La solenne
Concelebrazione Eucaristica
presso il Santuario di "Meryem Ana Evì"
"Da qui, da Efeso, città benedetta dalla presenza di Maria
Santissima - che sappiamo essere amata e venerata anche dai
musulmani - eleviamo al Signore una speciale preghiera per la pace
tra i popoli". È l'accorata invocazione elevata da Benedetto XVI
durante la solenne Concelebrazione Eucaristica presieduta, nella
mattina di mercoledì 29 novembre, presso il Santuario di "Meryem Ana
Evì" ad Efeso. "Da questo lembo della Penisola anatolica, ponte
naturale tra continenti - ha detto il Papa - invochiamo pace e
riconciliazione anzitutto per coloro che abitano nella Terra che
chiamiamo "santa", e che tale è ritenuta sia dai cristiani, che
dagli ebrei e dai musulmani: è la terra di Abramo, di Isacco e di
Giacobbe, destinata ad ospitare un popolo che diventasse benedizione
per tutte le genti". "Pace per l'intera umanità! - ha proseguito -
Di questa pace universale abbiamo tutti bisogno; di questa pace la
Chiesa è chiamata ad essere non solo annunciatrice profetica ma, più
ancora, "segno e strumento"". "Proprio in questa prospettiva di
universale pacificazione - ha sottolineato - più profondo ed intenso
si fa l'anelito verso la piena comunione e concordia fra tutti i
cristiani. All'odierna Celebrazione sono presenti fedeli cattolici
di diversi Riti, e questo è motivo di gioia e di lode a Dio. Tali
Riti, infatti, sono espressione di quella mirabile varietà di cui è
adornata la Sposa di Cristo, purché sappiano convergere nell'unità e
nella comune testimonianza".
30 novembre -
Corriere Canadese
Il Pontefice
a Istanbul Minacce da Al Qaeda
Seconda giornata della visita di Benedetto XVI
in Turchia. Messa a Efeso e l'incontro con il Patriarca
La seconda giornata di
Benedetto XVI in Turchia è stata caratterizzata da un vibrante
appello per la pace tra i popoli e la concordia in Terra Santa. Ma
contro il Papa l'auto-proclamato "Stato islamico dell'Iraq" ha
diramato via Internet una dichiarazione rabbiosa in cui si
condannano i suoi sforzi per «dare vita al cosiddetto dialogo tra le
civiltà col mondo islamico».
Oggi il Papa ha in programma una visita alla basilica di Santa Sofia
(ora museo) e poi, subito dopo, è sua intenzione varcare la soglia
della Moschea Blu, la moschea più importante di Istanbul, come gesto
di distensione e di considerazione nei confronti del mondo
musulmano. Benedetto XVI è arrivato a Istanbul, megalopoli di 11
milioni di abitanti a cavallo tra due continenti, proveniente da
Smirne dove in un clima di grande raccoglimento spirituale ha
celebrato una messa nel santuario della Casa di Maria. Intimidazioni
terroristiche a parte, la visita di Benedetto XVI, col suo ingresso
al Fanar, è di fatto entrata nel suo "cuore" pulsante: il reale
motivo per il quale è stata intrapresa, infatti, è principalmente
ecumenico.
«Mi è di grande gioia essere qui tra voi, fratelli di Cristo», ha
detto rivolgendosi al Sacro Sinodo ortodosso. Nella storica sede del
Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli il Papa è stato accolto con
calore, familiarità e uno scrosciante applauso. Fosse stato per lui
l'abbraccio col Patriarca Bartolomeo I ci sarebbe stato l'anno
scorso, ma essendo mancato l'invito ufficiale da parte del governo,
il gesto fraterno sulla scia di Paolo VI e Giovanni Paolo II si è
potuto realizzare solo adesso. Oggi, festa solenne di Sant'Andrea
apostolo, cattolici e ortodossi celebreranno assieme una solenne
liturgia; poi firmeranno un'importante dichiarazione congiunta per
rafforzare legami ed impegni a favore di un'Europa rispettosa
dell'uomo, a favore della pace e del dialogo con le fedi. Prima di
prendere l'aereo della Turkish Airlines per Istanbul, il Pontefice
si è fatto protagonista di una "preghiera speciale per la pace" tra
le nazioni. Per farla ha scelto un luogo simbolico: il santuario
della Casa di Maria di Efeso, meta continua di pellegrinaggi sia per
i cristiani che per i musulmani. «Da questo lembo della Penisola
Anatolica ponte naturale tra continenti - ha detto durante la messa
celebrata davanti alla piccola comunità cattolica - invochiamo pace
e riconciliazione per coloro che abitano nella Terra che chiamiamo
"santa" e che tale è ritenuta sia dai cristiani che dagli ebrei e
dai musulmani». Poi ha ricordato che la regione di Abramo, di Isacco
e di Giacobbe è «destinata ad ospitare un popolo che diventi
benedizione per tutte le genti».
29 novembre -
America Oggi
Tradito dalla
politica Il viaggio del Papa in Turchia e la crisi
tra Ue e Ankara di Jean-Luc Giorda
Politica e religione viaggiano su ben distinti binari. Benedetto
XVI se ne deve essere rammaricato, ieri, mentre tutti i suoi sforzi
(notevoli) per ingraziarsi i turchi venivano mandati all’aria dalla
predominante ostilità dell’Europa politica all’ingresso della
Turchia nella Ue.
Al Papa tedesco non si può davvero rimproverare nulla, in questi
primi due giorni del delicatissimo viaggio. Ha quasi rinnegato se
stesso dichiarandosi, con abile scelta di parole, favorevole
all’integrazione della Turchia in Europa; ha lodato la religione
musulmana sorvolando sulle differenze per concentrasi sul fatto che
“adoriamo lo stesso Dio”; ha condiviso ieri anche il culto di Maria
con l’Islam, e non ha mai smesso di parlare di tolleranza, rispetto,
dialogo. Ratzinger ha fatto e detto insomma tutto ciò che umanamente
gli si poteva chiedere non solo per cancellare definitivamente le
polemiche seguite alla sua famosa “lezione di Ratisbona”, ma anche
per favorire le mire del governo turco sull’ingresso nell’Unione
Europea.
Del resto, forse per la prima volta, un Papa all’estero si trova a
rappresentare non tanto e non solo la Chiesa e i cattolici, ma “la
comunità internazionale”. Dalla Turchia divisa tra tradizione laica
di Ataturk e fondamentalismo montante, il Papa chiede in pratica a
tutto l’Islam di scegliere tra il dialogo pacifico con le altre
società e religioni, e la via dello scontro, predicata da una
minoranza integralista che raccoglie però sempre maggiori simpatie
popolari.
È un peccato che proprio mentre Benedetto XVI è impegnato in questa
difficile missione diplomatica, la Commissione Europea gli tagli
l’erba sotto i piedi chiedendo in sostanza il congelamento dei
negoziati di adesione di Ankara alla Ue. “L’Unione Europea non aveva
altra scelta”, si è giustificato con il premier turco Erdogan il
presidente francese Jacques Chirac.
Vero. La Turchia ha disatteso gli accordi sottoscritti con il
“protocollo di Ankara” sulla questione di Cipro, rifiutando di
aprire porti e aeroporti alle merci provenienti dalla repubblica
greca dell’isola, membro a pieno titolo della Ue. Ma non sarebbe
stato più opportuno rendere pubblico questo orientamento della
Commissione dopo la conclusione della visita papale? Le scadenze lo
consentivano: i ministri degli esteri Ue dovranno pronunciarsi l’11
dicembre, i capi di stato e di governo durante il vertice del 14 e
15 dicembre.
Le coincidenze in diplomazia non esistono. Tutto viene vagliato e
considerato. È evidente dunque che la raccomandazione della
Commissione di ieri è un colpo battuto dal potente “fronte
anti-turco”, in particolare Francia e Germania che hanno subito
applaudito alla decisione, per rispondere al “successo mediatico” di
Erdogan, che ha trasformato il breve incontro con il Papa in un
semaforo verde per l’adesione alla Ue.
Per questo altri paesi hanno subito lanciato segnali opposti: la
Gran Bretagna di Tony Blair, l’Italia di Prodi, la Spagna di
Zapatero, si spendono per rassicurare Erdogan e al tempo stesso
mettere in guardia i partner Ue dal “chiudere la porta” alla
Turchia. Un’Europa arroccata, che esclude un grande paese islamico
sarebbe un segnale inequivocabile per il mondo musulmano. La
dimostrazione che l’accusa alla Ue di essere un “club cristiano” è
fondata. Per qualcuno persino una conferma delle farneticazioni di
al Qaeda sul senso di “crociata” del viaggio di Benedetto XVI.
Il Papa, suo malgrado, è finito quindi ostaggio della politica, e
degli interessi economici e diplomatici che regolano i rapporti tra
gli stati. Gli resta la soddisfazione dell’abbraccio con il
Patriarca ortodosso Bartolomeo I. Un abbraccio che era, in fondo, la
ragione originale e principale del viaggio in Turchia.
29 novembre -
La Stampa
La nuova Nato
uno scudo contro i terroristi
di Maurizio Molinari
Combattere i terroristi
totalitari dalla Spagna all'Indonesia, sostenere le giovani
democrazie in Medio Oriente ed aiutare i bielorussi ad abbattere
l'ultimo tiranno europeo: è questa la direzione di marcia che il
presidente americano George W. Bush indica alla Nato per il XXI
secolo parlando di fronte all'Università della Lettonia.
Arrivato a Riga per affrontare un summit condizionato dai dubbi di
molti europei sui compiti globali della Nato e sull'aumento
dell'impegno militare in Afghanistan, il capo della Casa Bianca
affronta le difficoltà prendendo l'iniziativa. Il fine è di far
capire a «scettici e pessimisti nel mio Paese ed in Europa» che, a
dispetto della sconfitta subita dal suo partito nelle elezioni di
Midterm, negli ultimi 24 mesi che gli restano alla Casa Bianca non
rinuncerà a promuovere la «rivoluzione democratica globale»
enunciata nel gennaio 2005. Da qui un discorso tutto all'offensiva.
Prima definisce l'Afghanistan «la missione più importante della
Nato» per via del fatto che vede le truppe dei 26 membri e di 11
partner impegnate a sostegno di una «giovane democrazia» contro gli
«estremisti islamici che vogliono imporre il totalitarismo dalla
Spagna all'Indonesia». L'Afghanistan è il fronte sul quale
l'Alleanza multilaterale nata contro l'Urss combatte i nemici del
XXI secolo. La missione iniziata come risposta collettiva
all'aggressione lanciata da Al Qaeda all'America 1’11 settembre del
2001 costituisce per Bush la missione che consente di «proteggere i
nostri cittadini, difendere le nostre libertà e mandare agli
estremisti il messaggio che sarà la libertà a prevalere» oltre a
cogliere a Kabul risultati come «il ritorno in patria di 4,6 milioni
di profughi, la presenza nelle scuole di due milioni di ragazze e la
celebrazione di libere elezioni».
Se la Nato ha consentito nel Novecento di «allargare il cerchio
della libertà» all'intera Europa ora la sfida è «affidare al potere
della libertà la possibilità di portare la pace ai popoli del Medio
Oriente». Da qui l'appello ai leader alleati affinchè non solo
«facciano di più in Afghanistan» - togliendo i veti all'impiego di
truppe nel Sud -ma si impegnino «a sostegno delle giovani democrazie
da Baghdad a Beirut». È un'agenda tutta politica. «La guerra al
terrore è più di un conflitto militare, i tratta della lotta
ideologica decisiva del XXI secolo» dice il presidente, elencando i
luoghi in cui si svolge: «In Libano dove gli assassini Pierre
Gemayel vogliono destabilizzare la democrazia; in Siria dove il
governo consente agli Hezbollah di armarsi; in Iran dove si
arrestano i sindacalisti, si finanzia il terrorismo e si insegue
l'atomica; nei Tenitori palestinesi dove gli estremisi tentano di
bloccare la visione di due Stati democratici, Israele e Palestina».
È la descrizione di un impegno globale «contro il terrorismo ed a
favore delle riforme» che Bush ritiene necessario perseguire assieme
a partner non-europei come Australia e Giappone «che condividono i
nostri valori e vogliono lavorare per la pace». In tale cornice la
presenza delle truppe americane e di altri 18 alleati in Iraq è «un
sostegno alla democrazia» soprattutto grazie al ruolo della Nato
nell'addestramento delle forze di Baghdad e nella fornitura di mezzi
«inclusi 77 carri armati ungheresi T-72».
Oltre a disegnare nel Grande Medio Oriente il nuovo orizzonte della
Nato, Bush guarda agli appuntamenti che incombono sul fronte
europeo: da un lato esprime sostegno all'adesione di Croazia,
Macedonia, Albania, Georgia e anche Ucraina «quando le riforme
democratiche saranno completate», e dall'altro c'è l'«appoggio al
popolo della Bielorussia» affinchè si liberi dall’ultima tirannia»
d'Europa. In concreto significa chiedere al primo summit atlantico
che si svolge sul territorio dell'ex Urss di portare l'Alleanza
lungo tutti i confini russi dal Mar Baltico al Caucaso ed al fine di
scongiurare le prevedibili reazioni del Cremlino Bush aggiunge un
rassicurante: «Bisogna rafforzare là cooperazione con la Russia».
Nella visione del presidente c'è continuità fra il completamento
dell'allargamento ad Est e l'impegno in Medio Oriente: «Ogni nazione
della Terra ha diritto alla libertà, dobbiamo condividere il sogno
che un giorno non vi saranno più tirannie nel mondo intero».
29 novembre -
La Repubblica
L’incognita
di Santa Sofia
di Guido Rampoldi
S’inginocchierà, si farà il
segno della croce? Profitterà dell'occasione per benedire i mosaici
cristiani e le volte grandiose che per un millennio fecero da
fondale alle incoronazioni degli imperatori bizantini? Riconsacrerà
in segreto ciò che lo Stato turco ha sconsacrato? Il viaggio
pontificio è cominciato sotto i migliori auspici ma davanti al Papa
resta la tappa più insidiosa, la visita a Santa Sofia.
Così imponente da intimidire perfino Mehmet il Conquistatore, l'ex
basilica cristiana, oggi museo, sembra quasi predestinata a dilatare
i gesti più insignificanti con la vastità dei suoi vuoti. In quelle
penombre sono nate infinite alchimie tra la storia e il sacro, e
domani, quando vi entrerà, Benedetto XVI avrà addosso gli sguardi di
milioni di rivoluzionari pan-islamici.
Dal Cairo a Teheran quella platea mondiale attende un pretesto anche
minimo per attribuire al papa piani di rivincita. Tutti i
professionisti del vittimismo islamico griderebbero in coro: la
maschera è caduta!, questo non è un uomo di pace ma un crociato!, è
il messo d'un Occidente cristiano che non s'è rassegnato alla caduta
di Costantinopoli! Perfino nell'europea Turchia non mancano masse
disposte a credere che il papa voglia "ristabilire l'impero
bizantino", come sostiene non solo il leader storico del
fondamentalismo locale, Necmettin Erbakan, ma anche parte del
nazionalismo laico, e adesso pure il libro d'un Fallaci turco, 'Il
codice europeo', appena pubblicato.
Ma se era prevedibile che la scuola del sospetto trovasse un seguito
in un Paese che si sente tradito dall'Occidente, meno scontata è la
circospezione della Turchia moderata. Ha stimato Roncalli, ha voluto
bene a Wojtyla, ma di Ratzinger ancora non si fida. Ieri ne ha
apprezzato le dimostrazioni d'amicizia ma non ha rinunciato a
domandarsi perché il papa due mesi fa sottolineasse con vigore quel
che divide l'islam dal cristianesimo.
La stampa liberale teme che l'idea d'una diversità islamica sia
funzionale ai suoi disegni. Nel calcolo che gli si attribuisce,
un'Europa incapace di definire la propria essenza storica non
potrebbe arrivare alla (ri)scoperta dell'identità se non per
negazione. E cioè finirebbe per scoprirsi cristiana soltanto dopo
aver stabilito quel che non è: non è musulmana. Una volta
riconosciuta l'alterità dell'islam, quell'Europa fiacca e
inconsapevole potrebbe finalmente ritrovarsi per contrasto come
civiltà cristiana, fondata sui valori di cui sarebbe custode il
clero. Quella civiltà deve essere grossomodo univoca: tanto più
diventa necessario al papa riannodare la trama disfatta otto secoli
fa dalla divisione tra cattolici e ortodossi.
Questa percezione di Benedetto XVI appare meno ingenua di quella che
in Europa lo vuole teologo impolitico, perso nelle nuvole e ignaro
che i suoi strumenti (idee, simboli, allegorie) non sono
politicamente neutri; ma finisce per rovesciarglisi in un eccesso
opposto, nell'immagine d'un Ratzinger tutto politico che gli fa
torto. Quale che sia il Ratzinger autentico, se vuole aprire un
dialogo autentico con l'islam egli non può limitarsi ad uscire
indenne dal percorso ad ostacoli rappresentato dal suo viaggio in
Turchia.
Deve convincere della propria sincerità almeno l'islam moderato,
ieri però già più incline a credergli. E soprattutto deve congedare
lo spettro che lo accompagna da settembre, anche in questo viaggio.
Il fantasma di Manuel II Paleologo, terz'ultimo imperatore
bizantino, se si può riconoscere tale titolo ad un vassallo del
sultano.
Non è rimasta traccia a Istanbul di quel re infelice che governò i
resti dell'impero, cioè non molto più di Costantinopoli, dal 1391 al
1425; cercò invano aiuti e solidarietà in Europa; per salvare trono
e sudditi mise il proprio braccio al servizio degli ottomani; e
infine, ormai rassegnato alla sconfitta bizantina, si fece monaco e
morì in un convento. Per alcuni versi somigliava a Ratzinger. Era un
uomo di grande cultura, perspicace, versato nella scrittura. Come
Ratzinger prese i voti, sia pure sul finire della propria vita.
Anch'egli un papa (in quanto basileus, o re bizantino, era capo
della cristianità ortodossa), e un papa ansioso di riunificare la
cristianità, quantomeno per una necessità strategica, fare fronte
comune contro gli invasori musulmani.
Dell'islam Manuel II aveva un'opinione pessima, coerente con la
propria esperienza. Costretto a frequentare la corte del sultano, ne
conosceva bene lo spirito guerriero, la crudeltà capricciosa,
l'assolutismo indifferente alla razionalità della Legge.
Comprensibile che abbia scritto in una lettera: "Mostrami quel che
Maometto ha portato di nuovo e troverai solo cose malvagie e
inumane, come il comandamento di diffondere con la spada la fede che
egli predicava".
E' il passaggio che il papa ha citato nel discorso di Ratisbona lo
scorso settembre. Ne sono seguite un uragano di proteste islamiche,
quindi le precisazione di Benedetto XVI: non intendevo far mio quel
giudizio. Ma quale che sia il giudizio del papa sull'islam,
Ratzinger e Manuel sembrano condividere la convinzione che ciascuna
religione sia in sostanza un nucleo di idee immutabili, sotto
qualsiasi cielo e in qualsiasi epoca. Il cristianesimo sarebbe
questo, l'islam quest'altro, nei secoli dei secoli e ovunque.
Ma se domani per incanto Manuel, il suo patriarca e la sua corte
riapparissero nel buio di Aya Sofya per rispondere alle domande dei
giornalisti, non pochi rifiuterebbero l'idea che cattolici e
ortodossi appartengano alla stessa civiltà. Ai loro occhi i
cattolici, da essi conosciuti come i Latini, non apparivano affatto
fratelli nella fede, ma mortali nemici. Barbari. Più feroci dei
musulmani.
Quando le astute manovre del doge Enrico Dandolo trasformarono la
quarta crociata in una spedizione punitiva contro l'impero bizantino
da cui quest'ultimo mai più si rimise, un testimone del sacco di
Costantinopoli, cominciato il 13 aprile 1204 e durato tre giorni
spaventosi, scrisse: "Perfino i saraceni sembrano gentili e
misericordiosi" in confronto alla bestialità di questi guerrieri
cattolici. È vero che in precedenza in bizantini avevano massacrato
Latini a Costantinopoli. Ma nei due secoli successivi quasi ogni
flotta o esercito Latino cercò un regno o un bottino nelle terre di
Bisanzio. Di quello scontro inter-cristiano sporco e duro, in cui
nessuna parte esitò ad allearsi con il Sultano, è rimasta memoria
nelle lingue colte della Slavia ortodossa, dove latino sta per
infido, falso, e nel rancore forsennato con cui parte del clero
ortodosso, soprattutto greco e russo, guarda al papa dei cattolici.
Ratzinger conosce questo passato e certo non ignora la storia triste
dell'imperatore che ha evocato, Manuel II. Si direbbe anzi che
l'abbia chiamato in scena, alla vigilia d'un viaggio in Turchia che
ha per scopo principale il dialogo non con i musulmani ma con i
cristiano-ortodossi, proprio per segnalare a questi ultimi l'urgenza
di superare le antiche divisioni. Manuel tentò affannosamente di
costruire un'alleanza strategica con i Latini.
Fallì, e il suo fiasco consegnò definitivamente i resti dell'impero
al sultano. Ora non pochi teologi cattolici sono convinti che
l'Europa sia di nuovo minacciata da un'invasione islamica. Scrive il
più influente di loro, padre R. J. Neuhaus: "Attraverso il
terrorismo e l'immigrazione di musulmani in Europa, gli jihadisti
stanno premendo per ribaltare l'esito militare del 1683", l'anno in
cui le armate ottomane cinsero d'assedio Vienna ma furono respinti.
"Questo è il contesto - prosegue Neuhaus - in cui Benedetto XVI a
Ratisbona ha cercato di allargare il discorso.
(Lì) ha riconosciuto che nel comprendere la relazione tra fede e
coercizione i cristiani hanno avuto qualche volta problemi, e ha
suggerito che i musulmani tuttora ne hanno".
Se il papa condivide queste tesi certo non può proclamarlo. Però la
visita ad Aya Sofia potrebbe suggerirgli alcune riflessioni sulla
questione sollevata a Ratisbona, il rapporto tra islam e violenza.
Su quelle pareti altissime vedrà meravigliosi mosaici che prima
l'impero bizantino, poi l'impero ottomano, sottrassero agli
scalpelli dei movimenti iconoclasti. Questi ultimi volevano
distruggere le immagini sacre perché espressamente proibite dalle
Scritture (Esodo 20: 4; Corano, sura 16). Per opporsi, i teologi
imperiali interpretarono diversamente quei testi. In qualche modo
relativizzarono la Parola. La Chiesa cattolica s'è liberata della
terribile violenza di cui fu capace anche distinguendo, nei testi
sacri, il senso profondo dal senso letterale.
