese ospita il Vaticano ed è tra i soci fondatori di quell'Europa a dir poco molto riluttante ad accogliere la Turchia. L'operazione internazionale in Libano è nata anche da un summit romano e presto avrà alla guida un italiano, forse proprio nel periodo più delicato della crisi libane­se, quando Hezbollah si sarà riarmato a puntino, come previsto da un fuorionda chiarificatore del presidente francese Jacques Chirac. Ora, con quello che accade in Turchia e in Libano, i segnali di seri rischi imminenti su entrambi i fronti si susseguono di giorno in giorno e dovrebbero essere accolti con preoccupazione e non sottovalutati dal governo e dall'opposizione.

In Turchia è in atto un pericoloso tentativo di preparare, nella migliore delle ipotesi, una trappola politico-mediatica o, nella peggiore, addirittura di impedire la libertà di movimento e di parola di Joseph Ratzinger. L'Italia sta facendo tutto il possibile, dal punto di vista politico, diplomatico e d'intelligence, per garantire la riuscita e la sicurezza del viaggio del Papa? A Beirut, da tempo e fino all'uccisione del ministro Gemayel, ci sono le avvisaglie di quella che molti analisti hanno già chiamato "la fase due" della crisi libanese, che inizierà quando Hezbollah si sentirà di nuovo libero di agire, forte del nuovo arsenale rinnovato sotto gli occhi impotenti della missione Unifil. L'Italia sta facendo tutto il possibile per ripensare o se del caso rafforzare, tenendo conto delle preoccupazioni che anche il ministro degli Esteri Massimo D'Alema riconosce come reali, la nostra iniziativa diplomatico-militare nell'area? Certo, proprio per i timori e il ruolo dell'Italia su questi fronti aperti, la maionese mediatico-giudiziaria impazzita attorno ai nostri servizi segreti andava governata meglio. Ma guardando all'oggi e al prossimo futuro viene da sperare che governo e opposizione sentano come necessario, urgente e vitale un senso di responsabilità generale, indispensabi­le sempre e soprattutto nei periodi e negli scenari più critici. Non è tempo, presidente Prodi, di iniziative estem­poranee, di interviste al Figaro e invocazioni al dialogo con la Siria, di summit mediatici, di assi Parigi-Madrid-Roma fini a se stessi. Serve invece una qualche forma di consultazione costante tra governo e opposizione. E' necessario creare contatti buoni a condividere decisioni, o almeno informazioni, diplomatiche e d'intelligence. La parola è abusata, ma in questo caso inevitabile: un paese come l'Italia ha bisogno di un senso di responsabilità "bipartisan" per affrontare crisi complicate e pericoli reali.


23 novembre - La Repubblica

Olanda. “Il Paese è nel panico, sta diventando iper-conservatore"
intervista a Ian Buruma

Come è possibile che l'enclave più progressista d'Europa, la patria del "sesso, droga e rock'n'roll” ,dei diritti dei gay e delle minoranze e dell'apertura verso il mondo, si sia trasformata in pochi anni in una nazione tra le più reazionarie e conservatrici del continente, almeno in materia di immigrazione? Nel suo nuovo libro, "Omicidio ad Amsterdam" (che uscirà per Einaudi ad aprile), lo scrittore lan Buruma tenta di andare alle radici del "male olandese". Buruma, che è nato in Olanda ma vive in America ed insegna al Bard College di New York, è tornato in patria per un'inchiesta reportage che muove i passi dal canale dove nel novembre 2004 un giovane marocchino squartò il regista Theo Van Gogh. “Quello choc ha provocato una reazione di panico che esiste tuttora e che plasma e condiziona l'intera classe politica”, spiega Buruma.

Professor Buruma, nel sottotitolo del libro lei evoca i "limiti della tolleranza”, principio finora fondante di questa piccola monarchia costituzionale. Oggi sembra piuttosto l'intolleranza a guidare certi politici olandesi.
L'omicidio di Van Gogh ha spazzato via il modello multiculturale su cui era basata la convivenza tra le varie comunità. Vedendo un olandese di origine marocchina assassinare un uomo in pieno centro di Amsterdam, con un rito religioso e invocando il Corano, la gente si è convinta che gli immigrati dovessero essere forzati all'integrazione. Si crede che adeguando tutti i figli di immigrati ai nostri standard culturali cesserà la violenza e la minaccia fondamentalista".

Invece non è cosi?
”No, questa è stata una reazione dettata dal panico. Se ci fermiamo a guardare lucidamente la situazione, come ho cercato di fare nel mio libro, si noterà che le differenze culturali non hanno nulla a che vedere coni movimenti rivoluzionari islamici. I primi immigranti musulmani che negli anni Sessanta arrivarono in Olanda non erano estremisti né rivoluzionari. La retorica della guerra santa contro l'Occidente non appartiene al loro bagaglio culturale, è qualcosa di moderno che fa parte della società globale”.

La sinistra per prima si è allineata sulla linea dell'integrazione forzata.
“Sì, la sinistra è in difficoltà perché il modello di rispetto e tolleranza che aveva promosso per anni si è rivelato un disastro”.

Anche secondo lei è un modello che ha fallito?
“Sì, nella misura in cui si dice che non ci possono essere cittadini che non parlano la lingua nazionale o che non conoscono la Costituzione. Se invece arriviamo alla conclusione che bisogna intromettersi nelle tradizioni religiose allora non sono d'accordo”.

Come si combatte il fondamentalismo?
”Soltanto isolando le frange religiose che sono violente e rivoluzionarie, cercando di isolarle e combatterle. Accusare l'Islam rischia di allontanare i musulmani pacifici e moderati, che sono invece quelli di cui abbiamo bisogno per costruire la società di domani”.

Nel 2050 l'Olanda avrà una maggioranza di immigrati. Come si gestisce una trasformazione così rapida e profonda?
Ma non saranno più immigrati! Si tratterà della terza generazione di olandesi figli di immigrati. Forse Amsterdam assomiglierà più a New York, e allora non c'è nulla di cui preoccuparsi”.

L'Olanda è in questo senso un laboratorio politico per l'Europa?
“Negli ultimi quaranta anni è stato il Paese più liberale d'Europa e adesso rischia di essere proprio a causa della reazione di panico di cui dicevamo la più conservatrice".

E sorpreso dal fatto che i partiti populisti siano in calo?
”Se non fossero così divisi avrebbero più successo, d'altra parte in ogni Paese europeo c'è tra il 10 e il 15% degli elettori che sono attratti dal populismo di estrema destra. Anche se in Olanda non c'è una tradizione di estrema destra - il fascismo non ha mai attecchito - i piccoli partiti populisti raccolgono il sentimento di panico e disorientamento della gente. E se ci dovesse essere un altro attentato o omicidio politico da parte di musulmani, gli eredi di Fortuyn crescerebbero di nuovo”.

Lo scontro tra civiltà esiste?
“Non lo credo. Il peggior scontro è all'interno di ogni civiltà. Nel mondo musulmano si combattono moderati ed estremisti, e in Iraq le violenze tra sunniti e sciiti sono di gran lunga più gravi di quelle contro gli americani”.


23 novembre - Corriere della Sera

Gas liquido Così mai più paura dei russi
di Bill Emmott

Da quando la Russia ha chiuso i rubinetti del gas all'Ucraina a gennaio, per i leader economici e politici di tutt'Europa la questione della «sicurezza energetica» è diventata davvero… scottante!

Tutti sono in allarme. Corre voce che la Nato si stia già preoccupando che la Russia voglia mettere su un cartello di produttori di gas. Anche il governo tedesco si fa sentire.

Affermano, i tedeschi, che la sicurezza energetica sarà in cima alla lista delle priorità quando accederà alla presidenza dell'Unione Europea nella prima metà del prossimo anno. Ecco la nostra previsione: in tutti i vertici si farà un gran parlare ma senza intraprendere nessuna azione. Perché nessuno, e meno che mai la Germania, vuole offendere la Russia. La posta in gioco è troppo alta.

Eppure ci sono solo due modi per placare le ansie europee sulla sicurezza energetica: tramite investimenti mirati per diversificare le fonti di rifornimento di gas, al fine di ridurre la dipendenza dalla Russia; e sperando in una recessione americana, che rallenterebbe di molto la richiesta di gas e petrolio, tenendo bassi i prezzi per qualche anno anche di un bel po' e spostando l'equilibrio di forza dai produttori come la Russia verso i consumatori.

E' possibile che queste preghiere vengano esaudite. Il mercato immobiliare negli Usa è in discesa, e il rialzo dei prezzi degli ultimi anni si va sgonfiando. Questo, a sua volta, inciderà sui consumi, che metteranno un freno all'economia. Nessuno sa con certezza se ciò si limiterà a rallentare la crescita per qualche mese o innescherà una recessione vera e propria, con un conseguente aumento della disoccupazione. Ma qualunque cosa accada, la richiesta energetica globale subirà un raffreddamento, visto che l'America ne è il consumatore principale. I prezzi del petrolio sono già scesi di oltre il 25% rispetto ai massimi di luglio. Il cartello dei produttori di petrolio, l'Opec, tenta di tener alti i prezzi tagliando la produzione, ma dato che sono tutti Paesi assetati di profitti, è probabile che al loro interno scoppieranno dissensi e imbrogli.

Secondo le nostre previsioni, i prezzi del petrolio potrebbero scendere sotto i 50 dollari il barile, o addirittura a 400 meno nel prossimo anno, un fatto che sarà accolto con gioia dalle imprese, poiché è fondamentalmente speculativo. Chi crede veramente che il costo dell'energia scenderà? E la richiesta sempre crescente di India e Cina, dove la mettiamo? E la geopolitica? I prezzi potrebbero calare, ma il petrolio ha il brutto vizio di smentire tutti i pronostici.

Il vero problema dell'energia è l'instabilità dei prezzi che abbiamo registrato negli ultimi cinque anni, non il livello dei prezzi. E il vero problema dell'Europa non è il petrolio, bensì il gas. Certo, il prezzo del gas è condizionato dal prezzo del petrolio, visto che sono intercambiabili. Ma c'è una differenza. Mentre il petrolio ha un mercato globale unificato, con molte fonti di approvvigionamento tramite oleodotti e petroliere, il mercato del gas è suddiviso in regioni. lì prezzo in Nord America può differire molto dal prezzo europeo. Il motivo è che quasi tutto il gas viene distribuito dai gasdotti, pertanto i consumatori possono accedere solo alle fonti cui sono collegati. E su questo fa leva la Russia.

Quando gli europei si dicono allarmati alla prospettiva che, tra due decenni, dovranno importare l'80% del loro gas, rispetto al 50% odi oggi, e che la maggior parte dei rifornimenti giungerà dalla Russia, i russi rispondono che sono altrettanto preoccupati: avranno infatti un unico cliente. Questo è vero, ma niente affatto rassicurante per l'Europa, visto che il gigante russo del gas, Gazprom, sta cercando di comprare alcune società di distribuzione europee, in modo da incrementare il suo controllo.

Tuttavia si profila una soluzione all'orizzonte e gli europei dovrebbero discuterne nei loro summit in modo da adottarla al più presto. La soluzione sta nel gas liquido, che viene trasportato dalle navi cisterna e pertanto può essere acquistato in ogni parte del mondo. Al giorno d'oggi, il gas liquido costituisce solo il 7% di tutte le forniture globali ed è utilizzato principalmente da Giappone e Corea dei Sud. Il problema è che occorrono terminali specializzati per le navi cisterna, costosi da realizzare e alquanto brutti. L'Italia dispone di un unico terminale dì questo genere. Ne sono stati programmati altri, tra mille polemiche. L'Italia dovrebbe affrettarsi a superare queste controversie e a costruirne di nuovi, il prima possibile. Quando il gas arriverà anche con le navi cisterna, e non solo dai gasdotti, non ci sarà motivo di aver paura dei russi.


23 novembre - La Repubblica

Il potere nascosto dei media globali
di Timothy Garton Ash

Forse non lo sapete ma in questo momento avete sotto gli occhi un'arma più potente della maggioranza di quelle in dotazione alle forze armate Usa. Una bomba a grappolo è in grado di uccidere o mutilare migliaia di persone ma quest'arma può portare milioni di individui ad acconsentire che i loro governi diano avvio a nuove guerre. Quest'arma si chiama giornale. Al giorno d'oggi la sua azione si esplica per lo più tramite disseminazione sugli schermi elettronici. Le fanno compagnia nel nuovo arsenale la radio, la televisione, i blog, le trasmissioni via in
ternet e gli sms.

La crescita del potere dei media è una delle principali realtà del nostro tempo. I giornalisti si sono tradizionalmente attribuiti un ruolo di vigilanza nei confronti del potere, fosse esso politico, militare o economico. Oggi godono di un potere superiore rispetto a quelli canonici. Rivedendo la sua famosa "Anatomia della Gran Bretagna" a quarant'anni dalla prima pubblicazione, nel 1962, il giornalista Anthony Sampson conclude che “in Gran Bretagna nessun settore ha accresciuto il suo potere più rapidamente dei media”. E non solo in quel paese. In tutto il mondo i governi, i terroristi, le grandi imprese e le Ong assegnano la massima priorità alla diffusione del proprio messaggio attraverso i media.

L'11 settembre 2001 i terroristi di Ai Qaeda sfruttarono il potere dei media per moltiplicare milioni di volte l'impatto della loro terribile azione. L'11 settembre è diventato l'11 settembre perché mezza umanità ha potuto guardare indiretta il crollo delle torri gemelle in tv e molti hanno potuto rivederlo sugli schermi del computer, replicato 24 ore su 24, 7 giorni su 7 dai media globali su piattaforme multiple. Lo stesso vale per la guerra in Iraq. Il convincimento comune a molti che Saddam Hussein disponesse di armi di distruzione di massa era solo frutto dell'inganno messo in atto dai governi di Washington e di Londra, che "imbastendo" e diffondendo informazioni distorte per il tramite del “New York Times” e di altri media di consolidata reputazione, normalmente credibili, fecero passare il falso per vero.

Per i media come per gli armamenti l'accresciuta potenza è frutto dell'innovazione tecnologica. Nel giornalismo come in guerra le nuove tecnologie danno luogo a opportunità senza precedenti, e a rischi altrettanto imponenti.

Quando, trent'anni fa, iniziai la mia carriera di giornalista come inviato in una Berlino divisa, avevo a disposizione una penna, un taccuino e una macchina da scrivere manuale. Per mandare il pezzo dovevo raggiungere un ufficio telex, punzonare o far punzonare un nastro telex e introdurlo in un macchinario scoppiettante. Le possibilità di ritardo, di errori di comunicazione e di incorrere nella censura locale erano innumerevoli.

Oggi gli inviati multimediali del “Guardian” o della “BBC” possono mandare un videoreportage digitale pressoché in tempo reale e senza censure dalle vette dell'Hindu Kush, via laptop e telefono satellitare, quasi direttamente sul vostro schermo. Oggi si ha la possibilità di fare cronaca direttamente dal luogo degli eventi con un'immediatezza e una precisione che prima i corrispondenti dall'estero potevano solo sognare.

Ma con altrettanta facilità si possono diffondere notizie false o esagerate e falsificare le immagini digitali. Esistono possibilità di manipolazione, distorsione e istigazione che trent'anni fa non c'erano. Pensate al ruolo dei siti web jihadisti radicali nel reclutamento dei terroristi locali in Europa. Più che mai conta come queste armi straordinariamente potenti vengono utilizzate, per illuminare le masse, per ingannarle o per stimolarle, e questo dipende dai valori che guidano chi le maneggia. Sul fronte dei valori questa settimana si sono registrati due incoraggianti sviluppi. Li chiamerò per brevità “Al Jazeera” e Oxford. Forse l'accostamento vi lascerà sconcertati, un po' come accoppiare semtex e sherry, ma forse e perché avete un'immagine superata e distorta di entrambi, per cui “Al Jazeera” evoca echi di Al Qaeda e Oxford una torre d'avorio con docenti universitari che tracannano porto. (Ma chi è che perpetua queste immagini? Continuiamo a dare la colpa ai media...).