Alcuni settori della teologia islamica si muovono in quella
direzione; i più audaci, ancorché minuscoli, contestualizzano la
predicazione di Maometto e distinguono quel che appartiene al
profeta, ed è immutabile, da quel che non lo è perché appartiene al
condottiero, al politico, insomma alla storia. Ma se questo è vero
allora il relativismo non è soltanto, come afferma la Chiesa, il
male che corrode l'Occidente, ma in una misura saggia anche
l'antidoto alla violenza illimitata che alligna dentro il sacro:
dentro qualsiasi assoluto, non solo nell'islam.
Finché questo non sarà riconosciuto, ciascuna fede continuerà a
vedere la violenza come problema altrui. E sarà inevitabile che gli
uni scambino un vecchio papa per un restauratore dell'impero
bizantino e gli altri gli immigranti musulmani per vendicatori dello
scacco ottomano nell'assedio di Vienna. Ma per vedere tutto questo
nella penombra di Santa Sofia, o nel buio dei secoli, forse
servirebbe meno teologia e più compassione.
29 novembre -
Il Giornale
Le
contraddizioni non risolte della Turchia
di Marcello Foa
Ci sono Paesi che sanno
risolvere le proprie contraddizioni, che nell'alternanza di momenti
gloriosi e di episodi drammatici sanno costruirsi un'identità. La
Turchia non è tra questi. Bussa alle porte dell'Unione Europea ma
non sa chiarire a se stessa, e al mondo, se è occidentale o
orientale, laica o religiosa, moderna o socialmente arretrata.
Ovunque la si guardi emerge questo dilemma.
Un’eredità contestata
Quali sono le radici della Turchia moderna? In teoria la risposta è
netta: nella Repubblica secolare e nazionalista fondata negli anni
Venti da Atatürk, che ancora oggi viene venerato dal popolo e dalle
istituzioni. Qualunque ufficio pubblico espone le sue gigantografie.
Ma negli ultimi vent'anni un numero sempre più ampio di turchi ha
riscoperto la propria identità islamica e, con essa, l'impero
ottomano, i cui fasti vengono rimpianti e, spesso, mitizzati.
L'incognita dei valori
Questa doppia identità si riflette nella vita politica. La Turchia
oggi è un Paese musulmano, ma rigorosamente laico, che separa
nettamente Stato e Chiesa, e che coltiva sentimenti
ultrapatriottici. I turchi si riposano, come noi, la domenica e non
il venerdì. Eppure oggi sono governati dal partito Giustizia e
progresso, dichiaratamente musulmano. Non ha nulla in comune con i
fondamentalisti, ma ha promosso un processo di islamizzazione
strisciante, per esempio deplorando il consumo di bevande alcoliche
nei locali pubblici e incoraggiando l'uso del velo da parte delle
donne.
Quale politica economica?
Il musulmano Erdogan non è certo nemico dell'economia di mercato: in
quattro anni ha accelerato il processo di liberalizzazione sotto
l'impulso della Ue e del Fondo monetario internazionale. E i
risultati si sono visti: l'economia cresce al ritmo del 7-8%
all'anno e si sono moltiplicati gli investimenti dall'estero, tra
cui quelli dell'Italia, che vanta un saldo commerciale positivo di
due miliardi di dollari. Ma nel contempo il premier impone norme di
chiara ispirazione coranica che lo inducono a penalizzare la
fiorente industria vinicola locale e, soprattutto, a sostenere l'Islamic
development bank e altri fondi che rispettano sì i precetti
islamici, ma che fanno capo all'Arabia Saudita, dove, in caso di
controversia legale, vale la shaaria.
Democrazia con le stellette
La Turchia è un Paese libero, con una peculiarità: è sotto la tutela
dell'esercito, garante supremo della Costituzione e, soprattutto,
della secolarità. Ogni volta che forze estremiste - di sinistra o
islamiche - si sono avvicinate al potere, i generali sono
intervenuti. Ancor oggi vegliano di fatto sul sistema politico. La
Ue ritiene che la loro influenza sia incompatibile con le
consuetudini europee, ma sono in molti a pensare che senza la
garanzia dei militari la Turchia scivolerebbe rapidamente verso
l'Islam più retrivo.
Paese libero (più o meno)
In Turchia esiste la libertà di stampa, purché non si violi
l'articolo 301 del codice penale, che vieta qualunque offesa
all'identità nazionale. E siccome il concetto è piuttosto ampio,
diversi giornalisti vengono denunciati per reati d'opinione. In
passato molti di loro finivano in galera, ora, grazie alle pressioni
della Ue, spesso vengono prosciolti; ma l'abrogazione della norma
non è all'ordine del giorno. Anche il rispetto delle libertà civili
è dubbio: fino a qualche anno fa l'esercito si è reso protagonista
di violenze ingiustificate e repressioni arbitrarie. Di recente gli
abusi sono diminuiti, ma non sono cessati.
Attenti alle minoranze
La Costituzione sancisce il rispetto delle minoranze, anche
religiose, ma, come è tipico dei Paesi nazionalisti, alcune sono
meno fortunate di altre. I turchi, per esempio, non riconoscono le
loro responsabilità nel genocidio degli armeni, e nemmeno che esista
una questione curda, sebbene questa etnia rappresenti circa il 20%
della popolazione.
Una società patriarcale
Nelle grandi città le ragazze si vestono all'occidentale e seguono
uno stile di vita simile al nostro, sebbene poche riescano a
raggiungere posti di responsabilità; ma nelle campagne la maggior
parte indossa il velo ed è scarsamente istruita. La legge tutela la
donna, eppure permangono consuetudini medievali. Una donna su tre
viene picchiata o stuprata dal marito. Dal 2001, 500 donne sono
state uccise da propri familiari, nonostante il delitto d'onore sia
stato bandito.
Europa, pro o contro
Perché la Turchia dovrebbe entrare in Europa? Essenzialmente per
ragioni demografiche (è un Paese giovane in un continente che
invecchia), per motivi legati alla sicurezza strategica e agli
approvvigionamenti energetici. Ma chi è contrario sostiene che
questo Paese non è europeo bensì asiatico, e che le sue radici sono
musulmane e pertanto diverse dalle nostre, prevalentemente
cristiane. Sarebbe insomma un corpo estraneo, da aggregare con
accordi privilegiati ma non da inglobare.
29 novembre -
Il Sole 24 Ore
Benedetto XVI
sposta i confini dell' Europa
di Silvio Fagiolo
II viaggio di Benedetto XVI
sulle rive del Bosforo si presta a una duplice lettura, l'una in
chiave europea, l'altra che riguarda l'Occidente tutto intero. Un
inizio della missione cauto e sorvegliato, inevitabilmente freddo
nelle forme, non certo accompagnato da folle festanti; ma nemmeno da
massicce manifestazioni ostili, come pure si era temuto. E tuttavia
l'atmosfera dei colloqui, a cominciare da quello con il premier,
sembra stemperarsi verso un dialogo sereno e di enorme significato,
per l'Europa e per il mondo. Erdogan, incontrando il Pontefice
nonostante le esitazioni iniziali, ha voluto mandare un messaggio
all'Unione Europea, per riaffermare la persistente legittimità della
vocazione comunitaria del suo Paese. Ma un messaggio lo ha anche
riservato a quella parte estrema della propria opinione pubblica che
pretenderebbe di imporre al Governo di Ankara una linea di politica
estera basata sul fondamentalismo e sull'intolleranza.
La prima, più immediata riflessione, investe il limes della
costruzione europea. La missione avviene nel momento in cui
l'avvicinamento di Ankara a Bruxelles subisce una battuta d'arresto.
Le opinioni pubbliche europee sono ostili al Governo di Ankara, non
bisogna nasconderselo. Inquietano della Turchia la democratizzazione
imperfetta, l'arretratezza economica, pur se accompagnata da
eccezionali ritmi di crescita, confini poco rassicuranti, la
demografia esplosiva. È vero che le istituzioni democratiche in
Turchia si reggono sulle gerarchie militari e rischiano di cambiare
connotati una volta che le si affidi al potere civile basato sul
voto popolare. Ma è anche vero che della modernizzazione attraverso
l'adesione all'Europa si fa carico per la prima volta un partito con
radici di massa, il partito di Erdogan. Del resto mai negoziati
comunitari di allargamento furono accompagnati da tante garanzie. E
resta comunque l'ostacolo più insidioso: l'eventuale scelta di
alcuni Governi europei di consultare le proprie opinioni pubbliche
prima di consentire l'accesso al nuovo partner.
In questo quadro incerto, la visita del Pontefice assume un forte
carattere simbolico, sposta oltre l’Ellesponto i confini dell'Unione
Europea. Ci ricorda che l'Europa si può costruire anche oltre lo
spazio classico della civiltà europea. Anche in questo Benedetto XVI
può veramente considerarsi il continuatore del suo predecessore.
Tanto più che alcuni dei fautori dell'esclusione della Turchia dal
concerto europeo fanno leva, surrettiziamente o esplicitamente, sul
carattere cristiano della costruzione comunitaria per escludere da
essa un grande Paese islamico. Possiamo qui misurare, e crediamo che
il Governo turco, pur se con ritardo, se ne sia reso conto, il peso
immateriale, eppure straordinario, agli occhi europei, delle
immagini che vengono da Ankara. Si può sperare che i governanti
dell'Unione a loro volta ne traggano l'impulso a riprendere il
cammino della trasformazione dell'Unione da mercato a soggetto
politico.
Ma il viaggio del Papa va oltre la dimensione europea per
coinvolgere l'intero Occidente in quel dialogo fra le culture e le
religioni che appare oggi più che mai una delle chiavi di volta di
pacifiche relazioni internazionali. Qui il terreno è più insidioso,
dopo le reazioni al discorso del pontefice a Ratisbona. Ma la
circostanza che egli abbia voluto incontrare a viso aperto le
massime autorità religiose, tenendo ferma con coraggio la visita
nonostante le molte incognite e minacce, non può non aprire una
breccia in molti spiriti avversi.
Come per le forme dell'Europa, anche per il confronto fra le civiltà
la tempistica del viaggio si conferma straordinaria, in una fase
nella quale in Medio Oriente la politica occidentale stenta a uscire
dallo smarrimento conseguente alla guerra irachena e spinte
destabilizzanti sono tentate di prenderne il posto sui due lati
della barricata. Gli islamici nutrono due grandi paure: la prima è
che possano essere esclusi dal processo di modernizzazione. La
seconda è che l'integrazione nel processo di mondializzazione
avvenga a scapito dell'identità, che è in primo luogo un'identità
religiosa. D'altra parte la polarizzazione fra laicità e religione
può essere vista dai musulmani come la continuazione di quell'Europa
imperiale che manipola le sue invenzioni, compresi l'illuminismo, il
razionalismo e la democrazia, per dominare il mondo non europeo.
Mentre il Pontefice proprio a quella religione è venuto a rendere
omaggio e riconoscimento. La sua sofferta intellettualità, la sua
stessa fragilità fisica ne fanno l'immagine di una cultura europea
secondo la quale, come dice George Steiner, è proprio la
vulnerabilità della condizione umana che rende il dialogo
indispensabile.
29 novembre -
Il Messaggero
L’incontro
tra due mondi, uno grande occasione
di Francesco Paolo Casavola
Il viaggio di Benedetto XVI in
Turchia aveva per scopo l’incontro con Bartolomeo I, patriarca
ecumenico della Chiesa ortodossa di Costantinopoli, come
rinnovazione di quello memorabile del dicembre 1965 tra Paolo VI e
il patriarca Atenagora, che determinò la cancellazione delle
sentenze di scomunica delle due Chiese romana e orientale da cui
aveva avuto origine lo scisma del 1054. Invece la reazione del mondo
islamico al discorso, pronunziato dal Papa nell’Università di
Ratisbona, sulla fede di Maometto imposta con la spada, come
appariva all’imperatore bizantino Michele Paleologo, ha complicato
il contesto dei significati del viaggio. Proviamo a dare ordine
all’intreccio di profili religiosi e politici. I primi, se visti
dalle due parti cristiane dei cattolici e degli ortodossi, si
collocano nel quadro del dialogo ecumenico, interno alle confessioni
cristiane, tendente a superare almeno le ragioni teologiche, se non
quelle liturgiche e disciplinari, delle loro separazioni.
Ma in un paese in cui domina la fede musulmana e nell’immaginario
collettivo la figura del Papa di Roma è interpretata come quella di
un antagonista dell’Islam, il dialogo non è più soltanto ecumenico,
assume necessariamente le forme di quello interreligioso, cioè tra
religioni mondiali diverse. E l’opinione pubblica turca non sembra
in questo momento disposta al dialogo tra cristianesimo e islamismo,
a giudicare da atti ostili o di singoli o di folla indirizzati a
scoraggiare il Papa dall’intraprendere il viaggio. Bene ha deciso
Benedetto XVI a non deflettere dal suo proposito e a raggiungere
quella nazione per una missione ch’egli ha definito pastorale, in un
orizzonte oggi irrifiutabile di convivenza di culture e religioni
molteplici e diverse.
A questo punto sorgono le questioni politiche. Il premier turco
Erdogan, che sembrava voler eludere un incontro con il Papa,
impeditone da altri impegni, trova il modo di salutarlo al suo
arrivo in aeroporto, in qualche modo sfidando il radicalismo
fondamentalista di parte della popolazione. E’ evidente che Erdogan
sulla strada dell’adesione all’Unione europea non vuole frapposto
anche l’ostacolo di una cattiva accoglienza al Capo della Chiesa di
Roma. Il Papato è un simbolo storico dell’Occidente e dell’Europa.
Ma certo questo gesto, pure inevitabile, non solo non è sufficiente
di per sé solo alla causa europeista. Anzi paradossalmente la
presenza del Papa in Turchia mette allo scoperto la inesistenza di
fatto della libertà religiosa, quale è costituzionalmente tutelata
nelle nazioni europee e nell’Unione. I cattolici, su settanta
milioni di abitanti, si sono ridotti a poco più che tre decine di
migliaia.
Ma, secondo paradosso, la risorsa per la libertà religiosa è anche
qui la laicità dello Stato. La Repubblica turca, come la volle sulle
rovine dell’Impero ottomano, all’indomani della fine del primo
conflitto mondiale, Kemal Ataturk, è uno Stato non islamico. Gli
strumenti costituzionali perché la Turchia ospiti il colloquio tra
religioni, in vista delle mete comuni della giustizia, della pace,
dell’equilibrio delle risorse e dell’ambiente, esistono. E’
probabile che il Gran Muftì, responsabile degli affari religiosi,
abbia toccato questi temi nel colloquio con il Papa. Del resto
Benedetto XVI, visitando il mausoleo di Ataturk, in un clima di
intransigenza non avrebbe mai potuto ricordare e condividere il
messaggio del Padre della Repubblica turca: la pace in patria, la
pace nel mondo. Ci auguriamo che in questo segnale si possa leggere
un avvicinamento decisivo per un ruolo positivo della Turchia tra
l’Europa e l’Asia.
29 novembre -
La Stampa
Ankara
crocevia di dialogo
di Enzo Bianchi
La visita del successore
dell'apostolo Pietro al successore dell'apostolo Andrea, suo
fratello, è innanzitutto un incontro fraterno tra cristiani
d’Occidente e d'Oriente, ma si è via via caricato di significati
sempre più ampi e complessi. In quella terra le problematiche legate
al confronto tra Cristianesimo e Islam hanno preso il sopravvento
sull’aspetto più propriamente ecumenico, cioè intra-cristiano,
dell’incontro tra il papa Benedetto XVI e il patriarca ecumenico
Bartholomeos I.
Quelle problematiche sono: il fatto che il patriarca ecumenico
risieda in Turchia, un Paese laico a maggioranza musulmana avviatosi
a entrare nell’Unione europea, la presenza in quella nazione di
movimenti integralisti di varia matrice che mettono in discussione
la laicità delle istituzioni e contestano l’adesione a un’entità
politico-economica che considerano occidentale e cristiana, la
difficile situazione delle esigue minoranze cristiane.
È un altro sintomo della complessità socio-culturale nella quale ci
troviamo a vivere e che incalza la nostra capacità di elaborare
nuovi approcci mentali e i comportamenti che ne conseguono. È anche
un segno ulteriore del fatto che i due monoteismi animati da un
afflato universalistico - il Cristianesimo e l’Islam - sono le
religioni che maggiormente devono misurarsi con l’inevitabilità del
confronto e che, di conseguenza, sono quasi quotidianamente chiamate
ad assumere opzioni che lo incanalino nel solco del dialogo e della
convivenza e non lo lascino degenerare nel conflitto. Sono anche due
mondi religiosi e culturali ricchi di principi, di tradizioni e di
realizzazioni storiche di portata tale da consentire loro di non
cedere al nuovo assolutismo del mercato e della tecnica e di
resistere di fronte allo spirito dominante che vuole che ogni cosa
abbia un prezzo ma nessun valore. Non solo, ma i legami che sanno
suscitare e mantenere tra generazioni di credenti e all’interno di
ogni singola generazione riescono sovente a custodire il tesoro
prezioso del sentirsi e dell'essere «comunità», animata da un
medesimo spirito e tesa a una comunione nella diversità. E questo,
in una stagione in cui la globalizzazione dei problemi e delle
soluzioni fa esplodere i confini troppo rigidi degli Stati e rischia
di far ripiegare in un tribalismo identitario quanti si sentono
smarriti per le dimensioni planetarie delle sfide che si presentano
all’umanità. Il dialogo fra Cristianesimo e Islam, dunque, è
questione che non riguarda solo l’insieme dei fedeli delle due
religioni, ma la stessa convivenza civile mondiale, anche perché
ciascuna di loro non è minimamente riducibile all’orizzonte
geo-culturale con cui la si vorrebbe identificare: l’Occidente per
il Cristianesimo e il mondo arabo per l'Islam. Ora, quanti
preconizzano, auspicano o addirittura propugnano lo «scontro di
civiltà» commettono il tragico errore di rinchiudere se stessi e gli
«avversari» in una caricatura riduttiva delle grandi tensioni
spirituali che animano milioni di credenti, appiattendoli su
concrete, limitate e sovente difettose realizzazioni storiche: il
Cristianesimo è ben di più di quello che è stato per secoli e che
fatica ancora a essere «l’Occidente cristiano», così come l'Islam
non è riducibile ad alcune società arabe, neanche considerandole nel
periodo del loro massimo splendore.
In questo contesto capiamo meglio l’importanza del viaggio del Papa
in Turchia, Paese che è chiaro esempio di come i rigidi schemi
evocati prima non funzionino per spiegare la complessità del nostro
mondo: Stato fortemente laico fin dalla sua fondazione dopo la
caduta dell’Impero ottomano, abitato da una maggioranza di musulmani
che non sono arabi, strategicamente ed economicamente più propenso a
guardare verso l’Europa che non verso l’Asia, culla storica del
cristianesimo nascente prima e dell’ortodossia bizantina poi. E’ uno
di quei luoghi «faglia» in cui minime spaccature possono scatenare
scosse telluriche, in cui frizioni di lieve entità surriscaldano
pericolosamente le placche tettoniche, ma dove è anche più agevole
gettare ponti, scambiare merci e modi di pensare, confrontare stili
di vita e principi ispiratori. Proprio lì Benedetto XVI avrà la
possibilità di riaffermare di fronte a interlocutori cristiani di
altre confessioni, credenti musulmani e laici di diversi
orientamenti quanto il magistero pontificio degli ultimi quarant’anni
non si è stancato di ripetere: una convivenza nella pace e nel
dialogo è possibile perché non vi può essere «nessuna violenza nel
nome di Dio» e «la fede in Dio, Creatore dell’universo e Padre di
tutti, non può non promuovere tra gli uomini relazioni di universale
fraternità». Se l’Islam, come ricordava il Concilio Vaticano II, ha
portato «un ripudio di molti idoli, per la fede e la conoscenza del
Dio unico e vivente» e un messaggio che vuole «per tutti gli uomini
la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà», allora
un futuro diverso è possibile, allora possiamo sperare contro ogni
speranza che il confronto cui sono chiamate le nostre società sarà
sì faticoso, ma foriero di un fecondo intrecciarsi di sapienze
antiche e nuove, di inedite vie di autentica umanizzazione.
29 novembre -
Il Riformista
I gemelli
Kaczynski puniti dal voto perdono Varsavia
di Francesco Borgonovo
Una bella bacchettata sulle
dita. I gemelli Kaczynski, i reucci della Polonia di questi anni,
hanno perso quella che la stampa europea ha ribattezzato la
battaglia di Varsavia. Sono stati sconfitti alle elezioni
amministrative della capitale, una battaglia non persa in partenza,
su cui avevano puntato per dare qualche pennellata di smalto nuovo
alla propria immagine negli ultimi tempi un poco appannata. Dopo
aver litigato con l'Unione Europea, con i governi vicini, con la
Russia, con la sinistra del proprio Paese e pure con il leader
storico degli operai polacchi Lech Walesa, già loro mentore negli
anni che furono, i due gemelli hanno smarrito per il sentiero quel
consenso compatto che dava loro la forza per dichiarazioni scomode,
per politiche che facevano storcere il naso alla comunità
internazionale e che hanno suscitato spesso e volentieri reazioni
indignate da parte dei commentatori. Stavolta però il cuore pulsante
del Paese, Varsavia, è perduta.
Il candidato sbagliato. A difesa dei due, va detto che le
responsabilità della sconfitta risiedono anche e soprattutto nel
candidato sindaco. Si tratta dell'ex premier Kazimierz Marcinkiewicz,
sconfitto dalla liberale Hanna Gronkiewicz -Waltz (che lo ha
superato con il 53,18% dei consensi contro il 46,82%). L'ex primo
ministro gode ancora di una certa stima presso l'opinione pubblica
polacca, ma dopo la destituzione avvenuta qualche mese fa, ha perso
buona parte di quell'appeal che lo contraddistingueva e ne faceva un
potenziale leader. Il candidato di Legge e Giustizia è stato
penalizzato dall'impossibilità di criticare le scelte e le politiche
attuate dal più vecchio dei due gemelli. Ma soprattutto, a non
pagare è stato l'orientamento più moderato del candidato, che non è
perfettamente in linea con gli orientamenti del partito populista e
conservatore guidato dai Kaczynski. Il diretto interessato, tutto
sommato, ha preso la sconfitta con filosofia. «Sono nuovamente
disoccupato - ha dichiarato alle agenzie -sono comunque certo che mi
rialzerò. Dove e quando? Io stesso ancora non saprei dirlo».
Probabilmente, però, qualche idea già gli frulla in testa: potrebbe
passare dall'altra parte, nelle file della Piattaforma civica,
partito che probabilmente gli si addice di più rispetto a Legge e
giustizia (PiS). Si conferma quindi l'analisi che vorrebbe
Marcinkiewicz responsabile diretto della sconfitta elettorale. Con
tutta probabilità, sono state le sue idee politiche - già
abbondantemente espresse nei mesi scorsi - a penalizzarlo. Il
partito dei Kaczynski, infatti, ha ottenuto nel complesso dei
risultati soddisfacenti, che non minano più di tanto la credibilità
della leadership nazionale.
La rivalsa della sinistra. Certamente, la sconfitta sarà utilizzata
dai liberali e dalle sinistre come grimaldello nei confronti del
governo. Ma l'aspetto più preoccupante della faccenda non riguarda
le amministrative, che hanno favorito la cinquantaquattrenne ex
presidente della banca centrale, credibile e stimata dagli elettori.
Piuttosto, i gemelli dovranno stare attenti al significato politico
e alle prospettive future che offre l'alleanza fra la sinistra e i
liberali. Se dovesse andare in porto anche a livello nazionale e
consolidarsi in vista delle prossime elezioni politiche, Legge e
giustizia potrebbe avere molto di cui preoccuparsi, specie se un
possibile blocco di centro-sinistra saprà accattivarsi le simpatie
dei delusi che alle passate elezioni hanno scelto la destra.
29 novembre -
Libero
Il
depistaggio in atto sul caso Litvinenko
di Davide Giacalone
Il depistaggio è in atto, per
nascondere movimenti illeciti di denaro e responsabilità enormi. I
nomi russi fanno credere che si tratti di un romanzo, l'enormità
delle colpe serve a farle sembrare impossibili. Presto il
depistaggio, in perfetto stile Telekom Serbia, si gioverà anche di
qualche superficiale, diciamo pure cretino. Si scatenerà l'ilarità
contro quanti negano che gli elefanti possano volare e, del resto,
già si dice che Litvinenko si è suicidato (passando un paio di
settimane a vomitare se stesso). Non leggete quel che segue, se
cercate la "verità", perché non la conosco. Riconosco le bugie e le
paure, però. Le democrazie occidentali, ed in modo particolarissimo
l'Italia, erano infiltrate da agenti sovietici. Da noi c'era anche
il più grande partito comunista operante, legato ai sovietici.
Alcune di queste trame (non tutte) si trovano nell'archivio
Mitrokhin, altre ci sono state raccontate da storici coraggiosi.
Quel mondo non è sparito d'incanto, con il crollo del comunismo
sovietico, né si sono di botto prosciugati i fiumi di denaro che lo
irrigavano. Vale la stessa cosa se vista con gli occhi interni
all'odierna Russia. Il controllo di quella ricchezza, ovvero delle
intermediazioni nel commercio con l'estero, aggiunto al desiderio
(di pochi) di raccontare il passato, scatena la guerra interna, che
si riverbera nella rete esterna di uomini e denari. All'estero
convergono due interessi: quello dei collaboratori di ieri a non
essere scoperti, e quello di chi ancora inzuppa il pane.
All'interno della Russia la stretta autoritaria di Putin minaccia
tanto gli oppositori quanto le aree d'autonomia dei servizi. I morti
sono conseguenza della guerra.
Da noi una commissione parlamentare era incaricata di fare luce.
Chi la guidava non ha brillato per sintesi ed efficacia. Chi
l'avversava l'ha seppellito nel silenzio, pronto ad usare il
ridicolo e, se necessario, l'aggressione penale. Roba da matti,
dicono, invece d'indagare sulle spie chiedevano di Prodi. Già,
Prodi. Erano Rosse le Brigate che ammazzarono Moro, addestrate
dall'est, armate dai palestinesi che erano armati dai sovietici.
Erano democristiane, invece, le anime dei morti che depistarono le
indagini, scegliendosi Prodi come medium. O indaghiamo sui vivi, o
ce la pigliamo coi morti.
29 novembre -
La Stampa.it
Maxi condanna
per Wind
di Alberto Gaino
L’abbonamento «Solo Infostrada» veniva
presentato nel 2001 come «l’ultimo passo verso la liberalizzazione
delle telecomunicazioni»: fine del canone Telecom, si sarebbero
pagate solo le telefonate passando alla concorrenza, e invece non è
andata così. Cinque anni dopo quell’asso nella manica è diventato un
grandissimo guaio per Wind, che nel frattempo ha assorbito
Infostrada: un giudice torinese, Stefania Tassone, ha condannato
l’azienda telefonica ad inviare, entro il prossimo 25 gennaio, una
lettera a tutti gli abbonati a «Solo Infostrada» per informarli che
«hanno diritto al rimborso da parte di Wind - previa domanda e a
condizione che dimostrino di possedere i requisiti indispensabili -
dei canoni pagati alla Telecom a far data dalla sottoscrizione del
contratto Solo Infostrada».
Alla sentenza potrebbero essere interessati oltre 130 mila
consumatori. Da Wind, per ora, nessuna reazione ufficiale: solo
l’indiscrezione che la compagnia telefonica ricorrerà in appello con
lo studio legale romano dell’onorevole Publio Fiore che l’ha
assistita in primo grado. La botta è forte e forse inaspettata.
Anche per il secondo importante onere che la sentenza infligge a
Wind: chiarire agli abbonati a «Solo Infostrada» i motivi per cui il
servizio pattuito non è stato loro fornito. Vi deve provvedere con
una lettera da far pervenire ai destinatari entro il 25 gennaio.
Ma l’aspetto più clamoroso della sentenza è quello dei costi per
Wind. Il Movimento Consumatori, promotore dell’azione civile
collettiva, li indica in non «meno di 50 milioni di euro» e si
spinge a indicare una «stima possibile di 80 milioni». «Sulla base -
sostiene Alessandro Mostaccio, dirigente piemontese
dell’associazione di consumatori - di un calcolo molto semplice: il
contratto aveva validità 12 mesi, per tanti si è protratto oltre due
anni, e in quell’arco di tempo chi aveva lasciato Telecom per
abbonarsi a Infostrada, convinto da un’aggressiva campagna
pubblicitaria, è stato costretto a pagare anche il vecchio canone di
circa 30 euro a bimestre».
«Caro canone addio!» prometteva il dépliant della campagna
pubblicitaria. Informazione ingannevole, sentenziò a maggio 2002 il
Garante della concorrenza e del mercato. Il Movimento Consumatori
torinese inviò una diffida all’azienda telefonica per poi rivolgersi
al giudice civile, ricorrendo allo strumento di una «class action
minore», riconosciuta con una legge del 1998 e poi assorbita dal più
recente Codice del Consumo. «Minore perché - spiega l’avvocato Paolo
Fiorio, patrocinatore con il padre Valentino della causa - con
questo tipo di azione non si può andar oltre la pronuncia di
illegittimità del comportamento lesivo degli interessi dei
consumatori. Ciò vuol dire che, con la sentenza in mano, sarà più
facile ottenere i rimborsi, anche per via legale, ma sarà sempre
necessario ricorrere al tribunale, caso per caso, qualora
l’atteggiamento di Wind rimanesse di chiusura».
Con una sua nota il Movimento Consumatori tocca l’attualità della
questione: «Un compiuto disegno di liberalizzazione del mercato e
della nostra economia non può prescindere da moderni e efficienti
strumenti di giustizia collettiva per impedire ulteriori danni e
vessazioni per i consumatori». Esplicito è il riferimento al disegno
di legge sulla «class action» che «consentirebbe di ottenere in
sentenza i risarcimenti attesi».
Infostrada aveva fornito, come promesso, l’accesso diretto alla rete
telefonica fissa a soli 690 abbonati dei 138.178 che in pochi mesi
avevano aderito al contratto. Gli altri li dirottò sul servizio «carrier
preselection» che prevedeva necessariamente il pagamento del canone
Telecom.
29 novembre -
La Stampa.it
L’Europa si
spacca sui videogames
di Maria Maggiore
La potente lobby dei videogiochi
invade la Commissione europea. Oggetto del contendere è ancora il
discusso videogioco horror «Rule of Rose», appena uscita in Europa
tra un vespaio di polemica per le incredibili scene di violenza e
erotismo fatte recitare da bambine. Il gioco interattivo, presentato
a Milano lo scorso 23 novembre, è stato preceduto in Italia dagli
anatemi del sindaco Veltroni che aveva chiesto il ritiro immediato
dagli scaffali del nuovo prodotto Sony.
La ragazza picchiata
In «Rule of Rose» si vede di tutto in un crescendo di
sado-masochismo subito da una bambina. Nel tentativo di scappare da
un orfanotrofio, la piccola si fa legare, picchiare, gettare liquidi
in faccia, fino a farsi seppellire viva in una cassa poi gettata in
un sommergibile. Frattini, ricevuta a Bruxelles l’eco delle
polemiche per l’imminente distribuzione del gioco, aveva bollato le
immagini come «oscene». E, con un inconsueto tempismo istituzionale,
aveva inviato una lettera ai ministri della Giustizia perché
aprissero subito un dibattito con lo scopo di vietare la vendita ai
minorenni di certi videogiochi violenti.
La reazione delle lobby
Il suo attivismo ha finito per mandare su tutte le furie la lobby
europea dei videogame che, in una lettera inviata a vicepresidente
della Commissione europea, ha rivendicato la libertà di
«autoregolamentazione del mercato» e «il successo che questo tipo di
videogiochi ha anche in un pubblico di adulti».
E, intanto, dentro la Commissione Barroso si sono scatenati i più
liberali. La prima a muoversi è stata la lussemburghese Viviane
Reding. Non direttamente responsabile del dossier perché incaricata
del già delicato portafogli della società dell’Informazione e dei
media, l’agguerrita liberale, non ha gradito l’interventismo di
Frattini sulla delicata questione del videogioco violento.
Il rimprovero dei liberali
Il 17 novembre la Reding prende carta e penna e scrive al collega
rimproverandolo, prima di tutto, di non averla informata della sua
iniziativa. La Reding dice di «condividere la necessità di una
regolamentazione della materia», anche se «la responsabilità di
quello che arriva ai nostri figli deve essere divisa tra l’industria
e i genitori». Poi la Commissaria spiega al collega che esiste già
un sistema per selezionare le «opere» che finiscono tra le mani dei
bambini.
Il «bollino» sui giochi Si tratta del label «Pan european game information», meglio
conosciuto come «Pegi». Ora il Pegi, nato nel 2003, consiste in
un’etichettatura stampata sulla scatola che assicura che il gioco
rispetta certi criteri e può essere venduto a un determinato
pubblico. La società che distribuisce «Rule of Rose», la 505 Games
(inglese, ma quotata in borsa anche in Italia), si difende mostrando
proprio il certificato Pegi che ha promosso il nuovo videogioco
(fabbricato in Giappone dalla Sony, che non ha però voluto venderla
direttamente in Europa) con un «16+»: per i maggiori di 16 anni.
La Reding ha concluso la sua missiva a Frattini con il suo verbo
liberale : «D’accordo per mettere dei paletti, ma non si possono
censurare i contenuti, in linea con gli orientamenti della
Commissione volti a bilanciare il rispetto della dignità umana con
il fondamentale diritto della libertà d’espressione». Laconica e
incisiva la risposta del vice-Presidente. «E’ vero che ci sono
codici di condotta, ma finora hanno dimostrato di non funzionare».
Intanto «Rule of Rose» è stato vietato in Inghilterra e la Francia
sta meditando su come limitarne la distribuzione. E a dicembre si
terrà a Bruxelles il dibattito pubblico tra ministri voluto da
Frattini.
28 novembre - La Repubblica
“Preoccupato,
ma convinto”. Il papa arriva ad Ankara
di Marco Politi
Bagni di folla zero, per papa
Ratzinger che atterra alle 13 in Turchia. Sarà una visita
blindatissima, ancora più minuziosamente protetta di quella di
Giovanni Paolo II a Istanbul nel 1979, quando un criminale
sconosciuto (in Occidente) dal nome Alì Agca fuggì da un carcere
militare proclamando ai quattro venti di voler uccidere il
"comandante dei crociati" Karol Wojtyla.
Per Benedetto XVI ci sarà tuttavia un piccolo regalo politico. Il
premier turco Tayyip Erdogan ha confermato che sarà all'aeroporto di
Ankara per ricevere il pontefice. Il premier ha capito che nel
percorso ormai tutto in salita della Turchia verso l'Unione europea,
sarebbe controproducente avvelenare i rapporti con la Santa Sede. Il
ministro della Giustizia Cicek ha già detto che dopo lo "sfortunato,
sbagliato ed offensivo" discorso del Papa a Ratisbona, la Turchia
intende mostrare il suo aspetto di Paese "tollerante e ospitale".
Il portavoce papale Lombardi spiega che il pontefice e il premier si
incontreranno per quindici minuti nella saletta Vip dell'aeroporto.
"Un segno rilevante di attenzione, assai significativo", ha
commentato. Il Vaticano apprezza che il primo ministro abbia voluto
organizzarsi per non fare mancare il saluto all'ospite, "mettendo in
evidenza l'ospitalità e l'accoglienza positiva" che il Paese riserva
al Papa.
In Vaticano si dicono a turno "assolutamente sereni" ed
"estremamente preoccupati". Un mix di sentimenti del tutto
autentico. C'è la calma ereditata da secoli di esperienza e la
tensione dovuta alle incognite di una situazione incandescente.
Joseph Ratzinger viene descritto, comunque, come "convintissimo"
della necessità e dell'importanza del viaggio. Ed è vero. Il Papa si
è preparato con estrema cura al suo pellegrinaggio ed è consapevole
della delicatezza e del peso di ogni frase che pronuncerà.
Ratzinger intende dare grande rilievo alla dimensione ecumenica del
viaggio, all'incontro con il patriarca ecumenico Bartolomeo I e
quindi al dialogo tra Cattolici e Ortodossi e allo stesso è
intenzionato a evidenziare il significato e lo spessore dei rapporti
tra Cristianesimo e Islam. Sei discorsi e due omelie sono stati
cesellati, limati e lucidati come i capolavori di un orafo. Anche le
improvvisazioni - c'è da stare sicuri - saranno eseguite con una
precisione millimetrica.
"Con sentimenti di stima e sincera amicizia Benedetto XVI si
appresta a incontrare il caro popolo turco" titola l'Osservatore
Romano. Lo stile non sarà vivacissimo - un po' sull'onda dei
giornali esteuropei del tempo andato - ma la finalità politica è
chiarissima. Spargere balsamo su qualsiasi ferita provocata dalla
passata opposizione di Ratzinger cardinale all'ingresso della
Turchia nella Ue e dagli accenti poco felici verso l'Islam del
discorso di Ratisbona.
Nelle pagine speciali, che l'Osservatore Romano dedica al viaggio,
il cerimoniere papale monsignor Piero Marini mette in luce che il
primo viaggio di Benedetto XVI in un Paese a maggioranza musulmana
"inizia proprio nella terra dalla quale Abramo, comune patriarca per
Ebraismo, Cristianesimo e Islam, intraprese il suo viaggio nella
fede in Dio". E' un segnale, anticipa l'arcivescovo Marini, che il
Papa intende lanciare per il "superamento delle contrapposizioni"
che nei secoli hanno segnato di volta in volta i rapporti tra
cristiani, ebrei e musulmani.
Dal Cairo, dalla celebre università di Al Azhar, arriva pronta la
risposta. Dice Ali Samman, presidente della Commissione per il
dialogo interreligioso (nell'ateneo - guida dell'Islam sunnita): "Il
futuro del dialogo tra la Chiesa di Roma e il mondo musulmano
dipende dalle parole che Benedetto XVI pronuncerà durante la sua
visita in Turchia".
Oggi ad Ankara la giornata sarà dedicata agli incontri con le
autorità turche. Il Papa renderà omaggio al mausoleo di Ataturk,
incontrerà il presidente della Repubblica Necdet Sezer e il Gran
Muftì Bardakoglu. Domani volerà a Smirne per recarsi a Efeso alla
"casa" della Madonna e in serata atterrerà a Istanbul. Le ultime due
giornate saranno dedicate ai colloqui e alle cerimonie liturgiche
con Bartolomeo I con cui firmerà una Dichiarazione congiunta.
"Una pietra miliare, storica e simbolica, sulla via della
riconciliazione tra le due Chiese", definisce la visita il Patriarca
Bartolomeo I. Intanto si prega intensamente in molte diocesi
d'Italia perché tutto si svolga senza incidenti.
28 novembre - Corriere della Sera
Cronisti,
deputati e 007: una lunga scia di morti
La vittima in punto di morte ha firmato un atto d'accusa indicando
il mandante e uno degli esecutori del delitto. In altre circostanze
Scotland Yard avrebbe già fermato i due. Ma questa non è
un'inchiesta normale, è un caso internazionale. Perché il mandante
secondo Alex Litvinenko, morto giovedì notte dopo tre settimane di
agonia, è Vladimir Putin.
Litvinenko è diventato un traditore quando raccontò al mondo una
versione agghiacciante sugli attentati dinamitardi contro palazzi
civili che nel '99 uccisero 300 persone in Russia. La colpa fu data
ai terroristi ceceni, ma secondo l'ex 007 sarebbero stati compiuti
dai servizi segreti di Mosca, per giustificare la guerra a Grozny.
Putin allora era primo ministro e costruì la sua immagine
promettendo alla Russia di schiacciare i terroristi. Su quel caso in
Russia è stata condotta un'inchiesta. Due membri della commissione
che se ne occupò sono morti. E non di morte naturale. Prima è
toccato al politico Sergei Yushenkov, abbattuto a colpi di pistola
nel 2003. Pochi mesi dopo Yuri Shekochikin, deputato e giornalista,
prese una malattia misteriosa. Il morbo cominciò a creargli squame
sula pelle, poi rigonfiamenti all'esofago e edemi al cervello. I
risultati dell'autopsia sono stati definiti «segreto medico». Il
mese scorso è stata uccisa a Mosca Anna Politkovskaya, giornalista
che si occupava delle trame in Cecenia.
«Non vi pare strano che la lettera con l'accusa a Putin sia stata
resa pubblica mentre il presidente si sedeva al tavolo del vertice
Russia-Europa a Helsinki?» dice una fonte russa con base a Londra al
Corriere (niente nome, «perché in Gran Bretagna ci sono 300 mila
russi e non si sa mai con chi si ha a che fare»). E prosegue:
«Ricordate che la Politkovskaya è stata uccisa il 7 ottobre, quando
Putin stava andando a Berlino. In Italia conoscete il latino, no?
Cui prodest, basta chiedersi chi aveva più da guadagnare da una
crisi come questa. La risposta è Berezovskij, è lui che cerca di
screditare il governo russo».
Dopotutto Litvinenko aveva tradito: poteva essere venduto a sua
volta. «Da tutti ma non da Berezovksij, perché Boris doveva la sua
vita ad Alexander» giurano nella comunità degli émigrés russi a
Londra. In effetti nel '98 l'allora colonnello Litvinenko aveva
denunciato un piano della squadra «esecuzioni extralegali» dell'Fsb
per assassinare l'oligarca diventato troppo ingombrante
politicamente. Lo sapeva per un semplice motivo: era vicecomandante
di quella sezione di killer. «La sua rivelazione costrinse Eltsin a
licenziare il generale Khorkholkov e a promuovere Putin alla
direzione dell'Fsb. Di fatto Putin deve la sua carriera a Litvinenko»
dice al Corriere Alex Goldfarb, amico della vittima. E continua:
«Diventato capo dell'Fsb Putin convocò Litvinenko nel suo ufficio, i
due si parlarono. Perciò Alexander era certo di essere caduto
vittima dell'ordine del vecchio collega: sapeva come ragiona». Putin
ha chiamato ai vertici della burocrazia del Cremlino molti ex
commilitoni del Kgb, li chiamano i siloviki (quelli della forza).
Dicono che abbiano costituito un gruppo «Dignità e Onore» per punire
i traditori.
Finora sul fronte dell'immagine il Cremlino sta perdendo la partita.
Il primo colpo sono state le foto del colonnello in agonia. Prima da
Mosca c'era stato chi aveva liquidato con sarcasmo la malattia
dell'esule: «Gli consiglierei di stare alla larga dalla vodka
adulterata» aveva detto Gennady Gudkov, membro della Duma ed ex
ufficiale dell'Fsb. Ma le immagini di un uomo atletico di 43 anni
ridotto a un vecchio cereo hanno fatto suonare come ciniche quelle
parole. L'idea delle foto è stata di Lord Bell of Belgravia, che
prima di essere nominato Pari del Regno era noto solo come Tim Bell
e pianificò la campagna che portò al potere Margaret Thatcher nel
1979. Il lord guida la Bell Pottinger Communications, che ha tra i
suoi clienti Boris Berezovskij. E sta curando anche questa spy
story.
28 novembre
- MF
Nel cuore
della campagna andalusa sorge una potente centrale solare
di Galeazzo Santini
La Spagna inaugura la più
potente centrale solare d'Europa, inferiore a livello mondiale solo
a quelle che gli Usa hanno realizzato in California e in Nevada e
Israele a sud di Beer-Sheva. Alle porte di Siviglia, dove tutto
evoca i fasti di Isabella la Cattolica, in un campo aperto si eleva
un'immensa torre di oltre 100 metri di altezza circondata da 624
specchi, ciascuno di 121 metri quadrati. Queste superfici riflettono
i raggi solari che generano un intensissimo calore: tra i 600 e i
1.000° ossia quanto basta per produrre il vapore necessario a far
girare una turbina capace ili alimentare gli alternatori che a loro
volta produrranno elettricità Che la centrale sia nucleare, a
carbone, a petrolio o a gas, il funzionamento è sempre lo stesso,
anche se la potenza cambia. La centrale PS10, quella situata nella
campagna andalusa, che affida al sole tutto il lavoro, produce
infatti solo 10 megawatt, mentre un reattore nucleare classico ne
crea ben 1.200. Per raggiungere nel 2010 l'obiettivo di fornire
luce, calore e climatizzazione a 120 mila famiglie di Siviglia
occorrerà costruire almeno otto torri più potenti e produrre i 302
megawatt necessari. I costi dell'operazione sono rilevanti. Il
gruppo spagnolo Abengoa prevede infatti un investimento di 1,3
miliardi di euro entro il 2010. Inoltre, bisogna considerare lo
spazio: sono necessari 2 ettari per produrre 1 megawatt. Nonostante
ciò gli sforzi per produrre energia che non genera nemmeno un grammo
di gas a effetto serra sono ingenti. Il governo spagnolo non ha
esitato ad aiutare Abengoa impegnandosi a pagare per 25 anni
l'elettricità della PS10 tre volte il prezzo di quella di una
centrale ordinaria. La Spagna, che nonostante le sue centrali solari
ed eoliche supera largamente i livelli di emissione di CO2 previsti
dal protocollo di Kyoto, ha quindi deciso di lottare contro
l'effetto serra ed è determinata a vendere questa tecnologia non
inquinante ad altri paesi ricchi di sole ma non di petrolio.
28 novembre - La Discussione
I tagli al
Commercio estero non piacciono alla Bonino
"Sono d'accordo con il ministro
Padoa-Schioppa sulla necessità di ridurre la spesa pubblica. Non mi
tiro indietro come ministro vigilante sul'Ice, anche se una serie di
enti sono stati esentati dai tagli. E' utile ridurre delle spese che
aiutano a fare più trasparenza rispetto a bilanci un po' opachi.