A mezzogiorno di mercoledì della scorsa settimana stavo guardando in tv la prima ora di trasmissione del notiziario di “Al Jazeera English”, il nuovo canale in lingua inglese di “Al Jazeera”. E’ chiaro da tempo, data la qualità dei giornalisti soffiati a “Bbc”, “Itn”, “Cnn”, “Sky”, ”Reuters” e altre emittenti, che “Al Jazeera” ha intenzione di battere i principali media giornalistici occidentali con le loro armi. Il codice deontologico di “Al Jazeera”, pubblicato sul sito web dell'emittente, è positivamente irto di rassicuranti termini simil BBC: “correttezza, equilibrio, indipendenza, credibilità”, "fedele ricostruzione dei fatti”, distinguendo le notizie dalle opinioni e così via. Anche la costituzione dell'Unione Sovietica era colma di nobili promesse. Ma, come si dice dalle mie parti, il budino va mangiato per sapere se è buono.

Il primo assaggio è stato appetitoso. L'intento dichiarato di “Al Jazeera” di “dare un ordine di priorità alle notizie” si è manifestato attraverso la scelta e l'ordine di presentazione dei servizi piuttosto che tramite un approccio preconcetto: primo la striscia di Gaza, secondo il Darfur, terzo l'Iran, quarto lo Zimbabwe. In altre parole si è deciso di attirare la nostra attenzione sistematicamente sulle sofferenze e le esperienze del mondo in via di sviluppo e soprattutto sul Medio Oriente. Lo stile era piu quello di “BBC World” che di “Fox News”, per non parlare di esempi di propaganda più rudimentale. A condurre il servizio sull'esordio dell'emittente era Mike Hanna, veterano corrispondente britannico e nel corso dell'ora si sono sentite altre voci conosciute. (Persino le previsioni del tempo erano affidate ad una briosa conduttrice britannica che prometteva sole in Medio Oriente). Nel corso del notiziario si è insistito molto sulle sofferenze dei palestinesi nella Striscia di Gaza, ma ce n'è ben donde, e a fondo schermo scorreva un flash di agenzia che con precisione e correttezza riportava: “Donna israeliana uccisa da un missile palestinese”.

Nel complesso è stato un esordio eccellente, a dire il vero una delle cose più incoraggianti scaturite dal Medio Oriente da qualche tempo. Ma il banco di prova si avrà quando verrà il momento di trattare dei disordini in Arabia Saudita e riportare giorno per giorno il malcontento nei confronti di altri regimi arabi. Sarà solo uno scrutinio paziente spassionato ed analitico delle trasmissioni di “Al Jazeera” paragonandole con imparzialità a quelle di altre emittenti internazionali a stabilire se il nuovo canale è all'altezza delle sue lusinghiere aspirazioni.

E qui entra in campo Oxford. Lunedì scorso è stato inaugurato il nuovo Reuters Institute for the Study of journalism presso l'Universita di Oxford, nel corso di una cerimonia che vedrà la presenza dell'executive editor del “Washington Post”, del responsabile per la cronaca della “BBC” e del direttore generale di”Al Jazeera” impegnati in un dibattito sul tema del giornalismo del dopo Iraq. Quello che noi dell'Istituto Reuters cerchiamo di fare (dico noi perché in qualche modo sono coinvolto nell'iniziativa) è proprio mettere in rapporto lo scrutinio paziente, spassionato, analitico con quella che si può forse definire la superpotenza meno conosciuta del mondo. Superando le tradizionali barriere di lieve diffidenza che separano accademici e giornalisti, l'istituto di Oxford si pone l'obiettivo di studiare l'effettivo operato dei giornalisti in media e paesi diversi con rigorosa scientificità attraverso una costante comparazione internazionale.

Nel mio duplice ruolo di accademico e di giornalista credo che i giornalisti dovrebbero continuare a considerare un importante componente della loro missione l'impegno di “testimoniare la verità di fronte al potere”. Ma se il giornalismo stesso e diventato un potere, ha anch'esso bisogno di verità. Il modo più certo di scoprire questa verità è di coniugare il meglio dell'operato dei giornalisti e degli accademici. Allora “Al Jazeera” potrà venire a dirci in che cosa, a suo giudizio, stiamo sbagliando.
 


23 novembre - Il Sole 24 Ore

Più protezionismo, sempre meno Europa
di Adriana Cerretelli

Attenta Italia. In Europa, dentro il suo mercato unico, soffia forte il ven­to di un nuovo protezionismo: la voglia di esportare i sacrifici in casa del vicino riportandosi a casa utili e posti di lavoro. Dopo il rigurgito di patriottismo economico, quello che l'inverno scorso a Parigi si mise di traverso sulla strada della scalata Enel a Gaz de France, ora si impone di prepotenza la brutale logica del colonialismo economico, la legge del più forte, degli egoismi nazionali. E non ci saranno lai, scioperi o freni inibitori che tengano, men che meno mediazioni vincenti da parte di Bruxelles. È il mercato, bellezza, che con la globalizzazione si fa ancora più spietato. In barba alle favole sull'Europa dal volto umano, sulla superiorità etica del suo modello di economia sociale di mercato.

La storia è presto detta. La tedesca Volkswagen taglierà 4mila dei 5.300 posti di lavoro nella fabbrica di Forest, vicino a Bruxelles, nonostante questa vanti uno dei migliori tassi di produttività in Europa. Presto potrebbe accadere lo stesso negli stabilimenti in Spagna e Portogallo. Motivo? La crisi del gruppo, la redditività insoddisfacente nonostante la ristrutturazione. E un accordo concluso con i sindacati tedeschi: aumento dell'orario di lavoro a parità di salario in cambio del ...parziale rimpatrio della produzione in Germania.

Grida, e non a torto, alla catastrofe nazionale il piccolo Belgio che già nel '97 subì un brutto scherzo analogo: quella volta fu la francese Renault a chiudere a sorpresa l'impianto di Vilvorde, facendo saltare oltre 3mila posti. La Commissione europea promette aiuti e fondi alla riqualificazione del nuovo esercito di disoccupati. Molto di più non può fare in un'Unione che si è data una moneta e un mercato (quasi) unico ma non una politica economica e fiscale europea e nemmeno una comune politica sociale, sindacale, del lavoro. Al contrario tutti, sia pure con diverse sfumature, vogliono che queste politiche resti­no appannaggio delle varie sovranità nazionali.

Da sempre le congiunture difficili scatenano in Europa i peggiori istinti nazionalistici innestando marce a ritroso nel processo di integrazione. A esasperarli oggi provvedono le sfide della globalizzazione e della competitività mondiale insieme all'irruzione dentro l'Unione delle nuove frontiere competitive dell'Est. I risultati si vedono. Sì, perché non ci sono solo Volkswagen e Renault a remare, dopo averlo ampiamente sfruttato, contro il mercato europeo degli altri per blindarsi, quando fa comodo, in quello nazionale.

Anche la Svezia, il Paese socialmente all'avanguardia in Europa, ha sbattuto la porta in faccia alla concorrenza dei nuovi europei dell'Est con la scusa della suprema tutela del suo modello di sviluppo (e livello di benessere). Quasi tutta la vecchia Europa ha chiuso ai lavoratori orientali e si prepara a fare lo stesso in gennaio con rumeni e bulgari. Mentre si allarga, il mercato unico lesina le promesse ai suoi attori più deboli. Diventa lentamente ma inesorabilmente terra di sfruttamento e di conquista a senso unico per i più forti, per i sistemi nazionali più integrati, più efficienti, flessibili e agguerriti.

Si fa sempre più mercato e sempre meno Europa, bellezza. Con la competitività regolarmente in calo, una produttività smorta, la crescita economica abbondantemente sotto la media Ue e il debito rigonfio, l'Italia rischia grosso. Senza un sistema-Paese né strutture industriali (salvo poche eccezioni) in grado di competere ad armi pari in Europa e fuori. Per ragioni diverse dal Belgio potrebbe farne la stessa fine del vaso di coccio tra quelli di ferro. Questa Europa neo-nazionalista - dai Governi, all'industria, ai sindacati fino alle pubbliche opinioni - non perdona nessuno. Nemmeno una fabbrica iperproduttiva come quella di Forest. Qualche anno fa la Krupp di Terni stava per fare la stessa fine. Si salvò in extremis. Difficilmente però la fortuna batte due volte alla stessa porta. Per questo il risanamento dei conti pubblici è essenziale ma le riforme strutturali, la palingenesi e il rilancio del sistema Italia lo sono ancora di più. A meno che, al tavolo europeo, non si scelga il posto dei subalterni.


23 novembre - La Stampa

Prodi-Chirac, nozze nell’aria
di Alessandro Barbera

La notizia, battuta nel pomeriggio dalle agenzie di stampa, ha mandato alle stelle il titolo in Borsa. La fusione fra Alitalia ed Air France-Klm entra ufficialmente nell’agenda di Romano Prodi. L’occasione è il vertice bilaterale di venerdì a Lucca con il presidente francese Jacques Chirac. «Cercheremo di capire se ci sono le condizioni per un’intesa», fanno sapere fonti diplomatiche di Palazzo Chigi, perché il futuro di Alitalia «sta particolarmente a cuore del premier». Dopo settimane di voci su interessamenti europei e non, il governo ammette che la trattativa su Alitalia passa solo per Parigi. Come anticipato da questo giornale, fra i vertici delle due società se ne parla sin da primavera. Ora è venuto il momento della politica. Sia nella maggioranza che nei sindacati (il 15 novembre sciopereranno assistenti di volo e personale di terra) c’è chi vede la fusione come un’annessione. Per questo Prodi considera il vertice decisivo per trattare una soluzione non punitiva.

Le questioni sul tavolo sono tre: i termini della fusione, il futuro di Fiumicino e Malpensa - ci sono lobby politiche che chiedono garanzie per entrambi gli scali - e la ristrutturazione. Per convincere la parte riottosa del governo - D’Alema e Rutelli in testa - Prodi vorrebbe far entrare nella partita un socio privato al quale cedere il 20% dell’attuale 49,9% in mano al Tesoro. Ieri il titolo ha chiuso in crescita del 5,16% a 0,94 euro anche sulle voci (smentite) che vedrebbero Banca Intesa impegnata a mettere insieme una cordata di imprenditori italiani. Fonti ben informate sul dossier però non escludono che Intesa o Deutsche Bank - le banche collocatrici dell’ultimo aumento di capitale - possano essere interessate a rilevare una quota.

Sul fronte della ristrutturazione si sa che i francesi hanno chiesto un ridimensionamento del personale navigante - in tutto 800 fra piloti e assistenti di volo - mentre non hanno chiarito le intenzioni sul personale di terra. Secondo quanto riferiscono le stesse fonti «Az Servizi» - la società di Fintecna che controlla quelle attività - rientrerà nel perimetro di Alitalia. Saranno cedute le attività amministrative e informatiche, mentre i francesi sono disponibili a mantenere le manutenzioni concentrate a Fiumicino. Resta il dubbio sugli altri servizi a terra come l’handling.
 

22 novembre - La Repubblica

Elezioni in Olanda, il governo tiene ma non sfonda. Crescono i socialisti

L'AJA - Strada tutta in salita in Olanda per la formazione del nuovo governo: alle elezioni politiche anticipate, i cristiano-democratici (Cda) di Jan Peter Balkenende si confermano il primo partito, senza però entusiasmare, mentre il Ps (sinistra radicale) dell'ex operaio Jan Marijnissen fa il pieno di voti.

Dopo i risultati di oggi, è molto probabile che per formare il nuovo esecutivo ci vorranno settimane, forse mesi. Nessun partito ha la maggioranza assoluta in parlamento e d'altra parte pure la formazione di una coalizione - imposta di fatto dal sistema elettorale olandese - si presenta molto difficile, visto che non ci sono i numeri per una soluzione rapida, nè a destra nè a sinistra.

Al termine della chiusura delle urne, i più contenti per il voto con il quale sono stati rinnovati i 150 seggi del parlamento sono stati i socialisti del 54enne Marijnissen, che - com'era ampiamente previsto - sono diventati il terzo partito del paese, passando da ben 9 a 25 seggi, sulla base dello scrutinio di quasi il 50% dei voti.

L'agguerrito Ps, noto fino a qualche anno fa come il 'partito anti' - visto il suo programma di contrapposizione su molti fronti (a cominciare dal 'no' alla Nato), passa da 9 a 25 seggi. Nati nel 1972 quale formazione maoista, per i socialisti quello di oggi rappresenta un doppio successo, perché con questo balzo sono riusciti a scavalcare i liberali del Vvd, che hanno a loro volta subito un calo consistente: da 28 a 22 seggi.

Al premier uscente Balkenende non è andata benissimo, ma ha comunque retto, visto che è passato da 44 a 40 seggi. In un modo o in un altro, l'abile 'Harry Potter' (come è stato soprannominato per la sua somiglianza col maghetto), della politica europea è riuscito a sedurre gli elettori con gli ottimi risultati ottenuti sul fronte dell' economia: paese in crescita al 3 per cento, conti pubblici in perfetto ordine, disoccupazione in ribasso. Sorridente e soddisfatto per i risultati, in nottata Balkenende si e presentato nella sede del suo partito, tra l'entusiasmo dei simpatizzanti del Cda, che, come alle elezioni Usa, gli urlavano: "ancora quattro anni" (di governo).

Peggio è andato - e anche questo era previsto - al secondo partito del paese, i laburisti del Pvda guidati da Wouter Bos, un cinquantenne che fino a pochi mesi fa sembrava destinato a prendere il posto di Balkenende, ma che ora si ritrova con 33 parlamentari: ne aveva 42, quasi quanti il Cda.

Fra i partiti minori, reggono i verdi (avranno 7 seggi), cala il centrista D66 (da 6 a 2 seggi), sale il partito calvinista Cristien Unie, che prende 7 seggi (+4), e che probabilmente avrà un ruolo chiave nelle trattative per la coalizione di governo.

Tra gli 'eredi' di Pim Fortuyn, il leader populista anti-immigrazione ucciso nel 2002, c'è d'altra parte un chiaro vincitore: il Partito per la libertà di Geert Wilders, oggi tra i più conosciuti politici del paese, che ama ripetere frasi quali "lo tsunami dell'islamizzazione ha colpito l'Olanda al cuore". Sempre su questo fronte è andata bene anche a Marco Pastors, in assoluto tra i politici anti-Islam più duri di tutto il Paese, che andrà in Parlamento.

Zero seggi invece per la Lista Pim Fortuyn: un vero disastro, visto che avevano ben otto parlamentari. Fra le novità spunta infine il Pvdd, la sigla del partito animalista, che per la prima volta entrerà nell assemblea nazionale, con due parlamentari.


22 novembre - Il Messaggero

Solo unita l’Europa può aiutare la pace
di Marco Guidi

Proprio nel giorno del rapimento a Gaza di due italiani, operatori della cooperazione a favore dei palestinesi, ormai è sempre più chiaro: l'infezione mediorientale non solo non è in via di guarigione, ma si sta estendendo pericolosamente. Mentre l'Iraq sprofonda sempre più in un mare di sangue e di ingovernabilità, mentre l'Afghanistan si sta avviando in modo sempre più percettibile sulla stessa strada, anche in Libano la situazione sta precipitando. L'assassinio del ministro Gemayel (un nome importantissimo per i cristiani libanesi), il ritiro dei ministri di hezbollah dal governo non fanno presagire nulla di buono per la stabilità del Paese dove siamo impegnati in prima persona.