Però se oltre al già fatto si abbatte un altro taglio su un istituto
in cui il 70% dei dipendenti sono pubblici, l'unica cosa che si può
tagliare sono gli uffici all'estero. Noi siamo in un momento in cui
al netto della bolletta energetica è ripreso con grande forza
persino in paesi dove perdevamo quote come la Germania un dato di
export molto favorevole, e c'è la voglia di guardare al mondo non
solo come minaccia ma anche come possibilità".
Lo ha detto a Radio Radicale il ministro per il Commercio
internazionale Emma Bonino. "Se poi però - ha proseguito Bonino -
chiudiamo gli uffici che sono uno strumento importante di
accompagnamento delle piccole imprese che non hanno le strutture di
Telecom o di Fiat è chiaro che non è un buon messaggio. Già l'Ice
negli ultimi cinque anni è passata da 124 a 96 milioni di bilancio
di funzionamento. E’ chiaro che se si abbatte l'altra mannaia di
meno venti milioni di euro questo non è utile". Parla il ministro
Paolo Ferrero (Rifondazione comunista): "Ridurre le tasse? Non è una
priorità dell'oggi. Se ne parla fra due anni. Per adesso bisogna
recuperare l'evasione, rendere certo il gettito ed, eventualmente,
potenziare il servizio".
28 novembre - La Stampa
L’Italia
umiliata dalle nomine Ue
di Marco Zatterin
«Il governo è profondamente
irritato», tuona il ministro per le Politiche europee Emma Bonino.
Ne ha ben ragione. Una settimana fa la Commissione Ue ha deciso una
nuova tornata di nomine interne e l'Italia, ancora una volta, è
rimasta tagliata fuori dalla distribuzione delle poltrone pesanti
nonostante le valide candidature messe in campo. Il risultato del
rimpasto è che ora la Germania può vantare sette direttori generali
- i pezzi da novanta della funzione europea - contro i sei francesi,
i quattro inglesi e spagnoli, i tre italiani. E' una vecchia storia
che si ripete, Roma resta sullo strapuntino del potere a dodici
stelle. La Bonino attacca le «procedure incomprensibili» e annuncia
risposte concrete, a partire dall'appoggio al blocco del turnover
occupazionale dell'Esecutivo.
Servirà? «Non riusciamo mai a fare squadra», lamenta una voce
italiana dal cuore di Palazzo Berlaymont. Il problema, alla fine, si
riassume tutto qui. E' stato un boccone indigeribile per un governo
dichiaratamente europeista, forte di un premier ex numero uno della
Commissione e di un ministro con un passato da commissario. Le
attese erano altre, anche perché il dossier nomine è stato sempre
all'ordine del giorno nei contatti dei mesi scorsi fra Palazzo Chigi,
diplomatici e il gabinetto italiano del vicepresidente
dell'esecutivo Ue, Franco Frattini. La decisione sembra però aver
colto tutti in contropiede. Ieri Romano Prodi ha posto il caso col
successore Manuel Barroso, così come la Bonino ha fatto con Siim
Kallas, commissario al Bilancio. «Se le nomine rispecchiano
l'equilibrio per nazionalità - ha spiegato ieri il ministro -, ne
posso solo dedurre che non facciamo più parte dell'Europa». Erano da
designare due direzioni generali, oltre che sette vice e il capo
delegazione al Wto di Ginevra.
L'Italia da tempo puntava allo snodo degli Affari Regionali, dove
peraltro c'era un funzionario di lungo corso, Michele Pasca, che da
mesi svolgeva la funzione ed era certamente pronto per il passo in
avanti. Invece è arrivato un tedesco, accolto con piacere dalla
commissaria Danuta Hubner, la polacca del portafoglio regionale, che
risulta aver ceduto voluttuosamente alle pressioni di Berlino
nonostante la stima per il collaboratore italiano. A quest'ultimo è
stata offerta la dg Pesca, rifiutata con ferma educazione, e
trasferita a un greco. Le direzioni, come i voti nelle assemblee
societarie, si contano ma si pesano anche. La Bonino c'è l'ha col
metodo, sostiene che è uno sgarbo immeritato per un governo che «in
pochi mesi ha invertito la rotta e dimostrato grande attenzione per
i temi europei». Sarebbe persino «più logico, comprensibile e
trasparente - ha ammesso - tornare al vecchio sistema delle quote in
cui ogni Stato aveva un numero dato di incarichi». Ne fa una
questione di «mancato rispetto per un Paese che si è rimesso in
moto», l'ex commissaria. Che poi si chiede se «per essere meritevole
non sia necessario avere un passaporto francese o tedesco».
D'ora in poi, «nessuno consideri il nostro appoggio scontato». Il
volto tranquillo del portavoce della Commissione, Johannes
Laitenberger, rimanda le accuse al mittente. «Impressione sbagliata,
quella italiana - ha affermato -. Il criterio principale per le
promozioni è il merito, insieme con l'equilibrio geografico o di
genere». Roma voterà per il blocco del turnover? «Una simile
decisione - ha aggiunto il tedesco - sarebbe sfavorevole per i
“vecchi” Stati membri, vista la necessità attuale di riequilibrare a
favore dei Paesi di recente adesione». La realtà, lo rileva Emma
Bonino, è «che il numero di funzionari italiani a Bruxelles è
inadeguato rispetto al peso politico del Paese». Su ventiquattro
gabinetti della Commissione (il 25° è l'italiano) ci sono soltanto
13 nostri connazionali.
28 novembre - Il Sole 24 Ore
Nomine UE,
l'irritazione di Roma Dura reazione del Governo all'esclusione
di italiani nelle promozioni. di Enrico Brivio
Nell'ultima
distribuzione di poltrone eccellenti a Bruxelles, che non ha
riguardato alcun italiano, si è concretizzata «una strana serie di
nomine francesi e tedesche», mentre «c'è l'aspettativa che la
Commissione possa nominare anche qualcun altro». Così recita la
lettera che il ministro delle Politiche comunitarie, Emma Bonino, ha
consegnato al commissario agli Affari amministrativi, Slim Kallas,
per protestare contro la penalizzazione dell'Italia negli ultimi
riassetti di organico della Commissione europea.
Dopo le promozioni della settimana scorsa sono sette i direttori
generali tedeschi, sei i francesi e quattro quelli di Spagna e Regno
Unito, mentre resta a quota tre l'Italia, nonostante Michele Pasca,
facente funzioni di direttore generale agli Affari regionali, fosse
pronto allo scatto. Abbiamo espresso «la profonda irritazione» del
Governo italiano, ha spiegato ieri a Bruxelles la Bonino, nei
confronti di «scelte e procedure che non sembrano corrispondere ai
criteri che l'amministrazione» si era data, in materia di
trasparenza ed equità. Uno scontento che anche Romano Prodi
esprimerà al presidente della Commissione Ue, José Barroso. Il
ministro ha avvertito che ora «tutta una serie di atteggiamenti di
sostegno dell'Italia alla Commissione non possono più essere
ritenuti scontati». La Bonino ha in particolare minacciato il ritiro
dell'appoggio italiano all'Esecutivo Ue nelle discussioni sul blocco
del turnover del personale comunitario. La presidenza finlandese,
sostenuta da Gran Bretagna e Germania, vorrebbe bloccare le
sostituzioni dei funzionari che lasciano il servizio, ma proprio
l'Italia con Spagna e Belgio si era battuta contro la proposta.
«Quando si va in giro a cercare sostegni - ha ammonito la Bonino -
si ricordino poi gli indirizzi di chi li offre».
Il portavoce della Commissione, Johannes Laitenberger, ha ribattuto
che l'ultima ondata di promozioni «si è basata esclusivamente sul
merito», e che vi sono «normali scostamenti statistici» negli
equilibri geografici, che si compenseranno nel lungo periodo. Quanto
a un blocco del turnover, secondo Laitenberger, «rischierebbe di
rendere più difficile ogni riequilibrio», riducendo il numero delle
nomine.
28 novembre - Corriere della Sera
Nomine UE,
l'Italia si ribella "Barroso vuole penalizzarci" Il ministro Bonino critica la scelta dei
direttori generali: "Pretendiamo rispetto. Alla Commissione contano
solo i passaporti francesi e tedeschi".
Il governo Prodi ha protestato con la
Commissione europea per l'ennesimo caso di sottovalutazione
dell'Italia da parte dell'istituzione di Bruxelles, presieduta dal
portoghese José Manuel Barroso. Il ministro delle Politiche
comunitarie, Emma Bonino, ha criticato i criteri seguiti nell'ultima
tornata di selezione di nuovi direttori generali e aggiunti, che non
ha visto realizzarsi l'atteso riequilibrio a favore dì un'Italia da
anni sottorappresentata rispetto agli altri grandi Paesi membri
dell'Ue.
La linea europeista del governo Prodi sembrava dover portare la
Commissione Barroso a rivedere il suo atteggiamento anti-italiano,
che aveva provocato accese polemiche a causa del ridimensionamento
dell'uso della lingua italiana, per varie mancate nomine o per
esclusioni da comitati di esperti. Invece la settimana scorsa nessun
italiano è stato nominato direttore generale o aggiunto. Le poltrone
disponibili, che possono essere paragonate a quelle dei vertici
della burocrazia ministeriale nazionale, hanno visto prevalere altre
nazionalità. La Germania ora conta sette direzioni generali, la
Francia sei (più ben otto posti di aggiunto), la Gran Bretagna e la
Spagna quattro e l'Italia solo tre come l'Irlanda. Tra l'altro i
settori guidati da italiani (Società dell'Informazione, Sviluppo e
Traduzioni) sono considerati di secondo piano rispetto alle
direzioni generali principali (Relazioni Esterne, Affari economici,
Concorrenza, Mercato Interno, Agricoltura, Segretariato generale).
Gli eurodeputati di Forza Italia, Antonio Tajani e Alfredo
Antoniozzi, hanno attribuito all'incapacità del governo Prodi questa
ennesima penalizzazione dell'Italia a Bruxelles.
Bonino ha lamentato "di non comprendere i criteri e le procedure"
seguite nella selezione dalla Commissione Barroso. Ha accusato che
nelle nomine Ue "ll passaporto francese o tedesco" continua a
contare più del merito. E ha ammonito che il suo governo non intende
più tollerare queste penalizzazioni in corso da anni. Il ministro
delle Politiche comunitarie ha detto che il premier Prodi avrebbe
protestato direttamente con Barroso, ventilando il ritiro del
sostegno italiano al sempre più debole e criticato vertice
dell'istituzione di Bruxelles. "Il nostro europeismo è fuori
discussione - ha dichiarato il ministro Bonino -. Ma tutta una serie
di nostri atteggiamenti di sostegno alla Commissione non possono più
essere considerati scontati o gratuiti. L'Italia è un Paese che
conta e che pretende di essere trattata con rispetto". Il portavoce
di Barroso ha replicato sostenendo che la scelta dei direttori è
stata basata sul merito e che ci saranno altre occasioni fino al
2009 per riequilibrare la presenza italiana.
28 novembre - Il Messaggero
Nomine alla
UE: l’Italia scende sul piede di guerra
di Romano Dapas
L'italia regge il fanalino di
coda del convoglio europeo anche in fatto di rappresentatività ai
vertici della Commissione Ue. Nel più recente "valzer delle
poltrone", i funzionari italiani ad alto livello sono riusciti a
conquistare solo tre direzioni generali, contro le 7 attribuite ai
loro colleghi tedeschi, 6 ai francesi, 4 agli inglesi e 4 agli
spagnoli. Una "Caporetto" in piena regola che provoca l'indignata
protesta del governo di Romano Prodi e proietta un'ombra antipatica
sulle relazioni, peraltro tradizionalmente privilegiate, tra Roma e
Bruxelles. Il premier ha contattato di persona il presidente della
Commissione europea, José Manuel Durao Barroso, per informarlo che
il governo italiano non comprende i criteri e le procedure
utilizzati per le ultime nomine, definite «del tutto inadeguate
rispetto al peso politico del Paese». Nella sua veste di ministro
per le Politiche comunitarie, Emma Bonino, ha incontrato, ieri, l'eurocommissario
estone, Slim Kalas, responsabile per le questioni ammnistrative, col
dichiarato proposito di esprimergli la «profonda irritazione»
dell'Italia e di denunciare l'«ingiusta penalizzazione» ai danni del
personale italiano nelle istituzioni europee. «Le nuove nomine - ha
precisato Emma Bonino durante una conferenza stampa - non rispondono
agli impegni europeisti del nostro governo, che sta dimostrando di
volersi mettere seriamente in regola per diventare un importante
attore sulla scena europea».
A conferma che la misura è colma, il governo minaccia di reagire in
modo duro, per esempio togliendo l'appoggio alle proposte avanzate
in sede di bilancio da Durao Barroso e dalla presidenza di turno
finlandese della Ue in favore di un blocco del "turn over" nelle
sostituzioni dei direttori generali. Va osservato che la situazione
non è nuova. Dieci e vent'anni fa, il problema era esattamente lo
stesso. Spiegabile, ma solo in parte, col vuoto generazionale
provocato dalla scarso numero di giovani italiani che in quegli anni
si presentavano ai concorsi per scalare le vette dell'curoburocrazia.
Il quadro è sempre stato assai diverso nel caso dei tedeschi e
soprattutto dei francesi, questi ultimi senz'altro favoriti da un
sistema burocratico comunitario che ricalca il modello francese. Ma
se risulta perfettamente accettabile che gli alti funzionari siano
promossi al grado superiore per i meriti acquisiti, più difficile è
ingoiare il rospo di un'Italia che ancora una volta viene superata
dalla Spagna, cioè da un paese entrato nel club europeo molto più
tardi di noi e con una popolazione di quasi un terzo inferiore a
quella della Penisola. Resta che, tra spostamenti e promozioni,
l'ultimo "valzer" ha interessato 35 alti funzionari con un solo
italiano coinvolto. Secondo Johannes Leitenberger, portavoce tedesco
del presidente Durao Barroso, non c'è alcuna volontà di penalizzare
l'Italia, il criterio seguito per le nomine è quello del “merito” e
la Commissione rimane «seriamente impegnata» a seguirlo anche in
futuro a scapito degli equilibri geografici. Da ultimo il
contentino: nell'Esecutivo europeo, ha assicurato il portavoce, e in
corso «un importante cambio generazionale», cui l'Italia partecipa
«con un'ottima rappresentanza di giovani funzionari».
28 novembre - Corriere della Sera on line
Ue,negoziati sospesi con Ankara È saltato il
compromesso su Cipro L'accusa di Bruxelles: rifiuta le navi e
gli aerei dell'isola La Germania: adesione? Non possiamo fare finta
di niente
BRUXELLES — Il compromesso su
Cipro non si trova e dunque i negoziati tra Ue e Turchia si avviano
verso il blocco. Saranno i ministri degli Esteri europei, che si
riuniranno l'11 dicembre a Bruxelles, a stabilire se verrà congelata
l'intera trattativa o se, invece, lo «stop» toccherà solo i 3
capitoli sull'unione doganale. Secondo il Commissario
all'allargamento, il finlandese Olli Rehn, «i negoziati non saranno
bloccati, ma rallentati su alcune materie». In realtà la «questione
turca» divide sia i 25 governi della Ue sia il collegio di
Commissari guidati da José Manuel Durao Barroso.
Il negoziato formale per l'adesione del Paese musulmano al club Ue è
cominciato nell'ottobre del 2005. La trattativa è in realtà un lungo
esame su 34 settori (dall'economia alla giustizia) per verificare se
la legislazione turca è compatibile con le norme europee. Il lavoro
tecnico è appena cominciato, ma si è subito arenato perché il
governo turco non ha dato seguito alla «dichiarazione di Ankara»,
con cui si impegnava ad aprire porti e aeroporti anche ai dieci
Paesi entrati nella Ue nel 2004. Tra questi c'è Cipro, lo Stato con
cui la Turchia non ha più rapporti diplomatici dal 1974, quando
occupò (ad Ankara dicono «liberò») la zona Nord dell'isola (abitata
dalla minoranza turco-cipriota).
Negli ultimi mesi la situazione si è incartata. Il governo guidato
dal premier Recep Erdogan ha posto una condizione considerata
inaccettabile dalla Ue: togliete l'embargo a Cipro Nord e noi daremo
via libera alle navi e agli aerei di Cipro Sud, come abbiamo fatto
per gli altri nuovi membri della Ue. Ieri, dopo mesi di sfiancanti
tentativi, il titolare degli Esteri finlandese, Erkki Tuomoioja,
presidente di turno del Consiglio dei ministri Ue, ha incontrato a
Helsinki prima il collega greco cipriota Goerge Lillikas e poi il
turco Abdullah Gul. Ma nessuno si è mosso di un centimetro. Lo ha
annunciato, con grande delusione, lo stesso Tuomoioja: «Le
circostanze non ci permettono di continuare a parlare di Cipro.
Inevitabilmente ci saranno delle conseguenze sui negoziati con la
Turchia. Quali saranno non possiamo dirlo in questo momento». Dura
la reazione di Gul, che ha accusato Cipro di «aver preso in ostaggio
la Ue». Nello stesso tempo però da Ankara il ministro della
Giustizia, nonché portavoce del governo, Cemil Cicek, non ha spinto
fino alla rottura: «Non vediamo alcuna ragione per interrompere le
discussioni in corso con la Ue. Il problema di Cipro non è una
pre-condizione all'integrazione nell'Unione».
Nelle prossime due settimane si svilupperà un complicato gioco di
sponda tra Bruxelles, le principali capitali europee e Ankara. La
cancelliera tedesca Angela Merkel, che assumerà la presidenza
dell'Unione a partire dal primo gennaio, guida il fronte dei
«turco-scettici». «Adesso non possiamo cavarcela con un semplice
"continuiamo come prima"». Anche la Francia, almeno quella guidata
da Jacques Chirac, è più o meno su questa linea. Gran Bretagna e
Italia, invece, sono alla testa di una pattuglia ancora aperturista.
Con loro ci sono Barroso, Rehn e altri Commissari, tra i quali
Franco Frattini. Il primo passo tocca alla Commissione: presenterà
una «raccomandazione» entro il 6 dicembre su quanti e quali capitoli
«congelare». Saranno i ministri degli Esteri, però, a decidere e poi
il timbro finale sarà messo dal Consiglio dei capi di Stato e di
governo, in programma il 14 dicembre.
28 novembre - Corriere della Sera on
line
A porte chiuse il faccia a faccia tra
il Benedetto XVI e Erdogan
«Dal Papa un sì al nostro ingresso in Ue» Secondo il premier turco il
pontefice è favorevole ad inglobare la Turchia nell'Unione.
Ratzinger: «Siete un ponte tra
religioni»
Benedetto
XVI e il premier turco Erdogan all'aeroporto di Ankara (Afp)
ANKARA (Turchia) - E' durato come previsto un quarto d'ora il
colloquio all'aeroporto di Ankara tra papa Benedetto XVI e il
premier turco Tayyp Erdogan, che ha dato il via allla quattro-giorni
pastorale del pontefice in Turchia. Il faccia a faccia, organizzato
in extremis dopo che in un primo tempo era stato dato per
impossibile, si è svolto in una saletta appositamente allestita
nello scalo della capitale. INGRESSO NELLA UE - Erdogoan ha riferito che il Papa si è
detto favorevole all'ingresso della Turchia nella Ue.
Successivamente padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa
vaticana, ha precisato che «la Santa Sede non ha il potere nè il
compito specifico, politico, di intervenire sul punto preciso
riguardante l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea. Non le
compete. Tuttavia vede positivamente e incoraggia il cammino di
dialogo e di avvicinamento e inserimento in Europa, sulla base di
valori e principi comuni». L'ALLEANZA DELLE CIVILTA' - Erdogan ha evocato in apertura
del suo colloquio con il pontefice l'iniziativa per l'Alleanza delle
civiltà lanciata dallo stesso Erdogan e dal premier spagnolo Luis
Zapatero la settimana scorsa, con il patrocinio del segretario
generale dell'Onu Kofi Annan. La Tv di stato pubblica turca «Trt» ha
trasmesso il primo scambio di saluti tra il Papa e lo stesso Erdogan.
Il Papa ha espresso «i suoi sentimenti di felicità per essere in
Turchia», una nazione definta «un ponte tra culture e religioni» «CONTROVERSIE TRA CIVILTA'» - Il premier turco, dal canto
suo, ha sottolineato che «questa visita coincide con un periodo
molto particolare, perchè il mondo attraversa una fase di
controversie tra le civiltà. Per questo è molto significativa.
Subito dopo la tv turca ha interrotto la trasmissione. Il colloquio
tra il Papa ed il premier turco si è svolto a porte chiuse. Lo
stesso Erdogan, al termine del colloquio, ha poi riferito di un
parere favorevole del pontefice all'ingresso della Turchia nella Ue:
«Il Papa mi ha espresso i suoi sentimenti positivi riguardo al
processo di adesione della Turchia all'Unione europea. Gli ho
chiesto il suo appoggio per la Turchia nell'Unione europea e lui mi
ha risposto positivamente». «AMICIZIA DA APPROFONDIRE» - «Vengo in Turchia - ha spiegato
Benedetto XVI al primo ministro - anche per approfondire l'amicizia
tra la Santa Sede e il popolo turco e aiutare l'incontro delle
culture. Il lavoro della pace, è questo il nostro dovere». «Siete -
ha aggiunto il Pontefice - un paese importante, ponte e sintesi tra
democrazia occidentale e cultura islamica, potete aiutare se volete
il Papa nel suo lavoro per il dialogo tra le culture e per la pace». LE DELEGAZIONI - Al colloquio erano presenti il nunzio
apostolico in Turchia, Antonio Lucibello, il cardinale segretario di
Stato Tarcisio Bertone e il sostituto della segreteria di Stato per
gli affari generali, monsignor Leonardo Sandri. Per parte turca
hanno partecipato al colloquio, il ministro di Stato Beshir Atalay,
il ministro della Difesa Vecdi Gonul, l'ambasciatore di Turchia in
Vaticano, Osman Durak, il governatore della provincia di Ankara,
Kemal Onal, il comandante della guarnigione dell'esercito turco,
Saldirai Berk, il sindaco di Ankara, Melih Gokcek, e il direttore
della sicurezza nazionale, Ercument Yilmaz. L'INCONTRO IN TV - Le tv turche hanno enfatizzato molto il
gesto «a sorpresa», non previsto dal protocollo, del premier turco,
che ha accolto personalmente Benedetto XVI sotto la scaletta
dell'aereo. Inizialmente il protocollo prevedeva che ad accogliere
il Papa sarebbe stato il ministro di Stato Beshir Atalay, ma Erdogan,
che nei giorni scorsi era stato accusato dalla stampa turca di voler
evitare un incontro con il Pontefice, ha voluto accoglierlo di
persona.
28 novembre - La Stampa
I funzionari
Ue,
riserva di caccia per Scientology
di Maria Maggiore
Una chiesa
Scientology a Hollywood
BRUXELLES - Gli striscioni
degli «occupanti» pendono ancora dalle finestre del bel palazzo
ottocentesco sul Boulevard di Waterloo, pieno centro di Bruxelles.