Se si considera l'attività dell'Iran che ha convocato (questo il termine esatto) i governanti siriani e iracheni per costituire un nuovo asse di potere e di controllo sull'area, si capisce che le cose possono solo peggiorare.

In questo quadro sarebbe necessario l'intervento di un protagonista che finora ha agito in modo abbastanza diviso e frammentario, l'Europa. Di fronte a un'America sempre più invischiata in una situazione per la quale non pare trovare nessuna soluzione, di fronte al ritorno nell'area della Russia neoimperiale di Putin, di fronte alla sempre più massiccia presenza cinese, l'Europa deve trovare una voce comune e i mezzi per un intervento unitario. Intervenire in ordine sparso, come si è fatto e si sta facendo, sarebbe non solo un segnale di impotenza ma anche un grave errore, forse irreparabile. Ci si sta giocando la stabilità di un'immensa area geopolitica che va dall'Indo all'Atlantico, un'area oltretutto fondamentale per i rifornimenti energetici. L'Europa, tra l'altro, può agire con presupposti di successo oggi impensabili per un'America che desta sempre maggiore ostilità. Ma bisogna che, per ottenerlo, l'Europa decida finalmente di procedere con una sola volontà e una sola politica.
 


22 novembre - Corriere della Sera

«La Ue non può imporre standard di civiltà»
di Vladimir Putin

Alla vigilia del prossimo vertice che si terrà a Helsinki il 24 novembre desidero condividere le mie valutazioni riguardo ai rapporti esistenti tra la Russia e l'Unione Europea, soffermandomi in primo luogo sulle questioni strategiche fondamentali.

La Russia è, per propria natura, tradizione storica e culturale, un membro naturale della «fa­miglia europea». L'adesione all'Unione Europea non è l'obiettivo che ci poniamo. Ma, riflettendo sulle prospettive di lungo termine delle nostre relazioni, non vedo settori «chiusi» per una cooperazione strategica da pari a pari. Una partnership basata su aspirazioni e valori comuni.

È evidente che, parlando di valori comuni, non si può non tener conto della multiformità venutasi storicamente a creare nella unitaria civiltà europea. Imporre qui degli artificiali standard «medi» è inutile e profondamente errato. Voglio sottolineare che l'esperienza degli altri Paesi ci è di grande aiuto, tuttavia anche la Russia, con la sua ultramillenaria storia di formazione statale, ha di che condividere con i partner europei, ivi inclusa l'esperienza straordinaria di coesistenza di confessioni, etnie, culture diverse e del loro fertile reciproco arricchimento. Negli ultimi anni l'Unione Europea e la Russia sono diventati partner politici ed economici reciprocamente essenziali. Nello stesso tempo ci atteniamo rigorosamente al principio che questa collaborazione non deve essere artificialmente contrapposta ai rapporti esistenti con altri Paesi e aree geografiche. Sono convinto che un simile atteggiamento sia nell'interesse di tutti, anche dell'Unione Europea.

Le nostre relazioni acquisiscono un carattere veramente maturo e strutturato. La cooperazione settoriale accelera. Il dialogo nel campo della giustizia e degli affari interni è intenso. Si ampliano i contatti scientifici, culturali e umanitari. E tutti questi processi si sviluppano in modo ordinato e sistematico, nell'ambito della creazione di quattro spazi comuni: economico; della libertà, della sicurezza e della giustizia; della sicurezza esterna; della scienza e dell'istruzione, compresi gli aspetti culturali. C'è una consonanza di vedute nella valutazione dei problemi connessi alla sicurezza internazionale. La Russia e la Ue sono a favore del rafforzamento di regimi universali, innanzi tutto della non proliferazione. Malgrado tutte le divergenze tattiche, ci unisce l'aspirazione a risolvere in modo equanime i problemi internazionali più complessi, sia che si tratti della situazione in Medio Oriente che della soluzione della situazione sorta intorno al «dossier nucle­are» iraniano.

In Russia si segue con attenzione la dinamica dell'evoluzione interna dell'Unione Europea e ciò è del tutto logico: i ritmi di crescita delle nostre relazioni e il loro futuro dipendono molto dall'andamento della trasformazione interna dell'Ue, dalla possibilità che questa rimanga prevalentemente un'unione di Stati o che acquisisca funzioni sovranazionali. Siamo interessati alla stabilità e alla prevedibilità del no­stro maggior confinante. Contiamo sul fatto che le trasformazioni e l'allargamento della Ue non porteranno all'erosione del suo omogeneo campo giuridico. Innanzitutto nel campo della garanzia di diritti paritari per tutti i cittadini dell'Unione Europea, indipendentemente dalla loro origine e appartenenza nazionale e religiosa. Nel costruire la collaborazione con l'Unione Europea cerchiamo di lavorare per il futuro e non di vivere «alla giornata». Sono convinto che non si possa ridurre il nostro dialogo a importanti, ma in definitiva tecniche, questioni «settoriali» quali quelle concernenti quote, tariffe, antidumping, standard tecnici. Non nego l'importanza di discuterne e risolverle assieme. Ma ritengo che ciò che ci occorre è in primo luogo riflettere su come vogliamo reciprocamente vederci tra qualche decennio e cosa possiamo fare per i nostri cittadini. La posizione della Russia riguardo il futuro dei processi comuni europei è nota: la cosa principale è creare uno spazio economico unico e garantire la libera circolazione dei cittadini. Simili passi qualitativi di avvicinamento reciproco sono ciò che interessa alle comunità economiche, culturali e scientifiche. Per raggiungere questi obiettivi occorrerà percorrere una strada diffi­cile e abbastanza lunga, ma i punti di riferimento indicati Sono pienamente realistici. E molti nostri partner nell'Unione Europea condividono questa visione delle cose.

Nell'immediato dovremo avviare un lavoro congiunto su un nuovo documento di base, chiamato a sostituire l'Accordo del partenariato e della cooperazione, la cui scadenza è ormai prossima. Contiamo che nel corso dell'imminente summit di novembre tra la Russia e l'Unione Europea sarà dato il via a tale fase di negoziati. Il dialogo con i partner europei dimostra una vicinanza di posizioni riguardo a molti principi del futuro trattato già esistente. Dovrà essere a nostro avviso un documento conciso, di grande peso politico, rivolto al futuro, un documento in cui si definiscano gli obiettivi e i meccanismi per una cooperazione alla pari tra la Russia e l'Ue. E gli obiettivi dovranno essere indicati con estrema chiarezza.

Spero che il lavoro sul nuovo documento di ba­se possa avvicinare, e non dividere la Russia e l'Ue. I futuri negoziati non dovranno trasformarsi in uno scambio di reciproche pretese, e, naturalmente, non potremo voltare una nuova pagina nella storia della nostra collaborazione se avremo paura della nostra crescente interdipendenza. Penso non occorra ripetere per l'ennesima volta che simili timori sono in contraddizione con lo stato reale dei fatti nel continente europeo.

La questione sta evidentemente su un piano del tutto diverso. Chi parla del pericolo di una dipendenza dalla Russia inquadra le relazioni tra la Russia e l'Unione Europea nella visuale semplicistica in bianco e nero, e vorrebbe ridurle all'ormai superato schema del «noiloro». Lo ripeto: questo tipo di stereotipi è lontano dalla realtà, ma conservandosi nel pensiero e nell'azione politica crea il pericolo che in Europa appaiano nuove linee divisorie. Sono assolutamente convinto che il passato non debba dividerci: non possiamo riscrivere la storia. Il compito che oggi ci si pone è creare insieme il futuro della Russia e dell'Unione Europea come partner e alleati. La Russia è pron­ta, e spero che questo stesso approccio positivo prevalga anche nell'Unione Europea.


 22 novembre - La Stampa

 Olanda, è un referendum sul burqa
 
di Marco Zatterin

La luce è tenue nella sala d’attesa del Municipio di Rotterdam, un quadrato di panche segna il perimetro centrale del grande spazio finto-neoclassico. Della donna che entra si vedono solo gli occhi scuri come una notte senza stelle, lo sguardo profondo emerge dalla stretta feritoia del burqa nero. Nere sono la gonna, le calze e le scarpe. Nessuno pare farle caso, se non l’uomo della sicurezza. La segue da lontano mentre avanza verso il banco informazioni, lentamente si fa più vicino. Quando la donna prende il biglietto e si accomoda per aspettare il suo turno, il poliziotto si ritira. Ordinaria amministrazione. Qui, all’ultima frontiera dell’Olanda multietnica capita tutti i giorni.

NON PARLA CON NESSUNO
Rotterdam, ore 10.05, pioggia a catinelle. La donna in nero non parla con gli sconosciuti. Nell’attesa, ha invece voglia di conversare Grasilla, 27 anni, famiglia del Suriname, impiegata in un ufficio della centralissima Coolsingel. Anche lei non ha battuto ciglio davanti al burqa che il governo di centrodestra vuole mettere al bando, se gli olandesi oggi gli ridaranno fiducia. «Cambieranno idea - dice - è una trovata per attirare gli elettori populisti ancora indecisi. Il paese si sta spostando a sinistra, per loro sarà una lezione».

Grasilla voterà per i laburisti. Non è la sola a credere che il clima sia cambiato. «Da ragazzo ho vissuto a lungo a Rotterdam - racconta un’ora più tardi Abdelkader Benali, scrittore marocchino cresciuto nei Paesi Bassi -, il burqa si vedeva in giro già negli anni Ottanta. Quello che dà fastidio ai più tradizionalisti è che delle donne colte lo adottino per scelta religiosa. In realtà, per la maggior parte dei musulmani la questione non è importante. Lo si è visto dalle moderate reazioni alla proposta di abolizione annunciata dalla Signora Vedonk». Ovvero da «Rita d’acciaio», numero due dei conservatori del Vvd, anima dura della coalizione di centrodestra.

Benali disegna uno scenario in evoluzione. L’ondata estremista scatenata dall’assassinio di Pim Fortuyn, l’Hayder olandese ucciso alla vigilia delle elezioni del 2002, gli appare esaurita. «Si parla meno dell’immigrazione perché il governo ha fatto proprie alcune delle tematiche dei populisti e ha calmato gli spiriti - insiste lo scrittore -. D’altra parte il dibattito oggi è più maturo, fra gli olandesi e fra i musulmani. Molti si sono resi conto che le esigenze sono mutate e che le polemiche le provoca il governo per fini propri. Di qui la deriva a sinistra».

Ai piani alti del Municipio, il sindaco Peter Van Heemst, condivide solo in parte il giudizio. La giornata di vigilia elettorale è piena, l’incontro fugace. «I temi della campagna sono sempre gli stessi, il lavoro, la sicurezza sociale e personale - spiega il laburista -. Quello che è cambiato è il tono. Questa amministrazione comunale ha investito nel welfare e nella costruzione di nuovi alloggi, ha attuato una politica di conciliazione che sta avendo i suoi effetti». Dovreste andare a vedere com’è cambiato Feyenoord, dice un collaboratore. Detto fatto.

IL TONO E' CAMBIATO
Feyenoord, ore 13.35, cielo coperto e vento. Una donna senza il burqa sembra quasi l’eccezione in questo che i detrattori paragonano ad un Bronx senza grattacieli costruito su un terreno piatto come mille campi di calcio. È periferia nord di Rotterdam, la «Piccola Turchia». Il comune ha stabilito che senza un reddito minimo non si può prendere alloggio a Feyenoord. Gli edifici più malandati sono state abbattuti, sostituiti da nuovi più signorili a prezzi raddoppiati. È il tentativo di rimettere in moto la zona. Le strade hanno cambiato faccia, però gli immobili sono vuoti. Troppo cari. «Sono i populisti che vogliono cacciarci», commenta l’uomo del negozio del Kebab, che se la prende con Marco Pastor, leader del partito Leefbaar Rotterdam, seguace di Fortuyn. In città ha un seguito che vale il dieci per cento. A livello nazionale non supera l’uno. È l’effetto ultima frontiera. Le tensioni fra olandesi e immigrati restano. Con loro gli sguardi duri che ti salutano quando risali in macchina.

DOV'E' NATO IL GRANDE FREDDO
Hilversum, ore 15,25, sole, non una nuvola. Il nome di Pim Fortuyn è inciso in rilievo su una targa avvitata nel selciato del parcheggio di uno studio radiofonico di Mediapark, l’impero di John De Mole, il magnate Tv che ha inventato il Grande fratello. Sotto la sabbia bagnata si legge 6 maggio 2002, il giorno in cui il leader populista fu assassinato. Pochi giorni più tardi, il movimento a cui aveva appena dato vita fece tremare l'Europa democratica per i suoi proclami sciovinisti, gli inviti alla guerra santa, il rifiuto dell'Ue e un clamoroso successo elettorale. Conquistò il 17 per cento dei suffragi. Secondo i sondaggi gli xenofobi nazionalisti della lista Fortuyn valgono ora al massimo un deputato. Il testimone è passato al Partito della Libertà di Geert Wilders. Prenderà cinque o sei seggi, pare. L’ondata è finita davvero?

Amsterdam, ore 17,05, cielo di piombo, pioggia a schizzi. Non c'è nulla che ricordi Theo Van Gogh, il regista massacrato sulla Linnaeus Straat il 2 novembre 2004, per aver criticato «la minaccia islamica» con un suo film. Forse questa sobrietà la dice lunga sul cambiamento del Paese, su come Job Cohen, sindaco laburista, ebreo non praticante, abbia guidato la protesta per l’orribile delitto. Una rivoluzione. «L’effetto populista è scomparso - dichiara Sophie In’t Veld, centrista del D66 -. Difficile capire di cosa si parli, non sento l’Europa, l’Immigrazione come problema globale, il riscaldamento del pianeta, la qualità della democrazia». Il nodo è economico, risponde dall’opposizione il laburista Jan Marinus Wiersma: «Con la crescita al 3 per cento e i conti pubblici in attivo gli elettori si attendono un dividendo». Ecco il nodo. «Se nessuno si fa esplodere domani mattina il problema Islam in Olanda si può togliere dalle emergenze - riassume Benali -. Gli olandesi hanno capito che è il momento di voltare pagina».

 


21 novembre 2006 - Corriere della Sera
L'Olanda va al voto, divisa su burqa e libertà
di Giuseppe Sarcina

Saranno «le elezioni del burqa». Dodici milioni di olandesi, compresi un milione e duecentomila cittadini di origine straniera, voteranno per rinnovare il Parlamento, scegliere il nuovo premier, ma, so­prattutto, per dire se è davvero al termine l'epoca della «tolleranza infinita». I due contendenti ufficiali sono il premier uscente, il democristiano Jan Peter Balkenende, e il leader socialista Wouter Bos, figura emergente della sinistra europea (c'è chi lo chiama già il «Tony Blair arancione»). Ma le figure dominanti del momento politico-psicologico del Paese sono due donne. La prima è Ayan Hirsi Ali, deputata somala con passaporto olandese, allieva del regista Theo Van Gogh. La seconda è Rita Verdonk, ministro dell'immigrazione. Le elezioni anticipate nascono proprio dallo scontro Hirsi Ali-Verdonk, entrambe militanti del partito liberale, il Vvd. Nel giugno scorso esplose il «caso Hirsi Ali»: la parlamentare dichiarò in una lunga intervista di aver contraffatto i suoi dati anagrafici al momento di chiedere asilo politico al governo olandese. La Verdonk coronò mesi di linea dura sui temi immigrazione-integrazione annunciando che avrebbe ritirato il passaporto alla collega di partito. Poi la controversia prese un'altra strada: Hirsi Ali annunciò che sarebbe partita per gli Stati Uniti, ma le ricadute politiche furono comunque dirompenti. Il partito centrista D66 prese le distanze della Ver­donk e uscì dalla coalizione, piantando in asso il moderato, e interdetto, Balkenende.

Ora ci si attende dagli elettori un segnale. Sarà premiata la campagna intransigente della ministra liberale, cui si sono affiancati da ultimo i democristiani? Il futuro governo dei Paesi Bassi avrà il mandato per cambiare il modello multiculturale, introducendo, per esempio, una legge che vieta alle donne di indossare un velo integrale (il «burqa» o il «niqab») nei luoghi aperti al pubblico? La maggior parte dei sondaggi da per vincente la coalizione al potere. Balkenende potrebbe essere, dunque, riconfermato alla testa del governo. In effetti, negli ultimi mesi i democristiani hanno recuperato terreno sulla destra dello schieramento, assorbendo, innanzitutto, le spinte populiste e radicali che, quattro anni fa, avevano trovato un riferimento nella lista di Pim Fortuyn, assassinato proprio alla vigilia delle politiche. In parallelo Balkenende ha cavalcato la ripresa economica, arrivata giusto in tempo per l'appuntamento con le urne. Dopo tre anni da dimenticare, nel 2006 il ritmo di crescita sarà pari al 3%, con un tasso di disoccupazione ridotto al 5%.

La sinistra dunque, sempre stando alle previsioni della vigilia, non sarebbe in grado di scavalcare gli avversari. Anche se il nuovo segretario Bos ha fatto, oggettivamente, un intenso lavoro. Nel giro di neanche un anno ha aggiornato il repertorio programmatico del partito, incrociando i temi della sicurezza con proposte per riformare il welfare state, mantenendo praticamente inalterato il livello di garanzie sociali. Con questa rotta, nel marzo scorso, i socialisti hanno riconquistato una città chiave come Rotterdam, candidandosi alla guida del Paese. La sorpresa, però, potrebbe arrivare da una formazione della sinistra radicale: il Partito socialista (ex comunista) guidato da Jan Marijnissen. Alcune proiezioni lo accreditano addirittura al terzo posto, alle spalle di Balkenende e di Bos. In questo caso sarebbe davvero difficile formare il nuovo esecutivo: tanto che tra le ipotesi comincia a figurare anche quella di una «grande coalizione» alla tedesca tra democristiani e socialisti.


21 novembre 2006 - Il Sole 24 Ore
L'Europa dei mercati nelle secche nazionaliste
di Marco Onado

Non è un caso che nello stesso giorno in cui il Nasdaq ha lanciato l'ultimo e forse definitivo assalto alla Borsa di Londra il segretario del Tesoro americano, Hank Paulson, abbia aumentato il livello delle sue critiche alla regolamentazione del suo Paese. E sempre più evidente che il processo di consolidamento delle Borse riguarda non solo la competitività dei mercati, intesi come società che gestiscono gli scambi, ma la competitività fra sistemi di regolamentazione, dunque fra piazze finanziarie.

Le Borse tendono a concentrarsi fra loro per difendersi meglio dalla minaccia di sistemi alternativi di scambio e per poter conservare la loro posizione dominante con riduzioni di tariffe che consentano di non intaccare più di tanto gli attuali livelli di profitto che pochi giorni fa il Financial Times ha definito «ridicolmente elevati». Ma la posta in gioco è assai più alta della distribuzione degli attuali extra­profitti. I mercati finanziari coinvolgono interessi di carattere generale, in particolare quelli degli investitori, e nello stesso tempo sono un elemento fondamentale della competitività dell'industria nazionale. Paris Europlace e Finanzplatz Deutschland sono stati il luogo che ha cercato di guidare il proces­so di consolidamento, anche se spesso con derive nazionaliste che hanno determinato vari insuccessi, a cominciare dai non pochi subiti da Deutsche Borse. In questo quadro si è inserito da qualche tempo il dibattito sulla relazione fra regolamentazione e competitività della piaz­za finanziaria. Le preoccupazioni più vive sono espresse dagli americani, che stanno assistendo alla più significativa migrazione di nuove quotazioni dai loro mercati a quello londinese.

La quota americana sul valore totale delle Ipo era del 40 per cento nel 2000 e si è dimezzata negli ultimi tre anni, mentre quella di Londra è balzata dal 10 a oltre il 50 per cento. È uno spostamento troppo vistoso per essere casuale e per non stimolare tutte le autorità coinvolte anche indirettamente (persino il sindaco di New York, che peraltro è uno del mestiere) a cercare un rimedio immediato.

Il colpevole era stato inizialmente individuato nella legge Sarbanes-Oxley varata subito dopo gli scandali finanziari più gravi con ammirevole tempestività.

Fin troppo facile, come i libri gialli in cui l'assassino è il maggiordomo. In effetti, la legge impone costi addizionali non marginali, ma soprattutto richiede agli amministratori di rilasciare un'assicurazione (convalidata dai revisori) sulla adeguatezza dei controlli interni sulla cui necessità dopo tanti scandali non dovrebbero sussistere dubbi. Si può ovviamente discutere sulla maggiore o minore rigidità con cui questa norma può essere applicata, in particolare per le medie e piccole imprese, ma appare difficile credere che sia stato questo a determinare l'esodo di quotazioni da una sponda all'altra dell'Atlantico.

Il declino di competitività della piazza finanziaria americana (che per loro è l'equivalente di una sconfitta nella finale olimpica di basket) è iniziato ben prima della legge Sarbanes-Oxley e ha le sue origini in una regolamentazione che ha certo una buona reputazione per severità, ma che è spesso inutilmente dettagliata ed è frammentata fra più autorità di regolamentazione (ancora oggi la Sec non ha competenza sui mercati derivati). L'attivismo dei magistrati penali e delle corti civili (le transazioni perle varie class action negli ultimi dieci anni ammontano a 25 miliardi di dollari) ha ulteriormente elevato il costo totale della quotazione in un mercato americano.

L'assalto del Nasdaq al Lse è anche la conseguenza del grande successo del mercato londinese nel segmento delle imprese in crescita, grazie a regole particolarmente leggere e si spera ugualmente efficaci.

Non a caso qualche giorno fa il Governo inglese si era preoc­cupato di presentare un disegno di legge che dovrebbe impedire l'applicazione della legislazione americana in caso di acquisizione del Lse e dunque garantire il primato della Fsa inglese sulla Sec americana. Il che rappresenta quasi una benedizione a livello politico.

Proprio per questo, è sempre più probabile che l'esito finale della partita sia solo una questione di prezzo: la prima posizione negativa di Lse era scontata, ma ben difficilmente potrà essere mantenuta di fronte a futuri incrementi, che molti osservatori giudicano fortemente probabili.

E gli altri? Tutto lo scacchiere subisce un'accelerazione e questo mette in oggettiva difficoltà chi ha finora puntato nella direzione sbagliata (come i tedeschi) e chi si trova di nuovo alla casella di partenza, come Borsa Italiana. Ma se il Nasdaq dovesse avere successo su Londra e questo dovesse intensificare l'assalto del New York Stock Exchange, l'obiettivo di una Borsa europea diventerebbe praticamente impossibile e si rivelerebbe come una bella idea, sposata troppo tardi da politici impegnati fino a ieri a difendere i loro campioni nazionali. La vittoria anglosassone sull'Europa continentale sarà definitiva, anche grazie al più flessibile approccio dei regolatori; l'unica sorpresa rispetto ai pronostici iniziali è la bandiera sul pennone più alto: l’Union Jack e non quella a stelle e strisce.


 
 

20 novembre 2006 - La Repubblica
Il singolare balletto delle borse europee
di Luigi Spaventa

Registriamo per l'Europa un successo e un insuccesso: il successo di una direttiva europea, ancor prima che sia diventata legge negli Stati dell'unione; l'insuccesso di soggetti privati nazionali, che litigiosi e incapaci di guardare al di là di interessi particolari. si trovano all'improvviso esposti a una minacciosa concorrenza sopranazionale. La storia riguarda le borse e i mercati: arcana per le sue complessità, e tuttavia importante e meritevole di considerazione. Sinora esistevano le borse: mercati nazionali regolamentati su cui si concentravano gli scambi azionari.

Costituendo la concentrazione, quando non obbligo, comunque presunzione della migliore possibile esecuzione degli ordini del cliente da parte dell'intermediario. Un tempo le borse erano organi di natura pubblicistica (come in Italia e in Francia) o cooperativa, fra tutti i soggetti che vi operavano (come a Londra o a New York). Erano strutture antiquate, ma considerate un bene di pubblica utilità senza fini di lucro. I progressi della tecnologia informatica furono il primo motore di cambiamento: non più uomini che si agitavano alle grida in uno stanzone, ma piattaforme elettroniche che consentivano da ogni dove la trasmissione e l'esecuzione efficiente degli ordini; Milano fu all'avanguardia e New York (strano a dirsi) alla retroguardia. Contemporaneamente, anche a motivo degli ingenti investimenti richiesti, cominciò la privatizzazione delle borse: con strutture proprietarie aperte e contendibili o con azionariato prevalentemente riservato alle banche, come nella mediocre e mal concepita esperienza italiana. Privatizzate e costituite in forma societaria, le borse perseguirono naturalmente obiettivi di profitto: continuando tuttavia a godere di una posizione semi monopolistica come luogo di negoziazione obbligato (e ancor di più se riuscivano a controllare, e tariffare, le operazioni successive alle transazioni). Pur se le tariffe di negoziazione si sono ridotte, l'aumento dei volumi ha fatto gonfiare i profitti, sino a raggiungere multipli senza confronto (per la somma di Londra, Francoforte e Parigi Euronext rendimenti di oltre il 200 per cento, secondo il “Financial Times”).

Entra in scena il legislatore comunitario, con la direttiva sui mercati degli strumenti finanziari. Fra le tante innovazioni, una delle principali e la eliminazione del monopolio delle borse. Sparisce l'obbligo della concentrazione degli scambi, si apre lo spazio a una pluralità di mercati, anche transfrontalieri; non solo le borse tradizionali, ma anche piattaforme elettroniche di negoziazione multilaterale e financo sedi di transazione interni all'intermediario che può operare in contropartita. Il motto potrebbe essere: "mille mercati fioriscano". E' un progetto che può avere le sue controindicazioni (frammentazione della liquidità), ma che per certo rappresenta uno scossone potente all'assetto semimonopolistico esistente.

Che fanno le borse europee negli anni in cui questa sfida si manifesta? Indulgono in un singolare balletto: tutte riconoscendo che la risposta adeguata richiederebbe un accordo federale o di fusione, continuano a farsi reciprocamente proposte di matrimonio, ognuna alla fine respinta al mittente con livore e rancori.

Ed ecco la novità, che fa considerare con una certa pena queste lotte intestine. Sette delle maggiori banche d'investimento internazionali un elenco che comincia con Citigroup, passa per Goldman Sachs e finisce con UBS annunciano, che, traendo occasione dalla direttiva e con il proposito di aumentare l'efficienza e ridurre i costi, costruiranno esse una piattaforma di scambi pan europea, aperta ad ogni altro partecipante e su cui, compatibilmente con gli obblighi verso i clienti, convoglieranno i loro scambi. Quelle sette banche, da sole, fanno la metà degli scambi delle borse europee. La reazione dei mercati? Un calo della quotazione delle societa di borsa del 4-5 per cento, in vista della possibile perdita di volumi.

Bravi, viene da dire, senza spargere neppure una lagrima sull'antiquata nozione di "piazza finanziaria" tante piazze, che, continuando così, rischiano di ridursi a vicoli. Competition is competition diceva un noto personaggio, e l'effetto è sempre positivo: in questo caso,
un'accelerazione, comunque, verso un mercato meno frammentato; e un avviso ai monopolisti che i bei tempi stanno per finire.

 


20 novembre 2006 - Corriere della Sera
Il sogno nucleare e la partita a scacchi con Europa e Usa
di Sergio Romano

Poche settimane fa alcune navi da guerra degli Stati Uniti e altre provenienti da Paesi alleati, fra cui l'Italia, si sono esercitate nel Golfo. A molti osservatori è parso che l'esercitazione servisse a fare pratica di blocco navale per impedire che le merci proibite, se il Consiglio di sicurezza dell'Onu adotterà le sanzioni desiderate da Washington, raggiungano le coste dell'Iran. A Teheran le manovre sono state interpretate come una ma­nifestazione di ostilità e una forma di intimidazio­ne. Pochi giorni dopo gli iraniani hanno sperimentato numerosi missili Shahab-2 e Shahab-3: due ar­mi che possono colpire bersa­gli entro un raggio di duemila chilometri. Queste sperimenta­zioni e alcune imprudenti dichiarazioni di Yayhia Rahim Safavi, comandante delle Guardie della rivoluzione, so­no state interpretate in Europa e in America come una esplicita minaccia. Il Wall Street Journal ha colorato in grigio, su una carta geografica, i Paesi che possono essere colpiti da­gli Shahab: la Turchia, tutti gli Stati del Golfo, la Russia meri­dionale, le repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale, il Pakistan e l'India occidentale. «Siamo sorpresi — scrive un editoriale del giornale — che gli europei non siano preoccu­pati da questa minaccia. Spe­riamo che il presidente Bush e il prossimo Congresso concludano un patto bipartisan per bloccare il programma nuclea­re e missilistico dell'Iran».

Con qualche occasionale sprazzo di sereno (fra cui, in questi giorni, la lettera del presidente iraniano Ahmadinejad a Romano Prodi), questo è oggi il tono delle dichiarazioni e delle invettive che vengono fre­quentemente scambiate tra l'Iran degli Ayatollah e, con gradazioni diverse, alcuni Paesi occidentali, fra cui soprattutto gli Stati Uniti.

Nel corso di una conversazione con un gruppo di studiosi iraniani, in uno dei maggiori think tank di Teheran, ho cercato di spiegare che certe affermazioni del loro presidente, soprattutto sulla questione israeliana, hanno reso ancora più difficile il lavoro di quanti cercano un punto d'intesa. Ho detto che in Occidente lo stile di Mahmoud Ahmadinejad «non passa» e che le sue sortite hanno finito per accorciare la distanza tra le posizioni europee e quelle degli Stati Uniti. Come impassibili giocatori di scacchi i miei interlocutori mi hanno guardato silenziosamente senza che una qualsiasi increspatura sul loro viso lasciasse trapelare consenso o dissenso. Al centro della crisi, naturalmente, vi è il programma iraniano per l'arricchimento dell'uranio. Teheran non perde occasione per ribadire che il programma è esclusivamente civile e che l'arricchimento è permesso dal Trattato di non proliferazione. Gli europei temono che sia un primo passo verso la costruzione dell'arma suprema e molti americani, in particolare, rafforzano la tesi so­stenendo che una grande potenza energetica, ricca di petrolio e di gas, non ha alcun bisogno di energia atomica. Per la verità gli Stati Uniti hanno avuto in altri periodi una posizione molto diversa. Il programma nucleare iraniano comincia negli anni Sessanta con la collaborazione dell'America e decolla nel 1974, dopo lo shock petrolifero dell'anno precedente, con una lettera dell'ambasciatore americano a un collaboratore dello Scià in cui è scritto, tra l'altro: «Abbiamo preso nota dell'importanza prioritaria che Sua Maestà Imperiale attribuisce all'energia nucleare per lo sviluppo di fonti energetiche alternative. Questa è chiaramente un'area in cui possiamo utilmente dare il via a uno specifico programma di cooperazione e collaborazione». Qualche mese dopo il presidente Ford autorizzò la vendita all'Iran dì attrezzature per il trattamento e l'arricchimento dell'uranio. In cambio di quella concessione l'Iran avrebbe comprato otto reattori nucleari. Venne firmato un accordo per il valore di 15 miliardi di dollari che prevedeva la costruzione di otto centrali nucleari, capaci di produrre complessivamente 8.000 megawatt. Ma la parten­za dello Scià, il trionfale arrivo di Khomeini a Teheran, la rivoluzione e l'occupazione dell'ambasciata degli Stati Uniti seppellirono il programma sotto una montagna di accuse e recriminazioni.