Le tre facciate di quest'enorme edificio in pietra, da quattro anni
vuoto, sono state occupate da centinaia di famiglie senza casa. Ma
l'ultimatum scade tra poche ore. E dietro la Società immobiliare che
ha comprato l'immobile di 10 mila metri quadri, la Belgium Building
Acquisitions, c’è Scientology.
L'organizzazione americana sta per spostare il suo quartier generale
europeo dalla mite Copenaghen alla più visibile e potente Bruxelles.
L’intenzione non dichiarata è strategica: tentare di convertire il
più alto numero di «eurocrati», funzionari benestanti, colti,
emancipati, il target ideale per la chiesa-setta in cerca d’adepti.
Per gestire l'operazione è stato inviato in Belgio l'americano Neil
Levin, amministratore della società che ha acquistato il palazzo ma,
in precedenza, presidente di una delle più potenti sedi della Chiesa
di Scientology in California. Scientology non conferma né smentisce
lo sbarco nella capitale europea. E intanto la penetrazione nelle
istituzioni si perfeziona. Due anni fa è stato acquistato un altro
palazzo, stavolta più piccolo (circa 500 metri quadrati), nel
quartiere europeo: rue de la Loi, un'arteria di grande traffico dove
si trovano gli uffici della Commissione.
Ma se la lobby europea esiste già, perchè aprire una faraonica nuova
sede? «Scientology è in calo d'iscrizioni», spiega Andreas Lund, un
norvegese esperto di strategie della setta creata da Ron Hubbard
negli Anni 60. «Gli ultimi processi in Francia e negli Stati Uniti
le hanno rovinato l'immagine. E' alla ricerca di nuova credibilità
internazionale che dia soldi e potere», dice Lund. E vogliono
impressionare con 10 mila metri quadrati di uffici, stanze di
conferenze e sale dove praticare le loro terapie di «audit». Lo
scopo è essere molto visibili per convincere, come ha rivelato una
giornalista di Le Soir magazine che lo scorso 8 aprile si è
intrufolata in una riunione bruxellese della setta. «Siamo in
guerra», aveva cominciato l'oratore annunciando l'acquisto del nuovo
palazzo a Bruxelles. In guerra «contro le istituzioni europee che
bisogna risvegliare e educare». Bersaglio privilegiato è
naturalmente il Parlamento europeo, faraonico transatlantico, dove
le lobby circolano in quasi assoluta libertà.
«S'intrufolano insidiosi - dice un deputato che preferisce restare
anonimo -, sono molto presenti attraverso le due associazioni che
lavorano per Scientology "Youth for Human rights" e "Citizen for
Human Rights". Nei siti di queste due lobby i temi classici: lotta
spietata alla psichiatria (loro propongono cure alternative),
attenzione alla salute mentale dei bambini, lotta alla droga (con
Narconon, hanno messo a punto un loro sistema di cura dei
tossicodipendenti) e lotta alle discriminazioni. «La lobby è un
pretesto, uno degli obiettivi», dice ancora il norvegese Lund. «Il
loro vero scopo è il potere. Vogliono controllare le alte sfere
dell'Europa per manipolarla a loro comodo».
Altro bersaglio la Commissione europea dove lavorano 20 mila
funzionari. «Organizzano seminari per la lotta alla droga accanto i
palazzi della Commissione. Certo, qualche funzionario con un figlio
drogato ci andrà e così entrerà nella rete», dice la responsabile di
un'associazione contro le sette, che preferisce restare anonima. Il
26 giugno scorso Scientology ha organizzato a Bruxelles una
conferenza per celebrare il giorno internazionale delle Nazioni
Unite contro le dipendenze da droghe. Nell'invito si ritrova tante
volte il logo dell'Onu, ma mai quello di Scientology. L'ufficio del
Presidente della Commissione Barroso ha invitato nel 2004 anche la
Chiesa di Scientology a una riunione con vari rappresentanti
religiosi. Attaccati poi da vari deputati europei, adesso i suoi
portavoce preferiscono smentire qualunque contatto ufficiale con la
setta. Anche perché tra qualche mese si aprirà il processo contro
una delle sedi belghe. Tante le accuse lanciate da ex affiliati:
truffa, esercizio illegale della medicina, ricatti. Lo Stato belga
attacca Scientology per il suo funzionamento come un'organizzazione
criminale. Ma di fronte al Palazzo di Giustizia ci sarà un esercito
di volontari pronto a dissuadere i giudici.
27 novembre - Corriere della
Sera
Il Papa
l'Islam e gli ortodossi
di Sergio Romano
Era inevitabile che il viaggio
del papa in Turchia diventasse, in questo particolare momento, un
episodio nella storia dei rapporti fra l'Islam e l'Occidente
cristiano. Ma è opportuno ricordare, a scanso di equivoci, che la
principale motivazione del viaggio non ha nulla a che vedere con i
temi della lezione accademica di Ratisbona. Benedetto XVI non è
andato in Turchia per dialogare con i musulmani o, tanto meno, per
convertirli. Parlerà alle autorità turche dei cristiani che vivono
nel loro Paese e che hanno diritto a una maggiore protezione. Ma lo
scopo principale della sua visita è probabilmente quello di rendere
visita al Patriarca di Costantinopoli nella speranza di comporre il
più rapidamente possibile il dissidio che si è aperto durante il
regno del suo predecessore. Agli occhi della Chiesa ortodossa
Giovanni Paolo II si comportò come un papa polacco, più incline a
trattare la cristianità greca come terra di conquista che a
dialogare con i suoi maggiori esponenti. Riconquistò i beni degli
Uniati, regalati da Stalin agli ortodossi dopo la seconda guerra
mondiale. Approfittò del momento in cui la Russia aveva maggiore
bisogno di simpatia internazionale per ottenere la creazione di
quattro diocesi. E si servì, per l'apostolato della Chiesa cattolica
in Europa orientale, principalmente di sacerdoti polacchi, vale a
dire di uomini che dovettero apparire, soprattutto a Mosca, le
avanguardie di un'antica Polonia dominatrice, divenuta ancora una
volta invadente e aggressiva.
Questi successi ebbero l'effetto di irritare la Chiesa ortodossa.
Karol Wojtyla dovette ritardare la sua visita a Sarajevo, fu accolto
con una certa freddezza ad Atene e a Bucarest, non poté impedire che
una legge della Duma negasse ai cattolici i privilegi concessi
all'Islam, all'ebraismo e al buddismo, dovette rinunciare alla
grande visita pastorale in Russia che fu sino all'ultimo il sogno
della sua vita. Persino un gesto simbolico come il dono della
replica settecentesca di un dipinto sacro alla memoria degli
ortodossi russi (la Madonna di Kazan) fu accolto senza particolare
entusiasmo. Il viaggio di Benedetto XVI si propone di modificare la
situazione. Per riprendere il dialogo il papa si ispira a Giovanni
XXIII, che invitò i rappresentanti della Chiesa russa al Concilio
Vaticano, e comincia da una città che fu lungamente definita la
«seconda Roma». Ma pensa forse soprattutto a Mosca, la «terza Roma».
Nella storia della Chiesa romana il viaggio sarà considerato
ecumenico e verrà giudicato per i suoi effetti sui rapporti fra il
cattolicesimo e l'ortodossia. Sarà un successo, in altre parole, se
creerà le condizioni per un nuova unità. Fallirà se i rapporti con i
patriarcati orientali rimarranno compassati e distanti. Nel
frattempo tuttavia, piaccia o no, altri temi e problemi occupano il
proscenio del teatro mondiale. L'attualità impone la sua agenda e la
grande dimostrazione nazional- religiosa di Istanbul trasforma il
viaggio in una cartina di tornasole da cui molti trarranno
indicazioni sull'evoluzione di problemi che Benedetto XVI non può
risolvere: l'immigrazione musulmana in Europa, lo «scontro di
civiltà», le relazioni tra islamici moderati e fanatici, l'ingresso
della Turchia nell'Unione europea. Anche se questa era probabilmente
l'ultima delle sue intenzioni, il papa teologo è diventato un papa
diplomatico ed è stato caricato di un compito che non gli compete.
Toccherà all'Unione europea, dopo la fine del viaggio, riprendere il
filo di un discorso che deve essere principalmente politico.
27 novembre - La Stampa
Ratzinger ai
turchi «Amicizia sincera»
di Marco Tosatti
La vigilia porta sorrisi e
parole di distensione, grazie anche al clamoroso flop della presunta
protesta popolare. Da Roma Benedetto XVI ha teso la mano, dedicando
una sostanziale porzione del «dopo Angelus» proprio al viaggio in
Turchia. «Fin d’ora desidero inviare un saluto cordiale al caro
popolo turco, ricco di storia e di cultura; a tale Popolo e ai suoi
rappresentanti esprimo sentimenti di stima e di sincera amicizia»,
ha detto il Pontefice, che poi ha continuato ricordando «la piccola
Comunità cattolica, che mi è sempre presente nel cuore», e
l’emozione «di unirmi fraternamente alla Chiesa Ortodossa, in
occasione della festa dell’apostolo sant’Andrea»; da notare che il
motivo della visita era esattamente questo (già un anno fa, quando
il governo turco inspiegabilmente non gli dette il permesso di
venire): un gesto ecumenico di grande amicizia con il Patriarca.
Infine il Pontefice ha invocato «la celeste protezione del beato
Giovanni XXIII, che fu per dieci anni Delegato Apostolico in Turchia
e nutrì per quella Nazione affetto e stima»; un riferimento
importante, perché Roncalli era ed è molto popolare in Turchia. E
infine si è rivolto alle decine di migliaia in piazza San Pietro «di
accompagnarmi con la preghiera, perché questo pellegrinaggio possa
portare tutti i frutti che Dio desidera». La Santa Sede, intanto, ha
confermato che Ratzinger visiterà la «Moschea Blu» di Istanbul (così
chiamata per il colore delle ventimila piastrelle in maiolica
smaltata che la ornano) in «segno di rispetto» per l’Islam; mentre
il direttore della sala Stampa, padre Federico Lombardi, ha
dichiarato all’agenzia «Anadolu» «il Vaticano non è contrario
all'adesione della Turchia nell'Ue». Lombardi ha precisato che «il
Vaticano non è membro dell'Ue e non ha posizioni su questo che è un
argomento politico.
Se la Turchia applicherà i criteri posti dall'Ue, perché non
dovrebbe entrare?» ha concluso. E si è poi soffermato sugli scopi
della visita: «Ha non solo lo scopo di avvicinare il mondo
cattolico, ortodosso e protestante, ma anche di aumentare la fiducia
reciproca, l'armonia e la comprensione tra il cristianesimo e
l'Islam e questo dialogo darà un contribuito alla pace mondiale». Ha
poi risposto agli estremisti turchi: «L'avvicinamento tra i culti
cristiani non è finalizzato contro nessuno e non vi è alcun
significato politico in questo avvicinamento». Ankara risponde con
diplomazia; confermata la possibilità di un incontro del premier
Erdogan e di Benedetto XVI all’aeroporto, domani, se gli orari
«dovessero coincidere», e anche il Direttore della Diyanet, Il
Ministero delle attività religiose, Ali Bardakoglu, si è detto certo
che la Turchia «dimostrerà la sua ospitalità al Papa. Il discorso di
Benedetto XVI in Germania è una cosa passata».
27 novembre - Il Messaggero
Ankara e
l’Europa. Ratzinger, i timori e i veri interessi turchi
di Ennio Di Nolfo
Il “partito della felicità”, un
piccolo partito islamico, aveva organizzato per ieri a Istanbul una
manifestazione di protesta contro il viaggio di papa Benedetto XVI
in Turchia. Le previsioni più catastrofiche immaginavano la presenza
di un milione di persone; quelle più realistiche proponevano una
cifra inferiore: 75.000 manifestanti. In effetti la manifestazione,
colorata e clamorosa, ha raccolto, secondo le stime degli
osservatori, circa 20.000 partecipanti. In altri termini, si è
tradotta in un evidente insuccesso. Il che indica sia l’insofferenza
della maggioranza degli abitanti della maggiore città turca verso
l’estremismo islamico sia il fermo controllo che la polizia ha
saputo esercitare per impedire che un’opportunità così importante si
trasformasse in un boomerang di portata incalcolabile.
Se è lecita una diagnosi non collegata con gli aspetti strettamente
religiosi della missione, si può dire che Benedetto XVI si reca in
Turchia, cioè in uno stato islamico ma dalle istituzioni
fondamentalmente laiche, affrontando con coraggio una prova che
appare critica sia per il Pontefice sia per il paese che lo ospita.
La visita apostolica, rivolta a poche decine di migliaia di fedeli e
intesa a un dialogo con gli esponenti delle altre religioni presenti
in Turchia, vuole verosimilmente mostrare che la Chiesa cattolica
non nutre alcuna intenzione di chiudere le porte spalancate da papa
Giovanni Paolo II e dai suoi predecessori e non intende accompagnare
la ferma tutela del proprio credo con il rifiuto del dialogo. Anzi,
costruisce il dialogo proprio perché muove da una base dottrinale
molto ben scandita.
A rendere meno trasparente questo significato vi sono state le
polemiche seguite al discorso pronunciato da Benedetto XVI a
Ratisbona. Tuttavia il carattere pretestuoso delle interpretazioni
che leggevano nelle espressioni papali una volontà di chiusura è
stato così ben chiarito nelle settimane successive che ogni
interpretazione partigiana deve essere nettamente esclusa. Persino
il potenziale incidente diplomatico, del mancato incontro fra il
primo ministro turco, Erdogan, e Benedetto XVI è stato superato dai
chiarimenti che lo hanno seguito. O le due personalità si
incontreranno brevemente prima della partenza di Erdogan per il
vertice Nato di Riga, oppure il Primo ministro sarà sostituito dal
suo supplente, Mehmet Alì Shain, che accompagnerà il vero ospite del
Pontefice, cioè il presidente della repubblica turca, Ahmet Necdet
Sezer. Inoltre, il fatto che il Pontefice intenda visitare la
Moschea Blu, il centro di culto islamico più importante di Istanbul,
aggiunge suggestione e manifesta una volontà di dialogo, che si
sommano a tutti gli altri aspetti della visita papale.
Questa, dunque, potrà essere turbata solo da episodi che sfuggano al
controllo delle autorità turche. Ma proprio su questo piano il
governo di Ankara metterà tutto il suo impegno. Esso è infatti
troppo impegnato (e in questo senso la visita del Papa acquista una
portata critica) nel progetto di adeguamento ai canoni predisposti
dall’Unione Europea perché la candidatura della Turchia all’ingresso
nell’Unione stessa divenga accettabile, per permettere che clamorosi
gesti di insofferenza mettano a repentaglio tale progetto
strategico. L’entrata della Turchia nell’Unione è infatti
enormemente importante per entrambe le parti: per l’Europa, che
vedrebbe rafforzato il suo fianco sud; e per la Turchia, che
eviterebbe di essere risucchiata nel crogiolo delle crisi
mediorientali.
Un crogiolo, questo, da quale giungono quasi sempre e solo notizie
funeste, tra le quali risalta invece come un segno di speranza
l’annunciato accordo fra il governo di Israele e il presidente
dell’Autorità islamica, per una cessazione del fuoco. Sono mesi che
la guerriglia fomentata da Hamas e seguita dal contrappunto delle
ritorsioni israeliane, impediva una ripresa del dialogo. Ora
l’adesione di Hamas, per quanto accompagnata da molte reticenze,
appare più ferma che in passato. In questo clima, il fatto che il
governo Olmert abbia sospeso la massiccia offensiva in preparazione
e tolleri, senza reagire, minori violazioni converge con gli sforzi
del presidente Abu Mazen nell’offrire una certa luce di speranza.
Il dialogo fra l’occidente e il mondo islamico segna così, pur con
le distinzioni del caso e le doverose differenze da segnalare, un
momento nel quale il pessimismo cosmico viene finalmente
contraddetto da segnali che lo smentiscono.
27 novembre 2006 - Il
Messaggero
Germania. Un
anno da cancelliera. La Merkel al congresso affronta una CDU divisa
di Walter Rauhe
Soddisfazione per l'operato
della grande coalizione di Angela Merkel attualmente la esprimono
solo i tradizionali cabaret politici della capitale. Sono
soprattutto loro a profittare del crescente malcontento popolare nei
confronti della "Frau Kanzlerin" e di un partito
cristianodemocratico che nei sondaggi cala a picco. «In questo
Angela Merkel non si differenzia minimamente dai suoi predecessori
Kohl e Schroeder, che all'avvio dei loro cancellierati facevano
soprattutto ridere», sentenzia il direttore del cabaret satirico
berlinese "Die Diestel", Frank Luedecke.
Poco da ridere ha invece la stessa Merkel, che al suo primo
congresso nazionale della Cdu in veste di cancelliera oggi a Dresda,
e mentre la sua Grosse Koalition compie un anno di vita, deve fare i
conti con un partito fortemente diviso al suo interno tra la
corrente più neoliberista e conservatrice e quella più sindacale e
moderata di sinistra. Decisivo per lei sarà innanzitutto il
risultato col quale i mille delegati la riconfermeranno alla
presidenza del partito conservatore (all'ultimo aveva raggiunto 188%
dei voti). Ma ancora più decisivi saranno i risultati dei quattro
vice-presidenti, dei quali ben tre sono avversari politici della
cancelliera. Jurgen Ruettgers ad esempio, governatore del Nord-Reno
Vestfalia che vorrebbe una svolta a sinistra della Cdu ed
un'accentuazione dei temi sociali e sindacali nel programma di
partito. E’ sua la proposta di prolungare l'erogazione dei sussidi
di disoccupazione per gli anziani e alleggerire alcuni dei tagli
allo stato sociale decisi dall'ex governo Schroeder. Ruettgers sogna
di una Cdu che al centro del programma non ponga più le libere leggi
del mercato, bensì quelle della giustizia sociale e della
solidarietà. Sul versante opposto troviamo invece i governatori
dell'Assia e della Bassa Sassonia Roland Koch e Christian Wulff,
esponenti dell'ala neoliberista e più conservatrice del partito che
mettono in guardia nei confronti di una "svolta a sinistra" dei
cristianodemocratici. «lì nostro compito resta quello di porre le
condizioni ideali afflnché il mercato generi da solo crescita
economica, prosperità e posti di lavoro», predica Roland Koch. La
controversia tra le due ali del partito ha evidenziato l'imbarazzo
della Merkel ad assumere una sua posizione precisa e la sua
incapacità a dettare la rotta da prendere. Come presidente della Cdu
l'avrebbe anche potuto fare. Ma come cancelliera di una grande
coalizione con i socialdemocratici, è costretta a mantenere un ruolo
equilibrato tra le parti.
26 novembre - Il Tempo
L’Italia è
poco rappresentata in Europa
Il ministro corre ai ripari e vola a Bruxelles
di Luigi Frasca
Amareggiata,
infastidita, decisamente arrabbiata. Gli uomini vicini ad Emma
Bonino non risparmiano aggettivi per descrivere l’umore del ministro
delle Politiche Comunitarie dopo che l’Italia è rimasta tagliata
fuori dal giro di nomine ai piani alti della Commissione Ue. In
ballo c’erano le poltrone di due direttori generali, sette
vice e un capo
delegazione a Ginevra. In ballo c’era la possibilità di far
recuperare un certo peso all’Italia (ad oggi abbiamo tre direzioni
generali «leggere», esattamente come l’Irlanda). Siamo rimasti a
bocca asciutta e la cosa non ha lasciato indifferente la Bonino che
è subito corsa ai ripari scrivendo una lettera al vicepresidente
della Commissione Ue, l’estone Siim Kallas, che ha la delega al
personale e che incontrerà personalmente domani a Bruxelles per
chiedere spiegazioni.
Certo, fonti vicine al ministro, fanno notare che, per il momento,
sono state fatte «relativamente poche nomine» e che, per lo più,
si è trattato di «mutamenti interni». Inoltre, aggiungono, «a luglio
l’italiano Marco Buti è stato nominato direttore generale aggiunto
agli affari economici. Una nomina di peso che in Italia è passata in
sordina». Questo non significa, però, che il problema non esista.
«A lasciarci insoddisfatti - spiegano al ministero - è soprattutto
il metodo. Un metodo che ha portato a nomine di bandiera più che di
merito. Così ad essere premiati sono stati soprattutto tedeschi e
francesi che, evidentemente, hanno un peso maggiore del nostro
Paese». Già perché nessuno nasconde che l’Italia, a differenza degli
altri, «ha grosse difficoltà a fare sistema». «È vero - spiegano al
ministero - tutte le volte che il ministro Bonino è andata a
Strasburgo ha ribadito la necessità di rilanciare la nostra
rappresentanza ma poi, se il vicepresidente Frattini, la Farnesina e
Palazzo Chigi non si muovono, è difficile condurre una battaglia in
solitaria. Anche perché il nostro Paese è tra i fondatori della Ue,
ha funzionari validissimi ed è ingiusto che risulti
sottorappresentato nelle posizioni di rilievo della Commissione». In
ogni caso la fiducia non manca.
Secondo una ricerca fatta recentemente a Bruxelles, infatti,
l’Italia è seconda solo alla Francia nella fascia di funzionari tra
i 30 e 35 anni. Questo significa che, potenzialmente, tra 10 anni,
nei posti che contano potrebbero arrivare molti italiani.
«L’importante - commentano al ministero - è che quello che è
accaduto serva da pungolo per fare più sistema. È vero, in questo
momento siamo in svantaggio, soffriamo, ma questo non significa che
non possiamo recuperare». E l’occasione per rialzare la testa
potrebbe arrivare già nei prossimi mesi. L’ultima tornata di nomine,
infatti, ha lasciato dei posti vacanti che, presto, dovrebbero
essere coperti.
Al ministero delle Politiche Comunitarie assicurano che alla Bonino,
sia il Presidente del Consiglio che il ministro degli Esteri si
stiano muovendo per non rimanere tagliati fuori. Meglio tardi che
mai.
24 novembre - Il Sole 24 Ore
Un Paese
pigro nella cultura economica
di Salvatore Carrubba
Una settimana fa è morto Milton
Friedman: la scomparsa del grande economista, rapidamente digerita
in Italia, continua a suscitare commenti e ricordi sui giornali
internazionali. Da ultimo, mercoledì, il «Financial Times» ha
definito Milton Friedman l'economista più autorevole dei tempi
moderni assieme, naturalmente, a John Maynard Keynes (ho sempre
trovato divertente che a metà strada tra Londra e Birmingham sia
sorta una nuova città, Milton Keynes, che casualmente assomma i nomi
di due economisti così diversi).