Oggi le ragioni che spinsero lo Scià ad avviare un programma nucleare sono ancora più impellenti. Ho già ricordato qualche giorno fa che gli automobilisti iraniani pagano per la benzina un irrisorio prezzo politico e che il deficit di raffinazione costringe l'Iran a importare un quantitativo pari al 40% del fabbisogno nazionale. Il Paese è prigioniero di un dilemma. Quando il prezzo del petrolio aumenta sui mercati internazionali, aumenta anche il prezzo della benzina che occorre importare dall'estero. Non basta. Quando aumenta il prezzo del petrolio, la ricerca di nuove risorse energetiche diventa più conveniente, attira maggiori capitali internazionali e crea le premesse per la diminuzione dei prezzi. Soltanto un Paese imprevidente rinuncerebbe a dotarsi di un efficace programma nucleare.

Ma dietro il programma iraniano si nasconde, secondo gli americani, lo spettro dell'arma atomica. Il governo di Teheran lo nega, ma è probabile che il Paese voglia dotarsi di tutti gli strumenti necessari alla costruzione dell'arma nel momento in cui la situazione internazionale e la sicurezza del Paese la rendessero necessaria. È una posizione irragionevole? Molti osservatori (io fra questi) constatano che l'Iran è circondato da Paesi dotati di armi nucleari (Russia, Cina, India, Pakistan, Israele, Stati Uniti) e che è stato definito da Bush, insieme all'Iraq di Saddam Hussein e alla Corea del Nord, membro di una minacciosa triade denominata «asse del male». Quale può essere la reazione del secondo membro quando constata che il primo viene attaccato e occupato sulla base di argomenti che si rivelano successivamen­te insussistenti?

Ai membri del think tank di Teheran ho cercato di spiegare che non è necessario essere nemici dell'Iran o sospettosi delle sue intenzioni per temere che un programma nucleare iraniano, privo di forti garanzie internazionali, scateni in Medio Oriente, dalla Turchia all'Egitto, un pericoloso effetto domino. Ancora una volta nessun segno di assenso o dissenso. Ma uno studioso, più tardi, mi ha detto a quattrocchi: «Dateci qualche buona ragione per non essere preoccupati del nostro futuro». Alludeva, naturalmente, alla ripresa dei contatti fra l'Iran e gli Usa che molti stanno suggerendo in questi giorni al presidente Bush.

 


20 novembre 2006 - La Stampa
Agricoltura, è guerra Asia-Europa
di Maurizio Molinari

Monito all’Europa sul commercio globale e debole compromesso la Nord Corea: così si è concluso ad Hanoi il summit fra i ventuno Paesi del Forum del Pacifico (Apec).
L’avvertimento all’Unione Europea è contenuto nel documento finale del vertice che ammonisce sul rischio di «gravi conseguenze» in caso di mancata ripresa dei negoziati all’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto) sul terzo round di Doha. Le trattative si sono bloccate in luglio a seguito dei dissidi fra Usa e Ue sulla riduzione dei sussidi all’agricoltura e da Hanoi l’Apec si è impegnata a «non lesinare sforzi per rompere l’attuale stallo e raggiungere un esito bilanciato». In concreto la «Dichiarazione di Hanoi sull’agenda di Doha» mette nero su bianco in 26 righe dattiloscritte la disponibilità a «ulteriori riduzioni nei sussidi all’agricoltura al fine di aprire nuovi mercati ai prodotti agricoli», invocando anche maggiori accesso ai mercati per i prodotti industriali e facilitazioni commerciali.

Sebbene il testo non faccia esplicito riferimento all’Ue, il messaggio è diretto a Bruxelles: l’Apec, che somma oltre la metà del commercio del Pianeta, è disposta a riduzioni dei sussidi agricoli e chiede all’Europa di fare altrettanto. «Le conseguenze del fallimento di Doha sarebbero troppo gravi per le economie e per il sistema di scambi multilaterali» avverte il documento. Affinché l’Europa abbia ben chiaro cosa potrebbe significare il collasso della trattativa al Wto, l’Apec ha aggiunto l’impegno a lavorare per realizzare entro il 2020 l’area di libero scambio del Pacifico rilanciata dal presidente americano, George W. Bush, nel discorso di Singapore.
A rafforzare la posizione dell’Apec su Doha è arrivata, a chiusura del summit, la firma dell’intesa fra Bush ed il collega russo Vladimir Putin sull’adesione di Mosca al Wto. «La Russia ha pieno titolo per appartenere al Wto e guardiamo con fiducia alla moltiplicazione degli scambi» ha detto Susan Schwab, Alto rappresentante Usa per il commercio, commentando la firma. Anche nel faccia a faccia fra i leader di Usa e Cina il piatto forte è stato il commercio: Bush ha chiesto a Pechino di essere sempre più un’economia di «consumatori e non di risparmiatori» ma si è visto respingere la richiesta di una rivalutazione dello yuan perché, come ha ribattuto Hu Jintao, «pochi sanno che negli ultimi mesi le esportazioni Usa verso la Cina sono aumentate del 35 per cento». Come dire: lo yuan è stato già rivalutato abbastanza. Al di là dei disaccordi valutari l’intesa su Doha fra Usa, Cina e Giappone è stata comunque confermata e, sommata all’entrata della Russia nel Wto, mette l’Ue alle strette. La prima reazione di Bruxelles è stata di apertura con il commissario europeo al Commercio, Peter Mandelson, che si è detto ottimista: «Se tutti rispetteranno gli impegni i negoziati Wto riprenderanno».

Sul fronte della crisi nordcoreana Bush si è dovuto accontentare di molto meno: le resistenze di Russia, Cina e soprattutto Corea del Sud hanno impedito all’Apec di fare cenno al nucleare di Pyongyang nella documento del summit, affidando solo ad una «dichiarazione orale» della presidenza vietnamita la condanna del test atomico e la richiesta di una rigida applicazione delle sanzioni votate dall’Onu, inclusa la fine del programma nucleare. Nei colloqui tra Bush, Putin e Hu si è discusso anche di sanzioni Onu all'Iran ma non è trapelato nulla su possibili convergenze. Il tentativo di Washington di mettere sotto pressione Pechino durante il vertice per ottenere maggiore impegno sulle sanzioni a Pyongyang e Teheran non ha portato a risultati. Il presidente Usa mentre stava partendo per il suo viaggio in Indonesia, è stato costretto a salire sul secondo Air Force One per un guasto improvviso al primo. Non si esclude l’ipotesi di un sabotaggio.


17 novembre 2006 - La Repubblica
Europa è ora di riprendere il cammino

Intervento di Carlo Azeglio Ciampi al convegno “La parola Europa” che si svolge a Firenze, palazzo Vecchio, promosso da Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Viesseux e da Istituto Universitario Europeo, col patrocinio del Comune

Questo incontro organizzato dal Gabinetto Vieusseux e dall'Istituto Universitario Europeo cade in una fase particolarmente delicata della costruzione europea; volge a dare un contributo per superare lo stallo che si è creato nell'avanzamento delle nostre istituzioni comunitarie.

La ricerca di una soluzione parte necessariamente dalla rivisitazione del cammino compiuto, richiede il risveglio dello spirito costruttivo che mai è venuto meno nei lunghi decenni della storia della nostra Unione europea.

L'Europa si identifica con un sistema originale di valori, maturato nel volgere dei secoli attraverso l'intreccio delle molteplici culture dei suoi popoli, e imperniato sulla centralità della persona umana, sulle libertà individuali, sul rispetto reciproco, sulla primazia del diritto. Le sue radici profonde sono nella civiltà greco romana e nel cristianesimo.

La condivisione di questi valori racchiude le ragioni comuni ai membri dell'Unione europea.
Neanche durante le vicende tragiche della prima meta del XX secolo tali “ragioni” sono mai scomparse del tutto: la prepotenza di ideologie perverse, innestatesi sull'ossessione dei nazionalismi, le ha temporaneamente offuscate e rese quasi irriconoscibili.

Nella presente, consolidata realtà europea di pace e di benessere potrebbe sembrare superfluo richiamare quelle vicende tragiche, culminate nel sanguinoso conflitto mondiale, che oltre mezzo secolo fa hanno dilaniato il nostro continente. Eppure è proprio da quell'immane catastrofe che bisogna partire per comprendere la genesi dell'integrazione europea, per apprezzarne il valore come progetto politico indispensabile, oggi più che mai, per il nostro futuro di cittadini appartenenti a comunità nazionali diverse ma consapevoli della comune civiltà europea.

Fu l'esigenza, profondamente sentita dopo l'abbattimento delle dittature e la fine della guerra, di affermare con pienezza "la dignità” della persona umana e di riproporre "il dialogo” come strumento di convivenza civile, che ispirò i "padri fondatori”, a lanciare il processo di integrazione europea.

E a prospettarlo non come alleanza fra Stati nazionali, ma come costruzione nuova che si ispira a valori più elevati e persegue finalità più alte.

Al termine della seconda guerra mondiale, cittadini e governanti avevano compreso che il miope perseguimento degli interessi nazionali produce danni incalcolabili; hanno deciso di non essere più estranei fra di loro; hanno ideato e impostato istituzioni radicalmente innovative, atte a vivere e a progredire insieme.

Due avvenimenti cruciali seguono la rinascita dell'Europa nell'immediato dopoguerra: il Piano Marshall, la Comunità europea del Carbone e dell'Acciaio. Il primo rappresentò un atto di fiducia e un incoraggiamento degli Stati Uniti rivolti all'Europa nel suo complesso. Ma è stato soprattutto il secondo a dare avvio alla attuazione concreta dell'ideale europeo, attraverso la creazione di una prima istituzione comunitaria alla quale venne affidata la cura di interessi comuni.

Il principio della condivisione, dell'esercizio in comune fra più Stati, della sovranità, applicato per la prima volta con la istituzione della Ceca, è divenuto il cardine dell'integrazione europea. Alla Ceca seguirono l'Euratom, con analoghe caratteristiche istituzionali, e il Mercato Comune, che affrontò e vinse la sfida dell'Efta.

La storia dei processo di integrazione europea è una sequenza di iniziative, che si ispirano a valori e principi propri, taluni, di uno Stato confederale, altri, di uno Stato federale e che hanno avuto alterne fortune. Mi riferisco all'insuccesso della Comunità europea di difesa, la Ced, e ai successo dell'Euro. Mi soffermo su quest'ultimo.

L'adozione da parte di dodici Stati di una moneta comune, governata da una istituzione sovranazionale quale è la Banca centrale europea, non è stato solo un grande evento monetario ed economico, non ha significato solo il venire meno delle crisi valutarie e monetarie intereuropee, il rafforzamento di un mercato unico di oltre 300 milioni di consumatori che usano la stessa moneta. Ha costituito altresì un evento politico di grande rilievo, ha rappresentato un punto di “non ritorno" nel cammino verso una compiuta unione economica e politica.

Nel volgere di breve tempo, l'euro si è affermato nella sua funzione di moneta di scambio e sta gradualmente affermandosi come moneta di riserva saggiamente governata dalla Bce.
Nel pensiero di coloro che collaborarono alla preparazione del progetto della moneta unica, alla sua realizzazione doveva far seguito il coordinamento crescente delle politiche economiche degli Stati aderenti all'Euro, sino a dare vita a una sorta di"governo dell'economia”, che costituisse elemento dialettico del “governo della moneta” affidato alla Bce.

Ciò è stato avviato con la costituzione, all'interno dell'Ecofin, dell'Eurogruppo formato da ministri economici degli Stati che hanno adottato la moneta comune, ma non si è adeguatamente sviluppato. Di qui, a mio avviso, una causa della lentezza sia della crescita economica in Europa, sia nella realizzazione degli stessi progetti comuni programmati, quali quelli delle opere previste dall’agenda di Lisbona.

Dopo la creazione dell'euro, l'Unione europea, ha promosso altre due iniziative fondamentali: una portata a termine, l'allargamento; l'altra, il Trattato costituzionale, incompiuta. L'allargamento è stato il doveroso seguito del venir meno della divisione forzata dell'Europa in due blocchi contrapposti. Popoli dell'Est e dell'Ovest, dalle comuni tradizioni storiche e dai valori condivisi, si sono potuti ricongiungere nell'Unione europea. Ma l'ampliamento degli Stati Membri a 27 ha reso più palesi le insufficienze delle strutture istituzionali e delle regole governanti l'Unione europea. A queste ha inteso provvedere, per unanime convincimento degli Stati membri, l'iniziativa per il Trattato costituzionale.

Il significato dei Trattato costituzionale come snodo necessario dei processo dell'integrazione europea trova chiara espressione nella reazione positiva che suscitò la sua conclusione. Ho vivo il ricordo di quel 24 ottobre dei 2004: il giorno della firma in Campidoglio. Nelle espressioni dei Capi di Stato e di governo che sottoscrissero il Trattato era dominante la soddisfazione. Né vi furono, in altre sedi, critiche di rilievo verso questa tappa del progetto politico europeo, riconosciuta necessaria e fondamentale.

Oggi, ci troviamo in una situazione di stallo: a fronte delle ratifiche di 18 Stati, vi sono stati due “no". i rifiuti vanno rispettati: ma non può esser disconosciuto il valore delle adesioni definitive riscosse. Si è ritenuta opportuna una pausa di riflessione. E’ ora tempo di riprendere il cammino.

L'obbiettivo, a mio avviso, è quello di far sì che, prima delle elezioni europee del 2009, sia in vigore un Trattato costituzionale, che confermi la sostanza del testo del 2004, e che non comporti l’obbligo di una nuova ratifica da parte degli Stati che già vi abbiano provveduto. Costruttive indicazioni sui contenuti irrinunciabili dei Trattato sono state formulate dal ministro degli Esteri italiano proprio qui a Firenze in un suo recente intervento all'istituto Universitario Europeo.

E’ sempre più evidente, oggi, che le tumultuose trasformazioni del mondo rischiano di relegare in secondo piano il ruolo dell'Europa, rispetto a quello di altri grandi soggetti geo-politici e geo-economici.

I singoli Stati europei, anche i maggiori, stanno sperimentando la limitatezza dei loro mezzi e il pericolo, sempre più reale, che l'intera Europa scivoli nella marginalità. Le conseguenze per tutti gli europei - ed è una prospettiva non di un lontano futuro, ma dell'arco di pochi anni – consisterebbero nel dover accettare passivamente regole decise da altri in settori essenziali per la nostra vita: dall'economia all'ambiente, alla sicurezza. Inquietudini, sentimenti di delusione, suscitati da presenti insufficienze nel funzionamento delle istituzioni comunitarie, non devono offuscare l'evidenza che i nostri fondamentali interessi comuni, la pace, la liberta, la qualità della vita, possono essere difesi solo in una prospettiva europea.

A quanti vedono l’Unione europea come una struttura burocratica lontana dalla vita quotidiana, concentrata nella produzione di regolamenti, ricordo i benefici di cui tutti i cittadini europei godono quotidianamente per l'operare delle istituzioni e delle leggi comunitarie; ricordo che il loro benessere futuro dipende in larga parte dallo svolgimento di politiche comuni e dal completamento dei mercato interno.

E perché questo possa avvenire, occorrono istituzioni e regole, aggiornate alle attuali dimensioni dell'Unione e alle finalità e ai compiti che le sono stati assegnati.

I timori per una globalizzazione che cancelli singole identità e che metta in pericolo il posto di lavoro vanno dissipati dimostrando nei fatti che l'Unione europea e parte della soluzione e non del problema; ponendo in atto politiche e programmi che affermino, in concreto, la volontà e la capacita dell'Europa di salvaguardare i comuni interessi dei suoi cittadini.

Solo unita l'Europa puoò affrontare con possibilità di successo le sfide della globalizzazione sia in economia sia in politica. Ne troviamo conferma in un evento di poche settimane fa: di fronte ai conflitto israelo-libanese, che rischiava di dilagare in una crisi più ampia, i Paesi europei hanno rotto gli indugi, hanno assunto una diretta responsabilità in Libano.

E’ stata una decisione che ha posto riparo ad una situazione grave e, al tempo stesso, è stata significativa di quanto importante possa essere una politica estera europea unitaria. E’ infatti risultato evidente che la valenza dell’intervento ha trovato un limite nella mancanza di una cornice istituzionale ed operativa incisiva. Se già avesse avuto una politica comune di difesa e di sicurezza, se avesse avuto un proprio ministro degli Esteri, l'Unione europea sarebbe potuta intervenire, sempre sotto l'egida delle Nazioni Unite, in maniera ben più efficace; potrebbe fornire, come protagonista, un contributo, forse decisivo, alla pacificazione della tormentata regione mediorientale.

Le iniziative dell'Unione europea trovano favorevole accoglimento in larga parte della comunità internazionale, in quanto provenienti da un soggetto riconosciuto scevro di intendimenti di dominio. Molti Paesi, specie dell'Europa sud orientale e del Mediterraneo, guardano all'Unione europea sia per il loro sviluppo economico sia per un ancoraggio di liberta e di democrazia.

Le vicende in Libano hanno confermato come nel campo della politica estera e di difesa, così come già in molti altri settori di diretta rilevanza per il nostro futuro, la condivisione di interessi comuni sia diventata per noi europei una realtà.

In economia, il rilancio della competitività e della crescita richiede, l'ho gia detto, l'affiancamento al governo dell’Euro che assicura la necessaria stabilita monetaria e valutaria di un efficace governo dell'economia, che promuova politiche concrete nella formazione, nella ricerca, nell'innovazione, nelle infrastrutture materiali e immateriali; che stimoli la competitività del sistema economico europeo nel mercato mondiale dei beni e dei servizi.

Occorrono azioni unitarie per tutelare la solidarietà sociale, assicurare la sicurezza degli approvvigionamenti energetici, garantire la protezione dell'ambiente, gestire i flussi d'immigrazione.

Più in generale, i cittadini europei sollecitano una congiunta risposta ad una serie di quesiti: cosa significa essere europei; come si definisce l'identità europea; quali sono i compiti che attendono l'Europa. Dobbiamo essere consapevoli che sono soprattutto le nostre radici cultuali, quei valori che ho richiamato all'inizio, e non la geografia, a definire il nostro comune spazio d'appartenenza, i nostri confini; a far vivere l'Europa nelle nostre coscienze, come progetto di civiltà ancorato ad una medesima eredita storica; a stimolare il nostro entusiasmo. Conosciamo l'obiettivo: rafforzare la coesione dell'Unione europea e la sua capacita di indirizzo e di governo. Siamo consapevoli che i meccanismi decisionali e operativi, quali sono oggi, sono insufficienti, rischiano di rimanere inceppati.

I Paesi piu fortemente europeisti - penso, in primo luogo, ai Paesi fondatori, a quelli dell'area Euro, ad alcuni di recente adesione ugualmente impegnati sul piano europeo - hanno una grande responsabilità: far progredire l'integrazione europea, dotando l’Unione di istituzioni appropriate ai suoi fini e alle sue dimensioni; delineare il percorso comune, anche con iniziative di cooperazione rafforzata, quali sono state quelle che hanno portato, nel settore della sicurezza, al Trattato di Schengen e alla Convenzione di Prnm, in economia, all'Euro.
Signore e Signori, lo straordinario progetto unitario, avviato oltre mezzo secolo fa, dai Padri fondatori, ha bisogno di essere sostenuto dallo slancio ideale dell'intera società civile.
Nessun disegno ambizioso questo vale per ogni aspetto della vita di una comunità può realizzarsi senza passione etica e civile.
L'Europa – non quella dell’arido acquis comunitario, ma quella delle grandi speranze - ha soprattutto bisogno dell'appassionata partecipazione dei giovani. Ed i giovani, adusi a muoversi liberamente per studio o per lavoro o per svago, in un'Europa senza frontiere, ci chiedono più Europa e non meno Europa; ci sostengono con i loro comportamenti spontanei nella convinzione che l'Unione europea è l'unica vera garanzia di pace, di libertà, di progresso economico e civile per tutti gli europei.

Al tempo stesso sta a noi anziani, anche tenendo viva la memoria del passato, spronare i giovani a divenire essi stessi protagonisti dell’integrazione europea.

E’ questo un obiettivo che richiede la partecipazione di tutti e che potremo raggiungere solo consolidando con il nostro agire quotidiano i caratteri di liberta e di democrazia propri della nostra società.

All'inizio della prossima primavera celebreremo il cinquantenario del Trattato di Roma. Dobbiamo farsi che non si riduca a una formale celebrazione, ma sia avvio di un avanzamento del processo unitario.

Ed è con questo spirito che concludo rivolgendomi ai giovani che partecipano a questo Convegno. Se apprezzate la libertà, i benefici, le opportunità che l'Europa di oggi vi offre, impegnatevi - come lo fecero molti dei vostri padri nella loro gioventù - affinché l'Unione europea compia un nuovo tratto del suo percorso istituzionale.

Il tempo della “pausa di riflessione” è scaduto. Insieme, al di là delle differenze di generazione, dobbiamo riprendere il cammino, forti dei nostri ideali, orgogliosi della nostra identità, animati dalla memoria del passato. All'inizio del mio intervento ho auspicato il risveglio dello spirito costruttivo europeo: l'incontro di oggi e di domani sarà positivo se riuscirà a far sprigionare una sia pur “parva scintilla”.


17 novembre 2006 - Corriere della Sera
Napolitano contro la Gran Bretagna

«Sbagliato non ratificare il Trattato»


Il presidente Giorgio Napolitano ha «bacchettato» ieri i governi dei Paesi che hanno di fatto intralciato il cammino europeo verso una Costituzione comune. Non si può continuare ad essere sordi e miopi davanti alla necessità del rilancio del processo di integrazione e, soprattutto, non possono farlo alcuni governi che hanno a suo tempo firmato il Trattato costituzionale. È questo il monito che il capo dello Stato ha lanciato dall'Istituto universitario europeo di Fiesole dove ha partecipato alla cerimonia di consegna del premio Pico della Mirandola all'ex presidente della Convenzione Ue Giscard d'Estaing. Per Napolitano «è talmente evidente ed oggettiva la necessità di dare nuovi sviluppi» all'integrazione che «si può ritenere che non sia destinata a durare a lungo la sordità e la miopia di gruppi politici dirigenti che hanno firmato solennemente il trattato e accettato che avesse il titolo di costituzionale e poi il primo ministro e il ministro degli Esteri non si sono nemmeno degnati di sottoporlo ad una eventuale ratifica secondo precisi obblighi internazionali». Napolitano non nomina il caso della Gran Bretagna, ma è questo uno dei Paesi nei quali la Costituzione Ue non è neppure stata sottoposta a ratifica. Napolitano ha ribadito che nel caso di governi che hanno prima avallato il Trattato e poi non hanno proceduto alla ratifica (Francia e Olanda hanno indetto referendum, ma è prevalso il «no»), «c'è una contraddizione clamorosa ed evidente: si riconoscono le necessità di politiche comuni e degli sviluppi dell'integrazione europea ma non se ne traggono le conseguenze”.
 


15 novembre 2006 – Il Sole 24 ore
L’Italia arranca e l'Europa corre
di Luca Paolazzi

La cifra tonda, quel 2% di crescita del Pil nel 2006 che in molti ormai pregustavano e che era ragionevolmente a portata di mano, si allontana. Almeno nel bilancio provvisorio. Per agguantarla servirebbe un incremento di almeno lo 0,9% nell'ultimo trimestre, e sarà difficile vista la bassa performance per l'analogo periodo negli anni passati e soprattutto l'andamento recente di produzione industriale e indicatori di fiducia. Comunque, l'annata rimane la migliore dal 2001. Ma non c'è, purtroppo, molto da brindare.

A guastare la festa c'è una constatazione: il divario di dinamismo con il resto d'Europa, e anche con le altre nazioni dell'eurozona, non si riduce affatto. Se smettiamo di concentrare lo sguardo sul nostro ombelico economico e allarghiamo un po' la visuale scopriamo che la velocità annua registrata nel terzo trimestre dall'Italia (1,7%) è di molto inferiore a quello della Ue (2,8%) e di Eurolandia (2,6%). Tra le 25 nazioni europee il nostro ritmo si colloca al penultimo posto, davanti solo al Portogallo. In nessun'altra, tra quelle che ci precedono, c'è un misero «1» davanti alla virgola; in molte c'è almeno un «3».

Perfino la Germania, con cui avevamo gareggiato a lungo per conquistare la «maglia nera» di ultima in classifica, ci ha nettamente distanziati (+2,8%); il suo allungo è iniziato l'anno scorso ma è stato preparato nei precedenti, con ristrutturazioni e riforme che hanno portato a netti aumenti di produttività, accumulati in termini di migliore competitività anziché subito redistribuiti in maggiori retribuzioni. Nel nostro Paese, invece, si discute di quale fetta dei guadagni di produttività debba finire in busta paga, dimenticandosi che nel passato recente non ve ne sono stati e che quelli futuri occorre cominciare anzitutto a ottenerli e sarebbe lungimirante investirli nello sviluppo.

Per convincerci di questa necessità non servono grandi ragionamenti e sofisticati modelli previsivi. È sufficiente un pallottoliere da utilizzare per calcolare il divario di crescita tra Italia e altre nazioni che oggi ci sono compagne nell'Unione monetaria. Negli anni 80 questo divario era nullo (con una crescita media del 2,4% annuo). Negli anni '90 è diventato dello 0,6 (2,2% contro i,6%). Nella prima metà del 2000 è salito all'1 (1,6% contro 0,6%). E nel 2006, anno della ripresa, rischia di essere 1,1. Ciò dimostra che l'Italia si comporta da economia arretrata, meno reattiva delle altre a cogliere i miglioramenti del ciclo internazionale.

Qualcuno storcerà ancora la bocca davanti a queste fredde percentuali. E obietterà che ai numeri vanno anteposte le persone in carne e ossa. Giustissimo: queste persone, cioè noi tutti, chi più chi meno (compresi quelli che pure hanno migliorato il proprio reddito), hanno patito e stanno patendo in questi anni una riduzione di benessere, assoluta e relativa. Assoluta: dal 2002 a oggi il Pil per abitante è calato dello 0,3%. Relativa: nello stesso periodo il cittadino medio di Eurolandia ha beneficiato di un incremento del 4,5%. L'Italia sta ripercorrendo a ritroso la classifica europea. Sono lontani gli anni in cui la scalava, guidando in dinamismo il resto d'Europa.


6 novembre 2006 – Il Sole 24 Ore
L'Europa si interroga sulle conseguenze del black-out di sabato

L'Europa finita al freddo sabato notte per un blackout si interroga sul futuro degli equilibri nella distrubuzione e gestione dell'energia. Secondo il presidente del Consiglio, Romano Prodi, «la prima riflessione è la contraddizione fra avere le connessioni europee e non avere una autorità unica europea. È una bella contraddizione». In più c'è da tenere conto dell'atteggiamento assunto dalla Russia di Vladimir Putin, ben decisa a fare valere sempre di più il ruolo di potenza energetica che gestisce la gran parte delle riserve mondiali.
Il blackout ha colpito nella notte di sabato, verso le 22,30, mezza Europa lasciando al buio alcune delle zone più densamente popolate della Germania e della Francia, spingendosi fino in Belgio e in Italia, dove le aree più interessate dal guasto sono state il Piemonte, la Liguria e la Lombardia. Un portavoce di un sindacato francese ha detto che è stato il più grave blackout che ha colpito la Francia in 30 anni, mentre sono stati interessati dall'interruzione di elettricità almeno quattro stati federali tedeschi, pari a circa la metà della popolazione della Germania che conta 82 milioni di abitanti.
Il calo di energia ha avuto origine in Germania in seguito a un innalzamento della domanda di elettricità a causa del brusco abbassamento delle temperature, e che sono state colpite anche parti del Belgio e dell'Italia, in particolare parti di Liguria, Piemonte e Lombardia. L'azienda elettrica E.On (che è impagnata nell'impresa di acquisire la prima azienda spagnola del settore, Endesa) ha dichiarato in seguito con un comunicato che il guasto potrebbe esser stato provocato da un'operazione di routine che ha condotto nella notte. Anche un portavoce dell'azienda elettrica Rwe (che raggruppa le ex utility locali) aveva detto in precedenza che il calo era stato provocato da un guasto esterno alla rete della sua società. «Non è stata prodotta abbastanza energia nella rete», ha affermato il portavoce, aggiungendo che il blackout si è esteso ad altre zone in Europa perché la fornitura avviene su reti condivise.


  2 novembre 2006 - tiscali.europa

Serbia e Kosovo, la questione si complica
Belgrado approva la nuova costituzione in cui la regione è definita parte integrale della nazione
 

A 16 anni dall'approvazione della Carta Magna sotto il regime di Slobodan Milosevic, i serbi hanno detto sì a una nuova costituzione che se da una parte ha il pregio di avviare il paese verso il giusto cammino di riforme che potrebbero in un futuro anche vicino portarla nell'Ue, dall'altra complica e non poco la delicata questione del Kosovo, dal momento che nel testo viene considerato parte integrale della nazione.

Il voto favorevole al referendum
Questa volta, diversamente da quanto accaduto spesso in passato, il passo compiuto dal paese balcanico nel suo lungo cammino verso la normalità, non è stato funestato da eventi tragici, sebbene anche in questa occasione non siano mancati attimi di "suspense", con un risultato elettorale che è rimasto in bilico fino alle ultime ore del voto.
Secondo i risultati della Commissione elettorale repubblicana (RIK) al referendum tenutosi il 28 e 29 ottobre i favorevoli alla nuova carta sono stati infatti solo il 51,4% della popolazione. Una vittoria ancor più risicata se si tiene conto della bassa affluenza al voto - appena il 54,1% dei 6,6 milioni di elettori chiamati alle urne - che fino alle ultime ore di domenica sembrava escludere la possibilità che venisse raggiunto il quorum del 50% necessario per la sua approvazione. La bassa affluenza alle urne si è verificata nonostante la massiccia campagna a sostegno del sì - fatta di appelli continui sui canali televisivi - e la decisione del governo di far svolgere il referendum in due giorni per consentire al maggior numero di persone di andare a votare.

In molte parti la nuova costituzione testimonia lo sforzo e la volontà di Belgrado di entrare a far parte dell'Unione europea. Tra i 200 articoli della nuova costituzione, molti riguardano il rispetto delle minoranze e dei diritti umani, la carta inoltre garantisce una forma di autogoverno alla provincia della Vojvodina, una regione dove sono ancora forti le tensioni etniche. Un ruolo determinante nel prosieguo dei negoziati con l'Ue. Molto importanti nell'ottica di una futura adesione all'Ue, sono la disposizione che abolisce la pena di morte e quella che impone il divieto di clonazione.

La questione sempre aperta del Kosovo
Di tutt'altro segno è invece l'inserimento nella carta dell'"intangibilità dei confini della nazione", nella quale è compreso anche il Kosovo. Secondo gli esperti si tratterebbe di una mossa politica in vista delle elezioni che si terranno nel paese tra breve e che peserà nella ripresa dei negoziati sullo status della regione questo inverno.
Una volta che la vittoria del sì è stata chiara, il primo ministro serbo Vojislav Kostunica, ha dichiarato: "Questo è un grande momento per la Serbia; difendendo il Kosovo noi stiamo difendendo qualcosa di più che i nostri interessi, più che un problema di stabilità nella regione, noi stiamo difendendo il diritto internazionale". La popolazione kosovara che è stata esclusa dalle liste elettorali, ha mostrato invece scarso interesse per il referendum. "E' un evento che si svolge in un paese straniero" ha dichiarato tranciante il primo ministro kosovaro Agim Ceku. In solidarietà con i vicini Kosovari, anche la minoranza albanese di Serbia (di cui la maggioranza si trova nella provincia di Presevo) ha disertato le urne. I colloqui sponsorizzati dalle Nazioni Unite per risolvere la questione intanto proseguono.