La disparità del trattamento riservato a Friedman in Italia e
all'estero è significativa del clima culturale italiano, soprattutto
di quello degli anni passati. Quando Friedman ricevette tra i primi
il premio Nobel per l'economia, il suo nome era pressoché
sconosciuto in Italia; i suoi allievi si contavano sulle dita di una
mano, per non dire sulle nocche di un dito (a me viene in mente
Antonio Martino); chi lo conosceva, considerava Friedman un
conservatore incallito che non aveva proprio nulla da insegnare nel
nostro Paese. Non è un caso che, negli stessi anni, Ronald Reagan e
Margaret Thatcher fossero considerati, nella migliore delle ipotesi,
degli stravaganti fuori dalla storia; nella peggiore, dei
semi-criminali ansiosi di distruggere il welfare state. Peccato poi
che i due vincessero le elezioni nei loro Paesi, di cui avevano
saputo interpretare ansie, domande e bisogni che alla stragrande
maggioranza degli intellettuali e dei giornalisti europei erano
totalmente ignoti.
Del resto, in quegli anni, quanti erano gli economisti italiani che
non dico studiassero, ma semplicemente conoscessero Luigi Einaudi?
Diciamolo pure, nessuno, tranne la sparuta setta facente capo a
Sergio Ricossa (del quale è stato appena ripubblicato da Rubbettino
e Leonardo Facco La fine dell'economia-Saggio sulla perfezione, di
cui consiglio vivamente la lettura). E non diamo la colpa
all'abusata egemonia della sinistra: anche chi apparteneva a
parrocchie ideologiche diverse, anche chi non era comunista ma
laico, democratico, addirittura liberale, quando andava a studiare
all'estero si abbeverava alle fonti keynesiane e dei suoi epigoni
(versione Sraffa, per esempio) e non sentiva la minima curiosità di
conoscere quello che stava succedendo negli Usa: un'autentica e
silenziosa rivoluzione intellettuale, una delle più poderose del
900, di cui Friedman, con pochi altri, è stato il protagonista
indiscusso.
Sempre in quegli anni, chi coltivava e leggeva Popper? E Hayek? O
Buchanan? Ogni anno si verificava così la stessa, mesta cerimonia:
quando, in autunno, si annunciava il premio Nobel per l'Economia che
regolarmente premiava i protagonisti di quella rivoluzione, in molti
giornali era la disperazione, perché era ben difficile trovare
qualcuno che conoscesse i premiati e li potesse presentare al
pubblico italiano. Da parte loro, le case editrici si guardavano
bene dal tradurre i loro titoli. Quando lo facevano, sembrava che se
ne vergognassero: il primo libro di Friedman tradotto in Italia,
Capitalism and Freedom, s'intitolava, pudicamente, Efficienza
economica e libertà, per non utilizzare un termine che allora aveva
un che di sulfureo.
Il risultato di questa pigrizia intellettuale condita da una robusta
dose di conformismo è stato che l'Italia e gran parte dell'Europa
sono uscite dalle grandi correnti intellettuali degli anni 70 e 80
che hanno rinnovato il mondo. Ed è paradossale che Friedman (e non
dimentichiamo la moglie Rose) abbia raccolto l'ultimo trionfo in un
Paese comunista, la Cina, che ormai, molto spesso, mostra di credere
nel capitalismo più di noi.
24 novembre - Corriere della
Sera
I miliardari
americani a caccia di giornali: è la sindrome Citizen Kane
di Massimo Gaggi
Anno 2014. Google, che nel 2008
si è fusa con Amazon (libri on line) diventando Googlezon, ha da
tempo sconvolto la comunicazione con Epic (Evolving Personalized
Information Construct), un sistema che filtra, riordina e
distribuisce tutte le notizie. Il mondo è un operoso alveare in cui
tutti partecipano alla produzione di informazioni online e ricevono
una piccola quota del reddito prodotto con la pubblicità distribuita
in rete. Una «democrazia perfetta» dei media dal sapore molto
orwelliano. Ma il New York Times, che nel frattempo si è ritirato
dalle edicole, si ribella e decide di tornare alla carta: lascia
Internet e diventa una newsletter per le classi dirigenti e gli
anziani. Prodotto artigianalmente e distribuito nel 2004 in rete, «Epic
2014» è stato a lungo un filmino di culto per i bloggers americani
che, a differenza di chi scrive, non riescono a vedere nulla di
inquietante in un simile futuro.
Lo scenario è fantascientifico, certo, ma a due anni di distanza la
realtà ha già reso obsoleta una parte della storia. Non c'è
Googlezon, ma c'è già Google-Tube, visto che la società di Larry
Page e Sergey Brin ha comprato You Tube, il sito che colleziona
milioni di video, convinta che il futuro della tv sia qui. E i
giornali, sempre più in crisi, hanno cominciato a scendere a patti
con gli odiati nemici della rete (Google e Yahoo!) che hanno
imparato a raccogliere pubblicità in modo molto efficiente via
Internet e ora lo fanno anche per conto della carta stampata.
Gli ultimi sei mesi sono stati duri per i quotidiani Usa: crisi
della pubblicità e il calo delle vendite più marcato degli ultimi 15
anni. La catena di giornali Knight Ridder è stata venduta e
smembrata, Tribune Company, la società che controlla il Chicago
Tribune, il Los Angeles Times e una serie di tv locali, si accinge a
fare altrettanto. Le attività del gruppo non sono ancora state
cedute solo perché gli azionisti sono delusi dai prezzi offerti. Dan
Baquet, il direttore del quotidiano californiano che ha appena
conquistato un grappolo di premi Pulitzer, è stato messo alla porta
perché si è rifiutato di fare altri tagli in redazione. Stessa sorte
è toccata al capo della struttura amministrativa. Le cose non vanno
meglio altrove. Anche a Filadelfia il direttore dell'Enquirer è
stato sostituito, mentre il Washington Post ha avviato un'altra
ristrutturazione interna.
La finanza di Wall Street snobba l'editoria nonostante le imprese
del settore offrano, in media, un rendimento del 17 per cento: il
doppio di quelle dell'indice Fortune 500. Colpa delle prospettive
non rosee, dicono gli esperti. Ma anche dei profitti «esagerati»
(fino al 30% del fatturato) di qualche anno fa, quando i costi erano
stati drasticamente abbattuti grazie alle nuove tecnologie
elettroniche. Ma ora c'è una novità: mentre gli investitori di Borsa
e le grandi corporation prendono il largo, si fanno avanti alcuni
miliardari che dicono di voler comprare un giornale per difendere il
ruolo civico della stampa, non per fare soldi.
Per il Los Angeles Times si sono già mossi in tanti: il produttore
cinematografico David Geffen, l'immobiliarista Eli Broad,
l'assicuratore Maurice Greenberg e il re dei supermercati Ron Burke.
A Boston l'ex capo della General Electric, Jack Welch, ha fatto,
invece, un'offerta per il Globe: respinta perché il giornale è in
difficoltà, ma non in vendita. Molti danno il benvenuto a questi
nuovi protagonisti ritenendo che possano riequilibrare
l'«esasperazione finanziaria» del mercato, dando tempo agli editori
per ripensare struttura e «confezione» dei giornali. Ma altri
credono poco agli intenti filantropici di personaggi che, avendo
grossi interessi nelle città in cui questi giornali vengono
pubblicati, potrebbero in realtà diventare dei «Citizen Kane».
24 novembre - Corriere della
Sera
«Francesi
autorizzati a sparare sui jet israeliani»
di Davide Frattini
I soldati francesi sarebbero
stati autorizzati a sparare contro i jet israeliani che sorvolano il
sud del Libano. «Gli ordini per i nostri militari sono chiari — ha
detto un ufficiale al Jerusalem Post —. I loro armamenti sono per
autodifesa e hanno il diritto di usare la forza, se dovessero
sentirsi minacciati com'è successo il 31 ottobre».
Il 31 ottobre un caccia israeliano ha simulato un raid, volando a
bassa quota sopra una postazione dell'Unifil. «Le nostre truppe — ha
riferito dopo l'incidente il ministro della Difesa Michèle
Alliot-Marie in Parlamento — hanno evitato di poco la catastrofe». I
francesi ripetono che i sorvoli sono una violazione della
risoluzione Onu 1701, che ha definito il cessate il fuoco dopo 34
giorni di guerra.
Il generale israeliano Ido Nehushtan è andato a Parigi per spiegare
la posizione dello Stato Maggiore: le sortite servono per ottenere
informazioni di intelligence sui movimenti dell’Hezbollah e sui
tentativi di far arrivare armi ai miliziani attraverso il confine
con la Siria. I servizi segreti militari si preparano a un altro
conflitto sul fronte Nord tra la primavera e l'estate del 2007:
l'attacco — avvertono — potrebbe essere coordinato dal movimento
fondamentalista sciita con la Siria. Fonti della sicurezza hanno
rivelato al britannico Sunday Times che l'Hezbollah sta continuando
ad accumulare armi. «Riteniamo che adesso siano in possesso di 20
mila razzi, più di quanti ne avevano prima della guerra».
Lo sceicco Hassan Nasrallah, in un'intervista alla televisione Al
Manar, ha proclamato che l'organizzazione avrebbe accumulato 30 mila
missili, sufficienti per cinque mesi di conflitto.
I sorvoli dei jet — spiegano gli israeliani — permettono di
monitorare i preparativi dei miliziani. «Soltanto un controllo
continuo garantisce di individuare dove si stanno costruendo i
bunker e i depositi». Gli Hezbollah si starebbero per ora muovendo
soprattutto a Nord del fiume Litani.
24 novembre - La Stampa
Tra Roma e
Tripoli, parte il disgelo
di Guido Ruotolo
Massimo D'Alema rompe il
ghiaccio: «Vedo che anche lei tra un po’ avrà i baffi». Muammar
Gheddafi risponde: «Mi dicono che lei è molto amante del mare.
Deserto e mare sono simili...». I giornalisti vengono invitati a lasciare la sala dell'incontro, nella blindatissima «Bab al
Azizia» dove il giorno prima il leader libico aveva fatto una
«lezione di storia» a un centinaio di ministri dei paesi Ue e
africani. Parlano per più di un'ora il leader libico - che aveva
avuto prima un colloquio con Giuliano Amato - e il nostro ministro
degli Esteri.
Un incontro atteso. Non un invito dell'ultima ora, in occasione
della Conferenza Ue-Africa sull'immigrazione e la cooperazione allo
sviluppo. D'Alema, alla fine, è soddisfatto, perché si «sono gettate
le premesse per trovare l'intesa, per superare il contenzioso che si
trascina da molti anni circa il problema delle compensazioni». Anche
fonti libiche parlano di «colloquio molto positivo». Il contenzioso
non è stato risolto, ma il nostro ministro degli Esteri torna a Roma
con una indicazione di massima: «Ne dovrò parlare con Prodi».
Gheddafi ha riproposto la questione del «grande gesto» riparatore
per il periodo coloniale. Conferma D'Alema: «Non si può
assolutamente dire che hanno rinunciato all'autostrada». Dovevano
essere 1.200 chilometri d'asfalto, una litoranea che collega la
Tunisia all'Egitto, così come promise il governo Berlusconi.
Potrebbe diventare, fanno sapere fonti governative italiane,
«un'opera infrastrutturale di grande visibilità da realizzare in
fasi protratte nel tempo». Forse una strada, o un ospedale. A
definirlo sarà il negoziato bilaterale: «Dovrà chiudersi presto -
dice D’Alema - e dovrà risolvere interessi che possono conciliarsi».
Dunque le «compensazioni» dovranno rispondere a una logica del «dare
e dell'avere»: «Ci sono richieste della Libia all'Italia, ci sono
rilevanti, direi rilevantissimi interessi italiani verso la Libia».
Non sono solo i crediti avanzati dalle imprese italiane (650 milioni
di dollari, valore anni '80), o i beni confiscati ai ventimila
italiani espulsi nel 1970 (che chiedono 250 milioni di euro in
cinque anni). D'Alema pensa «agli investimenti Eni che sono pari a
10 miliardi di euro», alle nuove quote di greggio da estrarre, al
metano.
Il nodo degli sbarchi Si è parlato anche di immigrazione. Del resto questo era
all'ordine del giorno della Conferenza Ue-Africa che si è conclusa
ieri, con l'approvazione di un documento che sollecita la creazione
di un Fondo comune per l'immigrazione e lo sviluppo, e politiche di
riammissione dei clandestini.
Racconta Amato: «Gheddafi ha insistito sul ruolo della Ue, che deve
rendersi conto della condizione della Libia, paese di transito. Io
gli ho segnalato che su 20 mila clandestini sbarcati finora a
Lampedusa, 8.000 sono marocchini, che hanno attraversato legalmente
la Libia prima di salpare per l'Italia. E che altri 2.500 sono
eritrei».
Apre il centro d’accoglienza Il nuovo clima tra Italia e Libia ha prodotto già i primi
risultati: «Equipaggi misti sulle prossime motovedette che gli
stiamo mandando - sintetizza Amato -, per addestrare i loro uomini».
Soprattutto sui pattugliamenti misti si sono fatti passi in avanti:
«Malta e Italia, in collaborazione con la Libia, sotto la bandiera
di Frontex, dovranno dare il via a pattugliamenti sotto costa.
Contestualmente, la Ue dovrà sostenere, con risorse e mezzi, i
pattugliamenti terrestri libici. Il primo dei tre centri
d'accoglienza che l'Italia si è impegnata a costruire in Libia, è
pronto. Al suo interno sarà presente anche l'Oim, l'organizzazione
intergovernativa che si occupa di gestione dell'immigrazione.
23 novembre - Il Foglio
La Turchia,
il Libano e l'Italia
L’Italia è un
paese con grandi responsabilità su due fronti molto complicati dagli
eventi recenti: il viaggio di Benedetto XVI in Turchia, la missione
delle Nazioni Unite in Libano. La visita del Papa ci riguarda da
vicino, e non può certo essere affidata soltanto alle buone cure
delle guardie svizzere, perché il nostro paese ospita il Vaticano ed
è tra i soci fondatori di quell'Europa a dir poco molto riluttante
ad accogliere la Turchia. L'operazione internazionale in Libano è
nata anche da un summit romano e presto avrà alla guida un italiano,
forse proprio nel periodo più delicato della crisi libanese, quando
Hezbollah si sarà riarmato a puntino, come previsto da un fuorionda
chiarificatore del presidente francese Jacques Chirac. Ora, con
quello che accade in Turchia e in Libano, i segnali di seri rischi
imminenti su entrambi i fronti si susseguono di giorno in giorno e
dovrebbero essere accolti con preoccupazione e non sottovalutati dal
governo e dall'opposizione.
In Turchia è in atto un pericoloso tentativo di preparare, nella
migliore delle ipotesi, una trappola politico-mediatica o, nella
peggiore, addirittura di impedire la libertà di movimento e di
parola di Joseph Ratzinger. L'Italia sta facendo tutto il possibile,
dal punto di vista politico, diplomatico e d'intelligence, per
garantire la riuscita e la sicurezza del viaggio del Papa? A Beirut,
da tempo e fino all'uccisione del ministro Gemayel, ci sono le
avvisaglie di quella che molti analisti hanno già chiamato "la fase
due" della crisi libanese, che inizierà quando Hezbollah si sentirà
di nuovo libero di agire, forte del nuovo arsenale rinnovato sotto
gli occhi impotenti della missione Unifil. L'Italia sta facendo
tutto il possibile per ripensare o se del caso rafforzare, tenendo
conto delle preoccupazioni che anche il ministro degli Esteri
Massimo D'Alema riconosce come reali, la nostra iniziativa
diplomatico-militare nell'area? Certo, proprio per i timori e il
ruolo dell'Italia su questi fronti aperti, la maionese
mediatico-giudiziaria impazzita attorno ai nostri servizi segreti
andava governata meglio. Ma guardando all'oggi e al prossimo futuro
viene da sperare che governo e opposizione sentano come necessario,
urgente e vitale un senso di responsabilità generale,
indispensabile sempre e soprattutto nei periodi e negli scenari più
critici. Non è tempo, presidente Prodi, di iniziative estemporanee,
di interviste al Figaro e invocazioni al dialogo con la Siria, di
summit mediatici, di assi Parigi-Madrid-Roma fini a se stessi. Serve
invece una qualche forma di consultazione costante tra governo e
opposizione. E' necessario creare contatti buoni a condividere
decisioni, o almeno informazioni, diplomatiche e d'intelligence. La
parola è abusata, ma in questo caso inevitabile: un paese come
l'Italia ha bisogno di un senso di responsabilità "bipartisan" per
affrontare crisi complicate e pericoli reali.
23 novembre - La Repubblica
Olanda. “Il
Paese è nel panico, sta diventando iper-conservatore"
intervista a Ian Buruma
Come è possibile che l'enclave
più progressista d'Europa, la patria del "sesso, droga e rock'n'roll”
,dei diritti dei gay e delle minoranze e dell'apertura verso il
mondo, si sia trasformata in pochi anni in una nazione tra le più
reazionarie e conservatrici del continente, almeno in materia di
immigrazione? Nel suo nuovo libro, "Omicidio ad Amsterdam" (che
uscirà per Einaudi ad aprile), lo scrittore lan Buruma tenta di
andare alle radici del "male olandese". Buruma, che è nato in Olanda
ma vive in America ed insegna al Bard College di New York, è tornato
in patria per un'inchiesta reportage che muove i passi dal canale
dove nel novembre 2004 un giovane marocchino squartò il regista Theo
Van Gogh. “Quello choc ha provocato una reazione di panico che
esiste tuttora e che plasma e condiziona l'intera classe politica”,
spiega Buruma.
Professor Buruma, nel sottotitolo del libro lei evoca i "limiti
della tolleranza”, principio finora fondante di questa piccola
monarchia costituzionale. Oggi sembra piuttosto l'intolleranza a
guidare certi politici olandesi.
L'omicidio di Van Gogh ha spazzato via il modello multiculturale su
cui era basata la convivenza tra le varie comunità. Vedendo un
olandese di origine marocchina assassinare un uomo in pieno centro
di Amsterdam, con un rito religioso e invocando il Corano, la gente
si è convinta che gli immigrati dovessero essere forzati
all'integrazione. Si crede che adeguando tutti i figli di immigrati
ai nostri standard culturali cesserà la violenza e la minaccia
fondamentalista".
Invece non è cosi?
”No, questa è stata una reazione dettata dal panico. Se ci fermiamo
a guardare lucidamente la situazione, come ho cercato di fare nel
mio libro, si noterà che le differenze culturali non hanno nulla a
che vedere coni movimenti rivoluzionari islamici. I primi immigranti
musulmani che negli anni Sessanta arrivarono in Olanda non erano
estremisti né rivoluzionari. La retorica della guerra santa contro
l'Occidente non appartiene al loro bagaglio culturale, è qualcosa di
moderno che fa parte della società globale”.
La sinistra per prima si è allineata sulla linea
dell'integrazione forzata.
“Sì, la sinistra è in difficoltà perché il modello di rispetto e
tolleranza che aveva promosso per anni si è rivelato un disastro”.
Anche secondo lei è un modello che ha fallito?
“Sì, nella misura in cui si dice che non ci possono essere cittadini
che non parlano la lingua nazionale o che non conoscono la
Costituzione. Se invece arriviamo alla conclusione che bisogna
intromettersi nelle tradizioni religiose allora non sono d'accordo”.
Come si combatte il fondamentalismo?
”Soltanto isolando le frange religiose che sono violente e
rivoluzionarie, cercando di isolarle e combatterle. Accusare l'Islam
rischia di allontanare i musulmani pacifici e moderati, che sono
invece quelli di cui abbiamo bisogno per costruire la società di
domani”.
Nel 2050 l'Olanda avrà una maggioranza di immigrati. Come si
gestisce una trasformazione così rapida e profonda?
Ma non saranno più immigrati! Si tratterà della terza generazione di
olandesi figli di immigrati. Forse Amsterdam assomiglierà più a New
York, e allora non c'è nulla di cui preoccuparsi”.
L'Olanda è in questo senso un laboratorio politico per l'Europa?
“Negli ultimi quaranta anni è stato il Paese più liberale d'Europa e
adesso rischia di essere proprio a causa della reazione di panico di
cui dicevamo la più conservatrice".
E sorpreso dal fatto che i partiti populisti siano in calo?
”Se non fossero così divisi avrebbero più successo, d'altra parte in
ogni Paese europeo c'è tra il 10 e il 15% degli elettori che sono
attratti dal populismo di estrema destra. Anche se in Olanda non c'è
una tradizione di estrema destra - il fascismo non ha mai attecchito
- i piccoli partiti populisti raccolgono il sentimento di panico e
disorientamento della gente. E se ci dovesse essere un altro
attentato o omicidio politico da parte di musulmani, gli eredi di
Fortuyn crescerebbero di nuovo”.
Lo scontro tra civiltà esiste?
“Non lo credo. Il peggior scontro è all'interno di ogni civiltà. Nel
mondo musulmano si combattono moderati ed estremisti, e in Iraq le
violenze tra sunniti e sciiti sono di gran lunga più gravi di quelle
contro gli americani”.
23 novembre - Corriere della
Sera
Gas liquido
Così mai più paura dei russi
di Bill Emmott
Da quando la Russia ha chiuso i
rubinetti del gas all'Ucraina a gennaio, per i leader economici e
politici di tutt'Europa la questione della «sicurezza energetica» è
diventata davvero… scottante!
Tutti sono in allarme. Corre voce che la Nato si stia già
preoccupando che la Russia voglia mettere su un cartello di
produttori di gas. Anche il governo tedesco si fa sentire.
Affermano, i tedeschi, che la sicurezza energetica sarà in cima alla
lista delle priorità quando accederà alla presidenza dell'Unione
Europea nella prima metà del prossimo anno. Ecco la nostra
previsione: in tutti i vertici si farà un gran parlare ma senza
intraprendere nessuna azione. Perché nessuno, e meno che mai la
Germania, vuole offendere la Russia. La posta in gioco è troppo
alta.
Eppure ci sono solo due modi per placare le ansie europee sulla
sicurezza energetica: tramite investimenti mirati per diversificare
le fonti di rifornimento di gas, al fine di ridurre la dipendenza
dalla Russia; e sperando in una recessione americana, che
rallenterebbe di molto la richiesta di gas e petrolio, tenendo bassi
i prezzi per qualche anno anche di un bel po' e spostando
l'equilibrio di forza dai produttori come la Russia verso i
consumatori.
E' possibile che queste preghiere vengano esaudite. Il mercato
immobiliare negli Usa è in discesa, e il rialzo dei prezzi degli
ultimi anni si va sgonfiando. Questo, a sua volta, inciderà sui
consumi, che metteranno un freno all'economia. Nessuno sa con
certezza se ciò si limiterà a rallentare la crescita per qualche
mese o innescherà una recessione vera e propria, con un conseguente
aumento della disoccupazione. Ma qualunque cosa accada, la richiesta
energetica globale subirà un raffreddamento, visto che l'America ne
è il consumatore principale. I prezzi del petrolio sono già scesi di
oltre il 25% rispetto ai massimi di luglio. Il cartello dei
produttori di petrolio, l'Opec, tenta di tener alti i prezzi
tagliando la produzione, ma dato che sono tutti Paesi assetati di
profitti, è probabile che al loro interno scoppieranno dissensi e
imbrogli.
Secondo le nostre previsioni, i prezzi del petrolio potrebbero
scendere sotto i 50 dollari il barile, o addirittura a 400 meno nel
prossimo anno, un fatto che sarà accolto con gioia dalle imprese,
poiché è fondamentalmente speculativo. Chi crede veramente che il
costo dell'energia scenderà? E la richiesta sempre crescente di
India e Cina, dove la mettiamo? E la geopolitica? I prezzi
potrebbero calare, ma il petrolio ha il brutto vizio di smentire
tutti i pronostici.
Il vero problema dell'energia è l'instabilità dei prezzi che abbiamo
registrato negli ultimi cinque anni, non il livello dei prezzi. E il
vero problema dell'Europa non è il petrolio, bensì il gas. Certo, il
prezzo del gas è condizionato dal prezzo del petrolio, visto che
sono intercambiabili. Ma c'è una differenza. Mentre il petrolio ha
un mercato globale unificato, con molte fonti di approvvigionamento
tramite oleodotti e petroliere, il mercato del gas è suddiviso in
regioni. lì prezzo in Nord America può differire molto dal prezzo
europeo. Il motivo è che quasi tutto il gas viene distribuito dai
gasdotti, pertanto i consumatori possono accedere solo alle fonti
cui sono collegati. E su questo fa leva la Russia.
Quando gli europei si dicono allarmati alla prospettiva che, tra due
decenni, dovranno importare l'80% del loro gas, rispetto al 50% odi
oggi, e che la maggior parte dei rifornimenti giungerà dalla Russia,
i russi rispondono che sono altrettanto preoccupati: avranno infatti
un unico cliente. Questo è vero, ma niente affatto rassicurante per
l'Europa, visto che il gigante russo del gas, Gazprom, sta cercando
di comprare alcune società di distribuzione europee, in modo da
incrementare il suo controllo.
Tuttavia si profila una soluzione all'orizzonte e gli europei
dovrebbero discuterne nei loro summit in modo da adottarla al più
presto. La soluzione sta nel gas liquido, che viene trasportato
dalle navi cisterna e pertanto può essere acquistato in ogni parte
del mondo. Al giorno d'oggi, il gas liquido costituisce solo il 7%
di tutte le forniture globali ed è utilizzato principalmente da
Giappone e Corea dei Sud. Il problema è che occorrono terminali
specializzati per le navi cisterna, costosi da realizzare e alquanto
brutti. L'Italia dispone di un unico terminale dì questo genere. Ne
sono stati programmati altri, tra mille polemiche. L'Italia dovrebbe
affrettarsi a superare queste controversie e a costruirne di nuovi,
il prima possibile. Quando il gas arriverà anche con le navi
cisterna, e non solo dai gasdotti, non ci sarà motivo di aver paura
dei russi.
23 novembre - La Repubblica
Il potere
nascosto dei media globali
di Timothy Garton Ash
Forse non lo sapete ma in
questo momento avete sotto gli occhi un'arma più potente della
maggioranza di quelle in dotazione alle forze armate Usa. Una bomba
a grappolo è in grado di uccidere o mutilare migliaia di persone ma
quest'arma può portare milioni di individui ad acconsentire che i
loro governi diano avvio a nuove guerre. Quest'arma si chiama
giornale. Al giorno d'oggi la sua azione si esplica per lo più
tramite disseminazione sugli schermi elettronici. Le fanno compagnia
nel nuovo arsenale la radio, la televisione, i blog, le trasmissioni
via in
ternet e gli sms.
La crescita del potere dei media è una delle principali realtà del
nostro tempo. I giornalisti si sono tradizionalmente attribuiti un
ruolo di vigilanza nei confronti del potere, fosse esso politico,
militare o economico. Oggi godono di un potere superiore rispetto a
quelli canonici. Rivedendo la sua famosa "Anatomia della Gran
Bretagna" a quarant'anni dalla prima pubblicazione, nel 1962, il
giornalista Anthony Sampson conclude che “in Gran Bretagna nessun
settore ha accresciuto il suo potere più rapidamente dei media”. E
non solo in quel paese. In tutto il mondo i governi, i terroristi,
le grandi imprese e le Ong assegnano la massima priorità alla
diffusione del proprio messaggio attraverso i media.
L'11 settembre 2001 i terroristi di Ai Qaeda sfruttarono il potere
dei media per moltiplicare milioni di volte l'impatto della loro
terribile azione. L'11 settembre è diventato l'11 settembre perché
mezza umanità ha potuto guardare indiretta il crollo delle torri
gemelle in tv e molti hanno potuto rivederlo sugli schermi del
computer, replicato 24 ore su 24, 7 giorni su 7 dai media globali su
piattaforme multiple. Lo stesso vale per la guerra in Iraq. Il
convincimento comune a molti che Saddam Hussein disponesse di armi
di distruzione di massa era solo frutto dell'inganno messo in atto
dai governi di Washington e di Londra, che "imbastendo" e
diffondendo informazioni distorte per il tramite del “New York Times”
e di altri media di consolidata reputazione, normalmente credibili,
fecero passare il falso per vero.
Per i media come per gli armamenti l'accresciuta potenza è frutto
dell'innovazione tecnologica. Nel giornalismo come in guerra le
nuove tecnologie danno luogo a opportunità senza precedenti, e a
rischi altrettanto imponenti.
Quando, trent'anni fa, iniziai la mia carriera di giornalista come
inviato in una Berlino divisa, avevo a disposizione una penna, un
taccuino e una macchina da scrivere manuale. Per mandare il pezzo
dovevo raggiungere un ufficio telex, punzonare o far punzonare un
nastro telex e introdurlo in un macchinario scoppiettante. Le
possibilità di ritardo, di errori di comunicazione e di incorrere
nella censura locale erano innumerevoli.
Oggi gli inviati multimediali del “Guardian” o della “BBC” possono
mandare un videoreportage digitale pressoché in tempo reale e senza
censure dalle vette dell'Hindu Kush, via laptop e telefono
satellitare, quasi direttamente sul vostro schermo. Oggi si ha la
possibilità di fare cronaca direttamente dal luogo degli eventi con
un'immediatezza e una precisione che prima i corrispondenti
dall'estero potevano solo sognare.
Ma con altrettanta facilità si possono diffondere notizie false o
esagerate e falsificare le immagini digitali. Esistono possibilità
di manipolazione, distorsione e istigazione che trent'anni fa non
c'erano. Pensate al ruolo dei siti web jihadisti radicali nel
reclutamento dei terroristi locali in Europa. Più che mai conta come
queste armi straordinariamente potenti vengono utilizzate, per
illuminare le masse, per ingannarle o per stimolarle, e questo
dipende dai valori che guidano chi le maneggia. Sul fronte dei
valori questa settimana si sono registrati due incoraggianti
sviluppi. Li chiamerò per brevità “Al Jazeera” e Oxford. Forse
l'accostamento vi lascerà sconcertati, un po' come accoppiare semtex
e sherry, ma forse e perché avete un'immagine superata e distorta di
entrambi, per cui “Al Jazeera” evoca echi di Al Qaeda e Oxford una
torre d'avorio con docenti universitari che tracannano porto. (Ma
chi è che perpetua queste immagini? Continuiamo a dare la colpa ai
media...).
A mezzogiorno di mercoledì della scorsa settimana stavo guardando in
tv la prima ora di trasmissione del notiziario di “Al Jazeera
English”, il nuovo canale in lingua inglese di “Al Jazeera”. E’
chiaro da tempo, data la qualità dei giornalisti soffiati a “Bbc”, “Itn”,
“Cnn”, “Sky”, ”Reuters” e altre emittenti, che “Al Jazeera” ha
intenzione di battere i principali media giornalistici occidentali
con le loro armi. Il codice deontologico di “Al Jazeera”, pubblicato
sul sito web dell'emittente, è positivamente irto di rassicuranti
termini simil BBC: “correttezza, equilibrio, indipendenza,
credibilità”, "fedele ricostruzione dei fatti”, distinguendo le
notizie dalle opinioni e così via. Anche la costituzione dell'Unione
Sovietica era colma di nobili promesse. Ma, come si dice dalle mie
parti, il budino va mangiato per sapere se è buono.
Il primo assaggio è stato appetitoso. L'intento dichiarato di “Al
Jazeera” di “dare un ordine di priorità alle notizie” si è
manifestato attraverso la scelta e l'ordine di presentazione dei
servizi piuttosto che tramite un approccio preconcetto: primo la
striscia di Gaza, secondo il Darfur, terzo l'Iran, quarto lo
Zimbabwe. In altre parole si è deciso di attirare la nostra
attenzione sistematicamente sulle sofferenze e le esperienze del
mondo in via di sviluppo e soprattutto sul Medio Oriente. Lo stile
era piu quello di “BBC World” che di “Fox News”, per non parlare di
esempi di propaganda più rudimentale. A condurre il servizio
sull'esordio dell'emittente era Mike Hanna, veterano corrispondente
britannico e nel corso dell'ora si sono sentite altre voci
conosciute. (Persino le previsioni del tempo erano affidate ad una
briosa conduttrice britannica che prometteva sole in Medio Oriente).
Nel corso del notiziario si è insistito molto sulle sofferenze dei
palestinesi nella Striscia di Gaza, ma ce n'è ben donde, e a fondo
schermo scorreva un flash di agenzia che con precisione e
correttezza riportava: “Donna israeliana uccisa da un missile
palestinese”.
Nel complesso è stato un esordio eccellente, a dire il vero una
delle cose più incoraggianti scaturite dal Medio Oriente da qualche
tempo. Ma il banco di prova si avrà quando verrà il momento di
trattare dei disordini in Arabia Saudita e riportare giorno per
giorno il malcontento nei confronti di altri regimi arabi. Sarà solo
uno scrutinio paziente spassionato ed analitico delle trasmissioni
di “Al Jazeera” paragonandole con imparzialità a quelle di altre
emittenti internazionali a stabilire se il nuovo canale è
all'altezza delle sue lusinghiere aspirazioni.
E qui entra in campo Oxford. Lunedì scorso è stato inaugurato il
nuovo Reuters Institute for the Study of journalism presso l'Universita
di Oxford, nel corso di una cerimonia che vedrà la presenza
dell'executive editor del “Washington Post”, del responsabile per la
cronaca della “BBC” e del direttore generale di”Al Jazeera”
impegnati in un dibattito sul tema del giornalismo del dopo Iraq.
Quello che noi dell'Istituto Reuters cerchiamo di fare (dico noi
perché in qualche modo sono coinvolto nell'iniziativa) è proprio
mettere in rapporto lo scrutinio paziente, spassionato, analitico
con quella che si può forse definire la superpotenza meno conosciuta
del mondo. Superando le tradizionali barriere di lieve diffidenza
che separano accademici e giornalisti, l'istituto di Oxford si pone
l'obiettivo di studiare l'effettivo operato dei giornalisti in media
e paesi diversi con rigorosa scientificità attraverso una costante
comparazione internazionale.
Nel mio duplice ruolo di accademico e di giornalista credo che i
giornalisti dovrebbero continuare a considerare un importante
componente della loro missione l'impegno di “testimoniare la verità
di fronte al potere”. Ma se il giornalismo stesso e diventato un
potere, ha anch'esso bisogno di verità. Il modo più certo di
scoprire questa verità è di coniugare il meglio dell'operato dei
giornalisti e degli accademici. Allora “Al Jazeera” potrà venire a
dirci in che cosa, a suo giudizio, stiamo sbagliando.
23 novembre - Il Sole 24 Ore
Più
protezionismo, sempre meno Europa
di Adriana Cerretelli
Attenta Italia. In Europa,
dentro il suo mercato unico, soffia forte il vento di un nuovo
protezionismo: la voglia di esportare i sacrifici in casa del vicino
riportandosi a casa utili e posti di lavoro. Dopo il rigurgito di
patriottismo economico, quello che l'inverno scorso a Parigi si mise
di traverso sulla strada della scalata Enel a Gaz de France, ora si
impone di prepotenza la brutale logica del colonialismo economico,
la legge del più forte, degli egoismi nazionali. E non ci saranno
lai, scioperi o freni inibitori che tengano, men che meno mediazioni
vincenti da parte di Bruxelles. È il mercato, bellezza, che con la
globalizzazione si fa ancora più spietato. In barba alle favole
sull'Europa dal volto umano, sulla superiorità etica del suo modello
di economia sociale di mercato.
La storia è presto detta. La tedesca Volkswagen taglierà 4mila dei
5.300 posti di lavoro nella fabbrica di Forest, vicino a Bruxelles,
nonostante questa vanti uno dei migliori tassi di produttività in
Europa. Presto potrebbe accadere lo stesso negli stabilimenti in
Spagna e Portogallo. Motivo? La crisi del gruppo, la redditività
insoddisfacente nonostante la ristrutturazione. E un accordo
concluso con i sindacati tedeschi: aumento dell'orario di lavoro a
parità di salario in cambio del ...parziale rimpatrio della
produzione in Germania.
Grida, e non a torto, alla catastrofe nazionale il piccolo Belgio
che già nel '97 subì un brutto scherzo analogo: quella volta fu la
francese Renault a chiudere a sorpresa l'impianto di Vilvorde,
facendo saltare oltre 3mila posti. La Commissione europea promette
aiuti e fondi alla riqualificazione del nuovo esercito di
disoccupati. Molto di più non può fare in un'Unione che si è data
una moneta e un mercato (quasi) unico ma non una politica economica
e fiscale europea e nemmeno una comune politica sociale, sindacale,
del lavoro. Al contrario tutti, sia pure con diverse sfumature,
vogliono che queste politiche restino appannaggio delle varie
sovranità nazionali.
Da sempre le congiunture difficili scatenano in Europa i peggiori
istinti nazionalistici innestando marce a ritroso nel processo di
integrazione. A esasperarli oggi provvedono le sfide della
globalizzazione e della competitività mondiale insieme all'irruzione
dentro l'Unione delle nuove frontiere competitive dell'Est. I
risultati si vedono. Sì, perché non ci sono solo Volkswagen e
Renault a remare, dopo averlo ampiamente sfruttato, contro il
mercato europeo degli altri per blindarsi, quando fa comodo, in
quello nazionale.
Anche la Svezia, il Paese socialmente all'avanguardia in Europa, ha
sbattuto la porta in faccia alla concorrenza dei nuovi europei
dell'Est con la scusa della suprema tutela del suo modello di
sviluppo (e livello di benessere). Quasi tutta la vecchia Europa ha
chiuso ai lavoratori orientali e si prepara a fare lo stesso in
gennaio con rumeni e bulgari. Mentre si allarga, il mercato unico
lesina le promesse ai suoi attori più deboli. Diventa lentamente ma
inesorabilmente terra di sfruttamento e di conquista a senso unico
per i più forti, per i sistemi nazionali più integrati, più
efficienti, flessibili e agguerriti.
Si fa sempre più mercato e sempre meno Europa, bellezza. Con la
competitività regolarmente in calo, una produttività smorta, la
crescita economica abbondantemente sotto la media Ue e il debito
rigonfio, l'Italia rischia grosso. Senza un sistema-Paese né
strutture industriali (salvo poche eccezioni) in grado di competere
ad armi pari in Europa e fuori. Per ragioni diverse dal Belgio
potrebbe farne la stessa fine del vaso di coccio tra quelli di
ferro. Questa Europa neo-nazionalista - dai Governi, all'industria,
ai sindacati fino alle pubbliche opinioni - non perdona nessuno.
Nemmeno una fabbrica iperproduttiva come quella di Forest. Qualche
anno fa la Krupp di Terni stava per fare la stessa fine. Si salvò in
extremis. Difficilmente però la fortuna batte due volte alla stessa
porta. Per questo il risanamento dei conti pubblici è essenziale ma
le riforme strutturali, la palingenesi e il rilancio del sistema
Italia lo sono ancora di più. A meno che, al tavolo europeo, non si
scelga il posto dei subalterni.
23 novembre - La Stampa
Prodi-Chirac,
nozze nell’aria
di Alessandro Barbera
La notizia, battuta nel
pomeriggio dalle agenzie di stampa, ha mandato alle stelle il titolo
in Borsa. La fusione fra Alitalia ed Air France-Klm entra
ufficialmente nell’agenda di Romano Prodi. L’occasione è il vertice
bilaterale di venerdì a Lucca con il presidente francese Jacques
Chirac. «Cercheremo di capire se ci sono le condizioni per
un’intesa», fanno sapere fonti diplomatiche di Palazzo Chigi, perché
il futuro di Alitalia «sta particolarmente a cuore del premier».
Dopo settimane di voci su interessamenti europei e non, il governo
ammette che la trattativa su Alitalia passa solo per Parigi. Come
anticipato da questo giornale, fra i vertici delle due società se ne
parla sin da primavera. Ora è venuto il momento della politica. Sia
nella maggioranza che nei sindacati (il 15 novembre sciopereranno
assistenti di volo e personale di terra) c’è chi vede la fusione
come un’annessione. Per questo Prodi considera il vertice decisivo
per trattare una soluzione non punitiva.
Le questioni sul tavolo sono tre: i termini della fusione, il futuro
di Fiumicino e Malpensa - ci sono lobby politiche che chiedono
garanzie per entrambi gli scali - e la ristrutturazione. Per
convincere la parte riottosa del governo - D’Alema e Rutelli in
testa - Prodi vorrebbe far entrare nella partita un socio privato al
quale cedere il 20% dell’attuale 49,9% in mano al Tesoro. Ieri il
titolo ha chiuso in crescita del 5,16% a 0,94 euro anche sulle voci
(smentite) che vedrebbero Banca Intesa impegnata a mettere insieme
una cordata di imprenditori italiani. Fonti ben informate sul
dossier però non escludono che Intesa o Deutsche Bank - le banche
collocatrici dell’ultimo aumento di capitale - possano essere
interessate a rilevare una quota.
Sul fronte della ristrutturazione si sa che i francesi hanno chiesto
un ridimensionamento del personale navigante - in tutto 800 fra
piloti e assistenti di volo - mentre non hanno chiarito le
intenzioni sul personale di terra. Secondo quanto riferiscono le
stesse fonti «Az Servizi» - la società di Fintecna che controlla
quelle attività - rientrerà nel perimetro di Alitalia. Saranno
cedute le attività amministrative e informatiche, mentre i francesi
sono disponibili a mantenere le manutenzioni concentrate a
Fiumicino. Resta il dubbio sugli altri servizi a terra come
l’handling.
22 novembre - La Repubblica
Elezioni in
Olanda, il governo tiene ma non sfonda. Crescono i socialisti
L'AJA - Strada tutta in salita
in Olanda per la formazione del nuovo governo: alle elezioni
politiche anticipate, i cristiano-democratici (Cda) di Jan Peter
Balkenende si confermano il primo partito, senza però entusiasmare,
mentre il Ps (sinistra radicale) dell'ex operaio Jan Marijnissen fa
il pieno di voti.
Dopo i risultati di oggi, è molto probabile che per formare il nuovo
esecutivo ci vorranno settimane, forse mesi. Nessun partito ha la
maggioranza assoluta in parlamento e d'altra parte pure la
formazione di una coalizione - imposta di fatto dal sistema
elettorale olandese - si presenta molto difficile, visto che non ci
sono i numeri per una soluzione rapida, nè a destra nè a sinistra.
Al termine della chiusura delle urne, i più contenti per il voto con
il quale sono stati rinnovati i 150 seggi del parlamento sono stati
i socialisti del 54enne Marijnissen, che - com'era ampiamente
previsto - sono diventati il terzo partito del paese, passando da
ben 9 a 25 seggi, sulla base dello scrutinio di quasi il 50% dei
voti.
L'agguerrito Ps, noto fino a qualche anno fa come il 'partito anti'
- visto il suo programma di contrapposizione su molti fronti (a
cominciare dal 'no' alla Nato), passa da 9 a 25 seggi. Nati nel 1972
quale formazione maoista, per i socialisti quello di oggi
rappresenta un doppio successo, perché con questo balzo sono
riusciti a scavalcare i liberali del Vvd, che hanno a loro volta
subito un calo consistente: da 28 a 22 seggi.
Al premier uscente Balkenende non è andata benissimo, ma ha comunque
retto, visto che è passato da 44 a 40 seggi. In un modo o in un
altro, l'abile 'Harry Potter' (come è stato soprannominato per la
sua somiglianza col maghetto), della politica europea è riuscito a
sedurre gli elettori con gli ottimi risultati ottenuti sul fronte
dell' economia: paese in crescita al 3 per cento, conti pubblici in
perfetto ordine, disoccupazione in ribasso. Sorridente e soddisfatto
per i risultati, in nottata Balkenende si e presentato nella sede
del suo partito, tra l'entusiasmo dei simpatizzanti del Cda, che,
come alle elezioni Usa, gli urlavano: "ancora quattro anni" (di
governo).
Peggio è andato - e anche questo era previsto - al secondo partito
del paese, i laburisti del Pvda guidati da Wouter Bos, un
cinquantenne che fino a pochi mesi fa sembrava destinato a prendere
il posto di Balkenende, ma che ora si ritrova con 33 parlamentari:
ne aveva 42, quasi quanti il Cda.
Fra i partiti minori, reggono i verdi (avranno 7 seggi), cala il
centrista D66 (da 6 a 2 seggi), sale il partito calvinista Cristien
Unie, che prende 7 seggi (+4), e che probabilmente avrà un ruolo
chiave nelle trattative per la coalizione di governo.
Tra gli 'eredi' di Pim Fortuyn, il leader populista
anti-immigrazione ucciso nel 2002, c'è d'altra parte un chiaro
vincitore: il Partito per la libertà di Geert Wilders, oggi tra i
più conosciuti politici del paese, che ama ripetere frasi quali "lo
tsunami dell'islamizzazione ha colpito l'Olanda al cuore". Sempre su
questo fronte è andata bene anche a Marco Pastors, in assoluto tra i
politici anti-Islam più duri di tutto il Paese, che andrà in
Parlamento.
Zero seggi invece per la Lista Pim Fortuyn: un vero disastro, visto
che avevano ben otto parlamentari. Fra le novità spunta infine il
Pvdd, la sigla del partito animalista, che per la prima volta
entrerà nell assemblea nazionale, con due parlamentari.
22 novembre - Il Messaggero
Solo unita
l’Europa può aiutare la pace
di Marco Guidi
Proprio nel giorno del
rapimento a Gaza di due italiani, operatori della cooperazione a
favore dei palestinesi, ormai è sempre più chiaro: l'infezione
mediorientale non solo non è in via di guarigione, ma si sta
estendendo pericolosamente. Mentre l'Iraq sprofonda sempre più in un
mare di sangue e di ingovernabilità, mentre l'Afghanistan si sta
avviando in modo sempre più percettibile sulla stessa strada, anche
in Libano la situazione sta precipitando. L'assassinio del ministro
Gemayel (un nome importantissimo per i cristiani libanesi), il
ritiro dei ministri di hezbollah dal governo non fanno presagire
nulla di buono per la stabilità del Paese dove siamo impegnati in
prima persona.