Le reazioni dell'Ue
Dai vertici comunitari il voto di domenica è stato accolto con una certa freddezza.
A precisare la posizione di Bruxelles dopo il via libera alla Costituzione, e' stata Krisztina Nagy, la portavoce del commissario all'allargamento, Olli Rehn. La portavoce da una parte ha espresso la soddisfazione della Commissione per il corretto svolgimento del voto e per i passi avanti compiuti da Belgrado "in conformità con le norme europee" - come richiesto nei mesi scorsi da Bruxelles -, dall'altra ha però criticato la parte della carta che sancisce la sovranità serba sul Kosovo, puntualizzando che il problema ''dello statuto futuro del Kosovo e' una questione diversa'' e sottolineando come dello statuto si sta occupando l'alto rappresentante Onu, Matti Ahtisaari. La Nagy ha inoltre definito ''contraddittorio'' il fatto che molti kosovari non abbiano potuto partecipare al referendum: ''la lista elettorale utilizzata per il referendum è del 2001, - ha detto la portavoce - e non include pertanto gran parte della popolazione del Kosovo''.

Il prossimo 8 novembre la Comissione farà il punto dei progressi compiuti dalla Serbia nella sua marcia di avvicinamento all'Ue. Oltre alla questione kosovara, sul tavolo rimane sempre aperto il dossier relativo alla consegna all'Aja di Ratko Mladic e Radovan Karadzic, rispettivamente ex-capo militare ed ex-leader politico della Serbia in Bosnia.
 


   27 ottobre 2006 – La Repubblica

 

"L’ Europa non dimentichi Anna"
Intervista a Lida Yusupova

 Questa è una richiesta d'aiuto: “Abbiamo bisogno dell'Europa, di governi determinati nel chiudere il rispetto dei diritti umani come condizione imprescindibile per intrattenere rapporti economici con la Russia”. Lida Yusupova, 45 anni, avvocato, candidata al Nobel per la Pace 2006, era una delle poche amiche di Anna Politkovskaja. Amica e fonte di notizie delicatissime. Vive a Groznj. Dal 1994 lavora per una ONG che si chiama Memorial. Oggi sarà all'Università di Torino per una giornata dedicata alla memoria della giornalista uccisa il 7 ottobre.

Signora Yusupova, chi racconterà d'ora in avanti quello che succede in Cecenia?
Tutte le persone impegnate nel campo dei diritti umani continueranno a tentare di portare informazioni nel resto del mondo. Ma senza Anna Politkovskaja sarà molto più difficile

Come si vive oggi a Groznj?
Non tirano più le bombe, non ci sono più i rastrellamenti di notte e le scuole stanno lentamente riaprendo. Ma l'essenza politica che si vive in città è la stessa. Le persone continuano a scomparire senza un motivo. I parenti sono lasciati nell'angoscia. Tutti si fanno le stesse domande. Chi è il colpevole di questi rapimenti? Perché nessuno paga? Si vive nella rabbia e nella diffidenza reciproca”.

Anna Politkovskaja si stava occupando di tutto questo. Chi l'ha uccisa?
”Io sono un avvocato, non posso indicare un colpevole senza avere delle prove concrete. Ma una cosa e evidente: lei è stata uccisa dal sistema voluto da Viadimir Putin”.

Come può spiegarlo?
La Russia non sa nemmeno lontanamente cosa sia la democrazia. Tutto il lavoro di Putin consiste nel plagiare la psicologia della folla. Il suo è un regime che si fonda sulla paura, sulla censura e sulla disinformazione”.

Secondo lei qual è l'antidoto a questo sistema?
L'unica speranza è nell'Europa. I partner economici e politici della Russia devono chiedere delle garanzie precise: rispetto dei diritti e delle libertà”.

L’Europa si è schierata unita dalla parte di Anna Politkovskaja. Sdegno, preoccupazione. La richiesta di un'indagine seria e approfondita. Cosa è arrivato di tutto questo in Cecenia?
“Poco, pochissimo. Qualcuno ha detto che c'era molta gente ai funerali di Anna, ma non è vero. La maggior parte erano giornalisti stranieri e rappresentanti di ambasciate. Pochi erano quelli che avevano letto sul serio quello che lei aveva scritto, fra questi, pochissimi giovani. Quel giorno è stata seppellita la libertà di parola in Russia”.

L'omicidio sta avendo delle ripercussioni politiche?
“Direi nessuna, a parte un lieve danno di immagine”.

Cosa resterà fra tre mesi del lavoro di Anna Politkovskaja?
“Già oggi, purtroppo, resta ben poco. La Russia dimentica in fretta. Si è abituata alla morte perché con la morte quotidianamente convive”. (Niccolò Cancan)

 


Europa, avanti a piccoli passi  di Giulio Andreotti
(dal mensile “30GIORNI”, giugno 2005) 

 

Che lUnione europea stia attraversando un momento difficile è fuori dubbio. E a renderlo più sottolineato contribuisce la progressiva ampiezza e risonanza delle informazioni che, viceversa, non sono ancora adeguatamente sensibilizzate per dar reciproca conoscenza ai cittadini dei venticinque Paesi membri.
In cima alle constatazioni pessimistiche sono logicamente i risultati negativi dei due referendum (Francia e Olanda) con i quali la maggioranza delle rispettive popolazioni ha respinto la Costituzione europea. Si è voluto sottolineare, con gratuita estensione, che quando i cittadini scelgono direttamente, sarebbero più incisivi rispetto alla mediazione parlamentare. Il che è tutto da dimostrare.
Tuttavia, per rendersi conto della crisi in corso, occorre a mio avviso considerare anche le riserve e persino le contrarietà che esistono nell’ambito dei Paesi favorevoli alla ratifica, non esclusa l’Italia. Mi riferisco non solo al numero – limitato – di voti contrari, ma alle ampie riserve e suggerimenti di revisione nell’ambito dei votanti a favore, compresa l’Italia. Infatti, accanto alle posizioni della Lega Nord e di Rifondazione, vi è stata un’ampia serie di ordini del giorno, non respinti, uno anzi (della maggioranza governativa) accettato dal governo, con l’impegno a rivedere, riconsiderare, confrontarsi di nuovo.
Eppure il testo della Costituzione è stato il frutto di una procedura ampia e persino solenne, fatta di confronti, di consultazioni, di scambi di linee-guida. Sotto la prestigiosa guida del presidente Giscard d’Estaing hanno lavorato nella Convenzione preparatoria rappresentanti autorevoli dei parlamentari e dei governi (anche dei Paesi candidati) con molte qualificazioni personali di grande spicco.
Quid agendum? Non ha certo giovato la coincidenza di dover decidere in questa atmosfera sui problemi urgenti del bilancio comunitario. Abbiamo assistito alla ripresa di polemiche pro e contro la politica agricola dell’Unione, contro la fretta nell’allargamento (in verità in precedenza programmato a scaglioni) e contro il perpetuarsi di quel cosiddetto (e detto male) giusto ritorno al quale la durissima signora Thatcher condizionò l’adesione britannica.
Ma proprio il ricordo della prestigiosa signora mi suggerisce una riflessione. Senza nulla togliere alla gravità di altri momenti difficili lungo il cammino, forse l’origine della crisi sta proprio nel momento in cui – mancando il voto britannico – non poté darsi alla Carta sociale la dignità e il ruolo di atto comune. Si badi. Il Regno Unito non contrastò i contenuti della Carta (sostenendo che su qualche punto erano anche più avanzati della propria legislazione interna), ma ne fece una questione di principio, riservando la socialità nell’ambito degli ordinamenti dei singoli Stati partecipanti. La necessaria unanimità bloccò questo salto di qualità. E si continuò a ricevere i rappresentanti dei sindacati, alla vigilia dei Consigli europei, con una liturgia meramente di facciata.
Va, tuttavia, riconosciuto che quando si è assunto un impegno più marcato e preciso, ne è seguita un’osservanza assai limitata.
Se, ad esempio, a Maastricht, invece che proclamare la politica comune estera e di sicurezza, avessimo sancito la convergenza graduale in questo campo, forse qualche passo avanti lo avremmo fatto. Capisco che far marcia indietro nella Convenzione era difficile.
Ma, vincendo ogni titubanza, nella revisione – che credo indispensabile – del testo costituzionale dobbiamo enunciare linee credibili e di respiro evolutivo, anche a piccoli passi.

È vero. Si è creato un ministro degli Esteri dell’Unione, ma è il ventiseiesimo ministro degli Esteri! È proprio impossibile, magari ratealmente, prevedere alla fine del percorso una sola diplomazia?
Altro punto delicato è quello militare (nell’amaro ricordo del fallimento della Comunità di difesa nel 1954) con l’attuale coesistenza a confini poco netti tra l’Unione e la Nato.
A margine, ma non secondariamente, della difficile congiuntura attuale si è posta anche la brusca posizione esterna presa dalla Francia sul delicatissimo (e complesso) problema del negoziato con la Turchia.
È sempre approssimativo il riferimento al pessimismo e all’ottimismo. Credo però che una pausa di riflessione sia necessaria, senza ammainare bandiere o esasperare gli aspetti critici.
Noi anziani, che avemmo la ventura di partecipare all’entusiasmo degli inizi, fronteggiando contrarietà e scetticismi tanto diffusi, dobbiamo esortare a continuare a credere all’Europa unita. Oggi più che mai.
Un’Europa – quella dei fondatori – che non aveva bisogno di dirsi cristiana perché lo era. Nella profonda aspirazione a salvaguardare la pace e nella convinzione che la pace stessa non esiste senza un fortissimo anelito di giustizia.


Semestre lussemburghese: nuovo Patto più vicino
(dal quindicinale “In Europ@” del 24 gennaio 2005)

 

Non ha fatto in tempo a mettere piede al Parlamento europeo per presentare il suo programma di semestre, che il premier lussemburghese  e Presidente di turno dell’Ue Jean-Claude Junker deve fare i conti con la spinosa questione della riforma del Patto di stabilità.

L’Ue si appresta ad attraversare un semestre ricco di incognite: l’interrogativo sull’esito delle ratifiche nazionali del Trattato costituzionale e la definizione delle risorse di bilancio dell’Unione per il periodo 2007-2013, nonché del rilancio del Programma di Lisbona. Parallelamente, il premier del Granducato avrà a che fare con la firma del Trattato con Romania e Bulgaria, membri effettivi a partire dal 2007, e con l’apertura formale delle trattative con la Croazia. Senza poi dimenticare la problematica apertura dei negoziati per l’adesione turca.

Insomma, gli ingredienti ci sarebbero proprio tutti per ritenere che il Presidente Junker possa concentrarsi, da subito, su una gamma articolata di questioni. Così non è, almeno per ora, perché il dibattito sulla riforma del Patto la fa da padrone.

Qualche giorno fa il Presidente di turno dell’Ue aveva messo l’accento sul debito pubblico, senza “sostituire la stabilità con una flessibilità senza confine” e senza “erigere a dogma immutabile il Patto di stabilità così come è oggi”. Insomma, una posizione di compromesso che sembra farsi largo anche in seguito alle delicate trattative di questi giorni in sede Ecofin.

Ma se fin dalla prima ora il governo italiano è stato tra i più strenui sostenitori della golden rule, ovvero della possibilità di sottrarre alcuni investimenti dal calcolo del deficit allargando così il limite del 3 per cento, la Presidenza Ue non ha sposato alcuna ipotesi di scorciatoia sui parametri fissati dal Trattato di Maastricht: “Bisogna intendersi quando si parla di golden rule –precisa il premier lussemburghese- per ora è prevista solo dalla Costituzione tedesca, dove si stabilisce che l’indebitamento annuo non può superare il volume degli investimenti messi a bilancio. Se ne discusse a Maastricht –continua Junker- ma non entrò nel Trattato come non è entrata nella Costituzione. Non si può ora far entrare dalla finestra quello che è uscito dalla porta.”

La radicale opposizione lussemburghese a qualunque ipotesi di golden rule, con il sostegno prezioso di Olanda, Austria e Finlandia, ha fatto capolino anche alla riunione dei Ministri Ecofin, tanto che il Ministro Siniscalco, uno dei più attivi sostenitori della misura di scorporo degli investimenti dal calcolo del deficit, ha ammesso che “l’opzione (della golden rule, ndr) non compare nel documento preparato dall’Ecofin” poiché si è deciso di “non ammettere alla discussione la possibilità di non calcolare alcune categorie di spesa dal calcolo del deficit”. L’Italia, dunque, esce sconfitta dal primo round di trattative. Ma non è l’unica a vedere in parte deluse le proprie aspettative.

Il cancelliere Gerhard Schroeder, nei giorni scorsi, ha ripetutamente parlato della necessità di rivedere, in profondità, alcuni dei parametri che fissano la cornice di azione del Patto. In nome della crescita economica, Berlino ha puntato a proporre una riforma che facesse perno sulla rinazionalizzazione delle politiche macroeconomiche e di bilancio, senza fare mistero di volere giudicare i conti pubblici non più sul parametro del deficit ma sulla capacità dei governi nazionali di rispettare il proprio programma di rientro.

L’intervento di Schroeder ha fatto parlare, poiché irrompe prepotentemente nel dibattito politico proprio in concomitanza con la riunione Ecofin, e raccoglie il pronto sostegno di Parigi e Roma. Un asse Berlino-Parigi-Roma che, tuttavia, non sembra raccogliere ulteriori consensi in ambito europeo e, anzi, si scontra con le resistenze della Presidenza: “va rispettato il Trattato –interviene Junker- perché non si può avere un accordo sul Patto ignorando o tralasciando accordi inclusi nel Trattato.”

Mentre le prime ore di negoziazione sembrano improntate all’ottimismo (“non vi sono posizioni così rigide tali da impedire il raggiungimento di un accordo a marzo” sottolinea il Commissario agli affari monetari ed economici, Jaquin Almunia), Junker vuole un Patto “più stringente nei momenti di crescita economica e più flessibile in quelli di stagnazione. Intendiamo aggiungere elementi di stabilità nella parte preventiva –continua il Presidente di turno- e aggiungere più flessibilità in caso di stagnazione.”

Dello stesso avviso il Ministro delle finanze spagnolo, Pedro Solbes, per il quale “si dovrebbe prestare più attenzione all’andamento del ciclo economico e alla posizione dei singoli paesi.” Insomma, una posizione di compromesso che, per il momento, potrebbe soddisfare alcune delle richieste di Berlino.

Ma attenzione all’incognita rappresentata da un eventuale accordo sullo sforamento del tetto del 3 per cento: cosa accadrebbe se ciò venisse consentito ai paesi con basso debito pubblico? Che l’Italia verrebbe esclusa dai benefici effetti del compromesso. Infatti, dell’asse Berlino-Parigi-Roma solo quest’ultima deve combattere contro una situazione debitoria senza uguali in Europa, mentre gli altri due sono alle prese con il nodo del deficit. C’è il rischio, in sostanza, che gli accordi sulla riforma del Patto finiscano per fare contenti un po’ tutti, lasciando a bocca asciutta soltanto l’Italia. Intanto l’Ue incassa i primi progressi delle trattative: accordo unanime sul rispetto dei Trattati, sulle procedure per deficit eccessivo e sull’esclusione di misure di golden rule. E dunque, come cambia il Patto? “Rafforzamento della stabilità sulla parte preventiva del Patto - incalza Junker - e dopo la riforma saremo molto più severi se l’economia sarà in crescita mentre aumenteremo la flessibilità nei periodi di rallentamento”.


La nuova Costituzione Europea
(dal quindicinale “In Europ@” del 30 giugno 2004)

La nuova Costituzione Europea non è una rivoluzione, e non apre la strada a quella che i tabloid britannici già chiamano il ''super stato europeo''. Tuttavia introduce delle novità interessanti che, nel momento in cui la Carta fondamentale sarà davvero ratificata e potrà così entrare in vigore, cambierà il volto dell'Unione Europea.
Partiamo da un punto cruciale: l'Ue diventa ''soggetto giuridico'', che è dunque qualcosa di più di un semplice organismo internazionale. Diventa un'entità a sé, e non più un coacervo di stati, potendo anche firmare trattati internazionali come tale e non solo in rappresentanza degli stati membri.
L'Ue viene inoltre dotata di un Presidente stabile, per due anni e mezzo, ponendo fine alla rotazione semestrale che costringeva leader mondiali a dover incontrare nel giro di 4 anni otto diversi Presidenti dell'Unione Europea. Questo certamente darà una maggiore incisività all'azione internazionale dell'Ue, almeno sul piano rappresentativo, anche se non si può dimenticare il pesante freno costituito dall'obbligo dell'unanimità in politica estera. La rotazione semestrale, per altro, resterà nell'ambito dei consigli settoriali.
Oltre a un Presidente stabile, l'Unione Europea avrà un vero e proprio Ministro degli Esteri. Già il titolo fa capire che è qualcosa di più dell'attuale ''Alto rappresentante per la politica estera e di difesa dell'Ue''. Il Ministro, per altro, sarà anche membro a pieno titolo della Commissione Europea (con la formula del ''doppio cappello''), stabilendo così un rapporto diretto tra l'esecutivo e i governi in questo importante settore. 
Tuttavia, il ministro non avrà vita facile: alla fine la Gran Bretagna è riuscita a imporre una delle sue ''red lines'' essenziali: la norma dell'unanimità proprio in materia di politica estera. Londra ha bloccato una piccola apertura al voto a maggioranza, proposto già dalla presidenza italiana al conclave di Napoli dello scorso novembre: l'idea cioè che si possa votare a maggioranza su semplice proposta del ministro. Nella versione varata dai leader, invece, si specifica che perché si possa votare a maggioranza in materia di politica estera, vi deve essere sì una proposta del ministro, ma questo a sua volta deve prima esser stato incaricato, all'unanimità, dagli stessi governi di prepare la proposta stessa. Un complicato impiccio che in sostanza rende praticamente impossibile un passaggio al voto a maggioranza in questa materia. Esclusa anche un'ipotesi di cooperazione rafforzata (e cioè un gruppo di paesi che decide di andare avanti da soli su un determinato tema) in questo ambito. 
Le cooperazione rafforzate un altro campo sensibile, la cooperazione in materia giudiziaria e penale. Qui sono passati i cosiddetti ''freni d'emergenza'' inventati già al conclave di Napoli. Si vota a maggioranza, ma se alcuni paesi ritengono che vengano toccati interessi vitali, entro quattro mesi possono chiedere una nuova convocazione del Consiglio, che può o trovare un'intesa, o chiedere alla Commissione una nuova proposta (dovrà esser pronta entro un anno). Se il Consiglio continua a non trovare un'intesa, si potrà passare a una cooperazione rafforzata. Resta l'unanimità in altre materie, anzitutto il fisco e alcuni ambiti degli accordi commerciali internazionali.
Cambiano anche i rapporti di forza in seno al Consiglio Ue al momento del voto su una legge comunitaria: senza entrare nel dettaglio del complicato meccanismo, si istituisce un rapporto diretto con la popolazione dei singoli stati membri (si avrà una maggioranza quando a favore sono il 55% degli stati in corrispondenza del 65% della popolazione). Scompare così il poco chiaro e non sempre equo meccanismo del voto ponderato di Nizza. A proposito del voto, numerose materie finora sottoposte alla regola dell'unanimità passano ora alla maggioranza.
Sulla governance economica, si è arrivato a un complicato compromesso anzitutto sui poteri della Commissione in materia di procedura per deficit eccessivo. La bozza di Costituzione preparata dalla Convenzione Europea, irrobustiva i poteri dell'esecutivo: gli assegnava infatti il potere di fare una ''proposta'', anziché, com'è attualmente, una pura ''raccomandazione''. Dietro queste formule freddamente giuridiche si cela una sostanziale differenza la ''raccomandazione'' può essere modificata a maggioranza; la proposta, invece può essere ritoccata solo all'unanimità, rendendo così molto più difficile agli stati rimaneggiare le richieste dell'esecutivo prima di approvarle. Una proposta contro cui hanno mostrato durissima opposizione anzitutto i ''grandi'': Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, più vari altri stati medio-piccoli. Alla fine la presidenza ha irlandese trovato un compromesso: i poteri della Commissione saranno di ''proposta'' quando si tratta di constatare il deficit eccessivo (per il cosiddetto ''early warning''), mentre si resta alla ''raccomandazione'' quando si tratta di chiedere agli stati misure precise.
Cresce il potere del Parlamento Europeo in numerose aree, a cominciare dal bilancio dell'Ue e dalla nomina del nuovo Presidente della Commissione. Nel primo caso, l'Aula di Strasburgo è messa ora alla pari del Consiglio (che rappresenta i governi) e per poter varare il bilancio sarà indispensabile il sì di entrambe le istituzioni. Quanto al Presidente dell'esecutivo, oltre a restare indispensabile l'assenso dell'Europarlamento, i leader, nell'indicare il suo nome, dovranno tener conto dei risultati delle elezioni europee - conferendo così un connotato più politico alla sua nomina.
A prima vista, possono sembrare piccoli passi avanti, ma per chi conosce il ritmo di crescita dell'Unione Europea, con progressi solitamente misurati in millimetri, si tratta davvero di un rinnovamento che potremmo definire storico. Sempre che qualche paese, attraverso un referendum, non decida che l'Ue è andata troppo avanti. Perché, per entrare in vigore, il Trattato costituzionale dovrà essere ratificato da tutti e 25 gli stati membri.


Lettera del capo dello Stato al presidente tedesco Rau

Ciampi: «Subito la Carta europea»

«Serve un'Unione europea autorevole e capace di decidere con tempestività. L'unificazione monetaria va integrata»

dal “Corriere della sera”, 16 giugno 2004

Ecco la lettera che il capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi ha inviato qualche giorno fa al collega Johannes Rau, per il suo congedo da presidente della Repubblica Federale di Germania. Oltre a sigillare un’amicizia, la lettera illustra le aspettative europee del presidente Ciampi, che non sono mutate neppure dopo l’ondata euroscettica del voto per Strasburgo di domenica.

Caro Presidente, caro amico, nell'avvicinarsi della scadenza del Suo mandato presidenziale, evoco con soddisfazione il nostro quinquennale impegno per l'avanzamento dell'integrazione europea, cui Ella ha dato un innovativo impulso con lo storico articolo sulla Costituzione europea del novembre 1999. 
Sin dalla mia prima visita in Germania come Presidente della Repubblica Italiana nel 1999 fino alla Sua visita a Roma nel marzo scorso; nell'arco di tutti i nostri incontri, da Davos e Agrigento a Lipsia e Berlino; nonché soprattutto nell'indimenticabile omaggio congiunto reso a Marzabotto alle tante vittime di spietati carnefici, abbiamo sempre operato insieme in profonda condivisione di sentimenti e obiettivi. 
Nel ricordo stimolante di tante riflessioni comuni sulla necessità del Trattato costituzionale per l'avanzamento dell’Europa, ho riletto in questi giorni il testo approvato dalla Convenzione. Esso pone i cittadini al centro della costruzione europea; assicura la governabilità democratica dell'Unione, rafforza ognuna delle tre Istituzioni - Parlamento, Commissione e Consiglio - mantiene l'equilibrio tra esse. 
Questo impianto fondamentale non è andato perso nel testo di Trattato costituzionale, nonostante le modifiche introdotte dalla successiva Conferenza intergovernativa. L'opinione pubblica dell'Europa appena riunificata deve quindi vedere in questo testo un frutto dello sforzo riformatore della Convenzione; le premesse di un’Unione Europea autorevole e capace di decidere con tempestività. 
L'unità è più che mai necessaria; nessun Paese può perseguire autonomamente i propri interessi. Gli avanzamenti compiuti nella sfera economica dimostrano che solo insieme potremo realizzare i nostri obiettivi: ed è in questo campo che l'Unione ha raccolto i migliori successi, perché più incisivi sona stati gli strumenti messi a sua disposizione. 
L'euro, simbolo profondo dell’integrazione europea, viene percepito anche nel resto del mondo come emblema della nostra unità; l'unificazione monetaria va integrata con un coordinamento più stretto ed una maggiore convergenza delle politiche economiche. Anche al di là dei suoi nuovi confini, e nei Balcani in modo particolare, l'Unione Europea è diventata - attraverso la crescente assunzione di responsabilità dirette nel mantenimento della sicurezza - riferimento essenziale per la stabilità dell'area. Questi risultati non possono far dimenticare che le divisioni in Iraq e Medio Oriente hanno impedito all'Unione di dispiegare, sullo scacchiere mediorientale, le potenzialità dì cui pure dispone: l'esperienza secolare di scambi nel Mediterraneo, la conoscenza profonda del mondo islamico, la volontà di salvaguardare la collaborazione con esso. 
La realtà internazionale, le stesse prospettive di un'azione coesa dell'Europa alle Nazioni Unite c'impongono oggi di superare i dissensi e di voltare pagina. Il Trattato costituzionale ce ne offre l'occasione. Dopo due anni e mezzo di negoziato - oltre 1000 giorni di riflessione - è lecito attendersi che venga raggiunto un buon accordo.
Anche la decisione di passare all'elezione a suffragio universale diretto del Parlamento europeo suscitò, nel 1975, vive opposizioni. Se ci fossimo arresi agli ostacoli, avremmo ritardato un essenziale fondamento democratico della costruzione europea; mettemmo invece in chiaro che una minoranza non può bloccare, senza limiti di tempo e di costi, il sentimento profondo della maggioranza. Certo, nessun popolo, nessun Parlamento, nessuno Stato dovrà essere costretto a percorrere una strada che non condivide. Ma nessun popolo, nessun Parlamento, nessuno Stato potrà impedire agli altri di realizzarla. 
Come fino a oggi i Trattati hanno sorretto l'avanzamento della costruzione europea, così per il futuro necessitiamo del solido ancoraggio della Costituzione: essa resta un passo essenziale alla salvaguardia del processo di integrazione. 
Con il fervido auspicio che i nostri due Paesi siano in prima fila nell'approvazione del Trattato costituzionale, con ammirazione per la coerenza morale con cui Ella ha svolto il Suo mandato, con fiducia nella forza degli ideali europei, mi è gradito rinnovarLe sentimenti di sincera amicizia, ed un caloroso augurio di benessere personale che estendo alla gentile Signora Christina anche da parte di mia moglie

Carlo Azeglio Ciampi


Le elezioni europee
nel segno della politica nazionale


Da
“In Europ@”, quindicinale della Rappresentanza in Italia della Commissione europea

Roma, 15 giugno 2004 - Le elezioni europee che la scorsa settimana hanno coinvolto 25 paesi per un totale di 349 milioni di votanti avevano uno scopo del tutto comunitario: scegliere i 732 eurodeputati per Strasburgo. Tuttavia, a dominare le campagne elettorali sono stati temi o del tutto nazionali, o poco attinenti con i reali poteri dell'Europarlamento, che pure nel corso degli anni (e dei Trattati) è andato aumentando il suo peso in seno alle istituzioni europee.
In molti Paesi il voto è stato in effetti l'occasione per lanciare chiari segnali al governo: così in Germania, dove secondo i sondaggi della vigilia il 57% degli elettori dichiarava apertamente di voler votare con la mente rivolta al cancelliere Gerhard Schroeder, o in Polonia dove moltissimi hanno espresso l'intenzione di votare contro il centro-sinistra al governo. Lo stesso si è visto in Italia, in Francia, e in molti altri stati dei nuovi paesi dell'adesione. Colpa, dicono molti analisti, dell'assenza di veri partiti europei con temi europei, solo verdi e comunisti hanno imboccato per ora questa strada. E’ colpa del fatto che molti elettori ancora non hanno chiaro che cosa può fare davvero l'Europarlamento.
Come si diceva, anche i temi non nazionali hanno avuto poco a che fare con i poteri del Parlamento Europeo. Secondo un recente studio, in effetti, le questioni che hanno maggiormente dominato sono stati l'adesione della Turchia, la Costituzione europea, la politica estera e di sicurezza, le questioni sociali ed economiche e, infine, i benefici nazionali derivanti dall'Ue. La questione Turchia è stata importante in Belgio, Germania, Grecia, Francia, Austria, sebbene Strasburgo in materia non avrà un ruolo decisivo. Anche sulla nuova Costituzione Europea, tema particolarmente dibattuto in Belgio, Danimarca, Spagna, Gran Bretagna, Polonia, Slovacchia e Francia, il Parlamento non avrà certo l'ultima parola. A proposito di Costituzione, va notato come ne siano stati sottolineati aspetti diversi, a seconda del paese. Così in Danimarca cruciale è stata la questione degli opt-out, in Francia e Gran Bretagna la questione del referendum, in Polonia e Spagna la questione del voto nel Consiglio Europeo.
Quanto alla politica estera, in molti paesi si è parlato naturalmente di Iraq (altro tema in cui il Parlamento Europeo può fare ben poco). Anche qui conta molto l'aspetto nazionale: in Gran Bretagna, Germania, Spagna e Italia, centrale è apparsa la questione della politica del governo e il rapporto con l'Amministrazione Bush. Vi sono casi del tutto particolari, come Malta, dove si è discusso del ruolo dell'isola come ponte tra Europa e mondo arabo.
Il tema sicurezza, in termini ampi, è risultato importante in Germania, Slovenia, Spagna e Finlandia, in quest'ultima però con particolare riferimento alla neutralità del paese. Importanti anche le tematiche sociali ed economiche. La politica sociale e occupazionale è trattata al livello sia nazionale, sia europeo in Belgio, Francia, Austria, Gran Bretagna, Repubblica Ceca e Slovenia, mentre in termini puramente nazionali in Lussemburgo, Finlandia e Polonia.
Sul piano economico, si è parlato (negativamente) della possibilità dell'armonizzazione fiscale a livello europeo in Lussemburgo e in Slovacchia, mentre i risultati della politica del governo nazionale sono centrali nelle campagne elettorali in Italia e Grecia. Entrambi i temi sono centrali in Germania. Vi è stato poi l’argomento dei benefici nazionali dell'appartenenza all'Ue. Ovviamente la questione è sentita soprattutto, ma non solo, nei paesi che hanno appena aderito all'Unione Europea, in particolare nella Repubblica Ceca, in Estonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Slovenia, alle quali si aggiunge, tra i vecchi membri, la Finlandia. Si è discusso dei benefici dei fondi di coesione nella Repubblica Ceca, in Estonia e in Spagna, mentre, dall'altra parte della ''barricata'', troviamo l'Olanda, contributore netto (cioè versa di più di quanto riceve dalle casse comunitarie) che si interroga sul finanziamento del budget dell'Unione. Altri paesi, come la Slovenia e la Lituania, discutono della propria capacita' amministrativa di assorbire fondi comunitari.
Citiamo, infine un tema a cavallo tra le questioni schiettamente nazionali e quelle europee: l'immigrazione. Se n'è discusso intensamente in tre paesi: Regno Unito, Austria e Malta. Dettaglio curioso, in particolare quest'ultimo paese teme un'ondata di immigrati a basso costo dall'Italia.