Se si considera l'attività dell'Iran che ha convocato (questo il
termine esatto) i governanti siriani e iracheni per costituire un
nuovo asse di potere e di controllo sull'area, si capisce che le
cose possono solo peggiorare.
In questo quadro sarebbe necessario l'intervento di un protagonista
che finora ha agito in modo abbastanza diviso e frammentario,
l'Europa. Di fronte a un'America sempre più invischiata in una
situazione per la quale non pare trovare nessuna soluzione, di
fronte al ritorno nell'area della Russia neoimperiale di Putin, di
fronte alla sempre più massiccia presenza cinese, l'Europa deve
trovare una voce comune e i mezzi per un intervento unitario.
Intervenire in ordine sparso, come si è fatto e si sta facendo,
sarebbe non solo un segnale di impotenza ma anche un grave errore,
forse irreparabile. Ci si sta giocando la stabilità di un'immensa
area geopolitica che va dall'Indo all'Atlantico, un'area oltretutto
fondamentale per i rifornimenti energetici. L'Europa, tra l'altro,
può agire con presupposti di successo oggi impensabili per
un'America che desta sempre maggiore ostilità. Ma bisogna che, per
ottenerlo, l'Europa decida finalmente di procedere con una sola
volontà e una sola politica.
22 novembre - Corriere della
Sera
«La Ue non
può imporre standard di civiltà»
di Vladimir Putin
Alla vigilia del prossimo
vertice che si terrà a Helsinki il 24 novembre desidero condividere
le mie valutazioni riguardo ai rapporti esistenti tra la Russia e
l'Unione Europea, soffermandomi in primo luogo sulle questioni
strategiche fondamentali.
La Russia è, per propria natura, tradizione storica e culturale, un
membro naturale della «famiglia europea». L'adesione all'Unione
Europea non è l'obiettivo che ci poniamo. Ma, riflettendo sulle
prospettive di lungo termine delle nostre relazioni, non vedo
settori «chiusi» per una cooperazione strategica da pari a pari. Una
partnership basata su aspirazioni e valori comuni.
È evidente che, parlando di valori comuni, non si può non tener
conto della multiformità venutasi storicamente a creare nella
unitaria civiltà europea. Imporre qui degli artificiali standard
«medi» è inutile e profondamente errato. Voglio sottolineare che
l'esperienza degli altri Paesi ci è di grande aiuto, tuttavia anche
la Russia, con la sua ultramillenaria storia di formazione statale,
ha di che condividere con i partner europei, ivi inclusa
l'esperienza straordinaria di coesistenza di confessioni, etnie,
culture diverse e del loro fertile reciproco arricchimento. Negli
ultimi anni l'Unione Europea e la Russia sono diventati partner
politici ed economici reciprocamente essenziali. Nello stesso tempo
ci atteniamo rigorosamente al principio che questa collaborazione
non deve essere artificialmente contrapposta ai rapporti esistenti
con altri Paesi e aree geografiche. Sono convinto che un simile
atteggiamento sia nell'interesse di tutti, anche dell'Unione
Europea.
Le nostre relazioni acquisiscono un carattere veramente maturo e
strutturato. La cooperazione settoriale accelera. Il dialogo nel
campo della giustizia e degli affari interni è intenso. Si ampliano
i contatti scientifici, culturali e umanitari. E tutti questi
processi si sviluppano in modo ordinato e sistematico, nell'ambito
della creazione di quattro spazi comuni: economico; della libertà,
della sicurezza e della giustizia; della sicurezza esterna; della
scienza e dell'istruzione, compresi gli aspetti culturali. C'è una
consonanza di vedute nella valutazione dei problemi connessi alla
sicurezza internazionale. La Russia e la Ue sono a favore del
rafforzamento di regimi universali, innanzi tutto della non
proliferazione. Malgrado tutte le divergenze tattiche, ci unisce
l'aspirazione a risolvere in modo equanime i problemi internazionali
più complessi, sia che si tratti della situazione in Medio Oriente
che della soluzione della situazione sorta intorno al «dossier
nucleare» iraniano.
In Russia si segue con attenzione la dinamica dell'evoluzione
interna dell'Unione Europea e ciò è del tutto logico: i ritmi di
crescita delle nostre relazioni e il loro futuro dipendono molto
dall'andamento della trasformazione interna dell'Ue, dalla
possibilità che questa rimanga prevalentemente un'unione di Stati o
che acquisisca funzioni sovranazionali. Siamo interessati alla
stabilità e alla prevedibilità del nostro maggior confinante.
Contiamo sul fatto che le trasformazioni e l'allargamento della Ue
non porteranno all'erosione del suo omogeneo campo giuridico.
Innanzitutto nel campo della garanzia di diritti paritari per tutti
i cittadini dell'Unione Europea, indipendentemente dalla loro
origine e appartenenza nazionale e religiosa. Nel costruire la
collaborazione con l'Unione Europea cerchiamo di lavorare per il
futuro e non di vivere «alla giornata». Sono convinto che non si
possa ridurre il nostro dialogo a importanti, ma in definitiva
tecniche, questioni «settoriali» quali quelle concernenti quote,
tariffe, antidumping, standard tecnici. Non nego l'importanza di
discuterne e risolverle assieme. Ma ritengo che ciò che ci occorre è
in primo luogo riflettere su come vogliamo reciprocamente vederci
tra qualche decennio e cosa possiamo fare per i nostri cittadini. La
posizione della Russia riguardo il futuro dei processi comuni
europei è nota: la cosa principale è creare uno spazio economico
unico e garantire la libera circolazione dei cittadini. Simili passi
qualitativi di avvicinamento reciproco sono ciò che interessa alle
comunità economiche, culturali e scientifiche. Per raggiungere
questi obiettivi occorrerà percorrere una strada difficile e
abbastanza lunga, ma i punti di riferimento indicati Sono pienamente
realistici. E molti nostri partner nell'Unione Europea condividono
questa visione delle cose.
Nell'immediato dovremo avviare un lavoro congiunto su un nuovo
documento di base, chiamato a sostituire l'Accordo del partenariato
e della cooperazione, la cui scadenza è ormai prossima. Contiamo che
nel corso dell'imminente summit di novembre tra la Russia e l'Unione
Europea sarà dato il via a tale fase di negoziati. Il dialogo con i
partner europei dimostra una vicinanza di posizioni riguardo a molti
principi del futuro trattato già esistente. Dovrà essere a nostro
avviso un documento conciso, di grande peso politico, rivolto al
futuro, un documento in cui si definiscano gli obiettivi e i
meccanismi per una cooperazione alla pari tra la Russia e l'Ue. E
gli obiettivi dovranno essere indicati con estrema chiarezza.
Spero che il lavoro sul nuovo documento di base possa avvicinare, e
non dividere la Russia e l'Ue. I futuri negoziati non dovranno
trasformarsi in uno scambio di reciproche pretese, e, naturalmente,
non potremo voltare una nuova pagina nella storia della nostra
collaborazione se avremo paura della nostra crescente
interdipendenza. Penso non occorra ripetere per l'ennesima volta che
simili timori sono in contraddizione con lo stato reale dei fatti
nel continente europeo.
La questione sta evidentemente su un piano del tutto diverso. Chi
parla del pericolo di una dipendenza dalla Russia inquadra le
relazioni tra la Russia e l'Unione Europea nella visuale
semplicistica in bianco e nero, e vorrebbe ridurle all'ormai
superato schema del «noiloro». Lo ripeto: questo tipo di stereotipi
è lontano dalla realtà, ma conservandosi nel pensiero e nell'azione
politica crea il pericolo che in Europa appaiano nuove linee
divisorie. Sono assolutamente convinto che il passato non debba
dividerci: non possiamo riscrivere la storia. Il compito che oggi ci
si pone è creare insieme il futuro della Russia e dell'Unione
Europea come partner e alleati. La Russia è pronta, e spero che
questo stesso approccio positivo prevalga anche nell'Unione Europea.
22 novembre - La
Stampa
Olanda,
è un referendum sul burqa
di Marco Zatterin
La luce è tenue nella sala d’attesa
del Municipio di Rotterdam, un quadrato di panche segna il perimetro
centrale del grande spazio finto-neoclassico. Della donna che entra
si vedono solo gli occhi scuri come una notte senza stelle, lo
sguardo profondo emerge dalla stretta feritoia del burqa nero. Nere
sono la gonna, le calze e le scarpe. Nessuno pare farle caso, se non
l’uomo della sicurezza. La segue da lontano mentre avanza verso il
banco informazioni, lentamente si fa più vicino. Quando la donna
prende il biglietto e si accomoda per aspettare il suo turno, il
poliziotto si ritira. Ordinaria amministrazione. Qui, all’ultima
frontiera dell’Olanda multietnica capita tutti i giorni.
NON PARLA CON NESSUNO
Rotterdam, ore 10.05, pioggia a catinelle. La donna in nero non
parla con gli sconosciuti. Nell’attesa, ha invece voglia di
conversare Grasilla, 27 anni, famiglia del Suriname, impiegata in un
ufficio della centralissima Coolsingel. Anche lei non ha battuto
ciglio davanti al burqa che il governo di centrodestra vuole mettere
al bando, se gli olandesi oggi gli ridaranno fiducia. «Cambieranno
idea - dice - è una trovata per attirare gli elettori populisti
ancora indecisi. Il paese si sta spostando a sinistra, per loro sarà
una lezione».
Grasilla voterà per i laburisti. Non è la sola a credere che il
clima sia cambiato. «Da ragazzo ho vissuto a lungo a Rotterdam -
racconta un’ora più tardi Abdelkader Benali, scrittore marocchino
cresciuto nei Paesi Bassi -, il burqa si vedeva in giro già negli
anni Ottanta. Quello che dà fastidio ai più tradizionalisti è che
delle donne colte lo adottino per scelta religiosa. In realtà, per
la maggior parte dei musulmani la questione non è importante. Lo si
è visto dalle moderate reazioni alla proposta di abolizione
annunciata dalla Signora Vedonk». Ovvero da «Rita d’acciaio», numero
due dei conservatori del Vvd, anima dura della coalizione di
centrodestra.
Benali disegna uno scenario in evoluzione. L’ondata estremista
scatenata dall’assassinio di Pim Fortuyn, l’Hayder olandese ucciso
alla vigilia delle elezioni del 2002, gli appare esaurita. «Si parla
meno dell’immigrazione perché il governo ha fatto proprie alcune
delle tematiche dei populisti e ha calmato gli spiriti - insiste lo
scrittore -. D’altra parte il dibattito oggi è più maturo, fra gli
olandesi e fra i musulmani. Molti si sono resi conto che le esigenze
sono mutate e che le polemiche le provoca il governo per fini
propri. Di qui la deriva a sinistra».
Ai piani alti del Municipio, il sindaco Peter Van Heemst, condivide
solo in parte il giudizio. La giornata di vigilia elettorale è
piena, l’incontro fugace. «I temi della campagna sono sempre gli
stessi, il lavoro, la sicurezza sociale e personale - spiega il
laburista -. Quello che è cambiato è il tono. Questa amministrazione
comunale ha investito nel welfare e nella costruzione di nuovi
alloggi, ha attuato una politica di conciliazione che sta avendo i
suoi effetti». Dovreste andare a vedere com’è cambiato Feyenoord,
dice un collaboratore. Detto fatto.
IL TONO E' CAMBIATO
Feyenoord, ore 13.35, cielo coperto e vento. Una donna senza il
burqa sembra quasi l’eccezione in questo che i detrattori paragonano
ad un Bronx senza grattacieli costruito su un terreno piatto come
mille campi di calcio. È periferia nord di Rotterdam, la «Piccola
Turchia». Il comune ha stabilito che senza un reddito minimo non si
può prendere alloggio a Feyenoord. Gli edifici più malandati sono
state abbattuti, sostituiti da nuovi più signorili a prezzi
raddoppiati. È il tentativo di rimettere in moto la zona. Le strade
hanno cambiato faccia, però gli immobili sono vuoti. Troppo cari.
«Sono i populisti che vogliono cacciarci», commenta l’uomo del
negozio del Kebab, che se la prende con Marco Pastor, leader del
partito Leefbaar Rotterdam, seguace di Fortuyn. In città ha un
seguito che vale il dieci per cento. A livello nazionale non supera
l’uno. È l’effetto ultima frontiera. Le tensioni fra olandesi e
immigrati restano. Con loro gli sguardi duri che ti salutano quando
risali in macchina.
DOV'E' NATO IL GRANDE FREDDO
Hilversum, ore 15,25, sole, non una nuvola. Il nome di Pim Fortuyn è
inciso in rilievo su una targa avvitata nel selciato del parcheggio
di uno studio radiofonico di Mediapark, l’impero di John De Mole, il
magnate Tv che ha inventato il Grande fratello. Sotto la sabbia
bagnata si legge 6 maggio 2002, il giorno in cui il leader populista
fu assassinato. Pochi giorni più tardi, il movimento a cui aveva
appena dato vita fece tremare l'Europa democratica per i suoi
proclami sciovinisti, gli inviti alla guerra santa, il rifiuto
dell'Ue e un clamoroso successo elettorale. Conquistò il 17 per
cento dei suffragi. Secondo i sondaggi gli xenofobi nazionalisti
della lista Fortuyn valgono ora al massimo un deputato. Il testimone
è passato al Partito della Libertà di Geert Wilders. Prenderà cinque
o sei seggi, pare. L’ondata è finita davvero?
Amsterdam, ore 17,05, cielo di piombo, pioggia a schizzi. Non c'è
nulla che ricordi Theo Van Gogh, il regista massacrato sulla
Linnaeus Straat il 2 novembre 2004, per aver criticato «la minaccia
islamica» con un suo film. Forse questa sobrietà la dice lunga sul
cambiamento del Paese, su come Job Cohen, sindaco laburista, ebreo
non praticante, abbia guidato la protesta per l’orribile delitto.
Una rivoluzione. «L’effetto populista è scomparso - dichiara Sophie
In’t Veld, centrista del D66 -. Difficile capire di cosa si parli,
non sento l’Europa, l’Immigrazione come problema globale, il
riscaldamento del pianeta, la qualità della democrazia». Il nodo è
economico, risponde dall’opposizione il laburista Jan Marinus
Wiersma: «Con la crescita al 3 per cento e i conti pubblici in
attivo gli elettori si attendono un dividendo». Ecco il nodo. «Se
nessuno si fa esplodere domani mattina il problema Islam in Olanda
si può togliere dalle emergenze - riassume Benali -. Gli olandesi
hanno capito che è il momento di voltare pagina».
21 novembre 2006 - Corriere
della Sera
L'Olanda va al voto, divisa su burqa e libertà
di Giuseppe Sarcina
Saranno «le elezioni del burqa».
Dodici milioni di olandesi, compresi un milione e duecentomila
cittadini di origine straniera, voteranno per rinnovare il
Parlamento, scegliere il nuovo premier, ma, soprattutto, per dire
se è davvero al termine l'epoca della «tolleranza infinita». I due
contendenti ufficiali sono il premier uscente, il democristiano Jan
Peter Balkenende, e il leader socialista Wouter Bos, figura
emergente della sinistra europea (c'è chi lo chiama già il «Tony
Blair arancione»). Ma le figure dominanti del momento
politico-psicologico del Paese sono due donne. La prima è Ayan Hirsi
Ali, deputata somala con passaporto olandese, allieva del regista
Theo Van Gogh. La seconda è Rita Verdonk, ministro
dell'immigrazione. Le elezioni anticipate nascono proprio dallo
scontro Hirsi Ali-Verdonk, entrambe militanti del partito liberale,
il Vvd. Nel giugno scorso esplose il «caso Hirsi Ali»: la
parlamentare dichiarò in una lunga intervista di aver contraffatto i
suoi dati anagrafici al momento di chiedere asilo politico al
governo olandese. La Verdonk coronò mesi di linea dura sui temi
immigrazione-integrazione annunciando che avrebbe ritirato il
passaporto alla collega di partito. Poi la controversia prese
un'altra strada: Hirsi Ali annunciò che sarebbe partita per gli
Stati Uniti, ma le ricadute politiche furono comunque dirompenti. Il
partito centrista D66 prese le distanze della Verdonk e uscì dalla
coalizione, piantando in asso il moderato, e interdetto, Balkenende.
Ora ci si attende dagli elettori un segnale. Sarà premiata la
campagna intransigente della ministra liberale, cui si sono
affiancati da ultimo i democristiani? Il futuro governo dei Paesi
Bassi avrà il mandato per cambiare il modello multiculturale,
introducendo, per esempio, una legge che vieta alle donne di
indossare un velo integrale (il «burqa» o il «niqab») nei luoghi
aperti al pubblico? La maggior parte dei sondaggi da per vincente la
coalizione al potere. Balkenende potrebbe essere, dunque,
riconfermato alla testa del governo. In effetti, negli ultimi mesi i
democristiani hanno recuperato terreno sulla destra dello
schieramento, assorbendo, innanzitutto, le spinte populiste e
radicali che, quattro anni fa, avevano trovato un riferimento nella
lista di Pim Fortuyn, assassinato proprio alla vigilia delle
politiche. In parallelo Balkenende ha cavalcato la ripresa
economica, arrivata giusto in tempo per l'appuntamento con le urne.
Dopo tre anni da dimenticare, nel 2006 il ritmo di crescita sarà
pari al 3%, con un tasso di disoccupazione ridotto al 5%.
La sinistra dunque, sempre stando alle previsioni della vigilia, non
sarebbe in grado di scavalcare gli avversari. Anche se il nuovo
segretario Bos ha fatto, oggettivamente, un intenso lavoro. Nel giro
di neanche un anno ha aggiornato il repertorio programmatico del
partito, incrociando i temi della sicurezza con proposte per
riformare il welfare state, mantenendo praticamente inalterato il
livello di garanzie sociali. Con questa rotta, nel marzo scorso, i
socialisti hanno riconquistato una città chiave come Rotterdam,
candidandosi alla guida del Paese. La sorpresa, però, potrebbe
arrivare da una formazione della sinistra radicale: il Partito
socialista (ex comunista) guidato da Jan Marijnissen. Alcune
proiezioni lo accreditano addirittura al terzo posto, alle spalle di
Balkenende e di Bos. In questo caso sarebbe davvero difficile
formare il nuovo esecutivo: tanto che tra le ipotesi comincia a
figurare anche quella di una «grande coalizione» alla tedesca tra
democristiani e socialisti.
21 novembre 2006 - Il Sole
24 Ore
L'Europa dei mercati nelle secche nazionaliste
di Marco Onado
Non è un caso che nello stesso
giorno in cui il Nasdaq ha lanciato l'ultimo e forse definitivo
assalto alla Borsa di Londra il segretario del Tesoro americano,
Hank Paulson, abbia aumentato il livello delle sue critiche alla
regolamentazione del suo Paese. E sempre più evidente che il
processo di consolidamento delle Borse riguarda non solo la
competitività dei mercati, intesi come società che gestiscono gli
scambi, ma la competitività fra sistemi di regolamentazione, dunque
fra piazze finanziarie.
Le Borse tendono a concentrarsi fra loro per difendersi meglio dalla
minaccia di sistemi alternativi di scambio e per poter conservare la
loro posizione dominante con riduzioni di tariffe che consentano di
non intaccare più di tanto gli attuali livelli di profitto che pochi
giorni fa il Financial Times ha definito «ridicolmente elevati». Ma
la posta in gioco è assai più alta della distribuzione degli attuali
extraprofitti. I mercati finanziari coinvolgono interessi di
carattere generale, in particolare quelli degli investitori, e nello
stesso tempo sono un elemento fondamentale della competitività
dell'industria nazionale. Paris Europlace e Finanzplatz Deutschland
sono stati il luogo che ha cercato di guidare il processo di
consolidamento, anche se spesso con derive nazionaliste che hanno
determinato vari insuccessi, a cominciare dai non pochi subiti da
Deutsche Borse. In questo quadro si è inserito da qualche tempo il
dibattito sulla relazione fra regolamentazione e competitività della
piazza finanziaria. Le preoccupazioni più vive sono espresse dagli
americani, che stanno assistendo alla più significativa migrazione
di nuove quotazioni dai loro mercati a quello londinese.
La quota americana sul valore totale delle Ipo era del 40 per cento
nel 2000 e si è dimezzata negli ultimi tre anni, mentre quella di
Londra è balzata dal 10 a oltre il 50 per cento. È uno spostamento
troppo vistoso per essere casuale e per non stimolare tutte le
autorità coinvolte anche indirettamente (persino il sindaco di New
York, che peraltro è uno del mestiere) a cercare un rimedio
immediato.
Il colpevole era stato inizialmente individuato nella legge
Sarbanes-Oxley varata subito dopo gli scandali finanziari più gravi
con ammirevole tempestività.
Fin troppo facile, come i libri gialli in cui l'assassino è il
maggiordomo. In effetti, la legge impone costi addizionali non
marginali, ma soprattutto richiede agli amministratori di rilasciare
un'assicurazione (convalidata dai revisori) sulla adeguatezza dei
controlli interni sulla cui necessità dopo tanti scandali non
dovrebbero sussistere dubbi. Si può ovviamente discutere sulla
maggiore o minore rigidità con cui questa norma può essere
applicata, in particolare per le medie e piccole imprese, ma appare
difficile credere che sia stato questo a determinare l'esodo di
quotazioni da una sponda all'altra dell'Atlantico.
Il declino di competitività della piazza finanziaria americana (che
per loro è l'equivalente di una sconfitta nella finale olimpica di
basket) è iniziato ben prima della legge Sarbanes-Oxley e ha le sue
origini in una regolamentazione che ha certo una buona reputazione
per severità, ma che è spesso inutilmente dettagliata ed è
frammentata fra più autorità di regolamentazione (ancora oggi la Sec
non ha competenza sui mercati derivati). L'attivismo dei magistrati
penali e delle corti civili (le transazioni perle varie class action
negli ultimi dieci anni ammontano a 25 miliardi di dollari) ha
ulteriormente elevato il costo totale della quotazione in un mercato
americano.
L'assalto del Nasdaq al Lse è anche la conseguenza del grande
successo del mercato londinese nel segmento delle imprese in
crescita, grazie a regole particolarmente leggere e si spera
ugualmente efficaci.
Non a caso qualche giorno fa il Governo inglese si era preoccupato
di presentare un disegno di legge che dovrebbe impedire
l'applicazione della legislazione americana in caso di acquisizione
del Lse e dunque garantire il primato della Fsa inglese sulla Sec
americana. Il che rappresenta quasi una benedizione a livello
politico.
Proprio per questo, è sempre più probabile che l'esito finale della
partita sia solo una questione di prezzo: la prima posizione
negativa di Lse era scontata, ma ben difficilmente potrà essere
mantenuta di fronte a futuri incrementi, che molti osservatori
giudicano fortemente probabili.
E gli altri? Tutto lo scacchiere subisce un'accelerazione e questo
mette in oggettiva difficoltà chi ha finora puntato nella direzione
sbagliata (come i tedeschi) e chi si trova di nuovo alla casella di
partenza, come Borsa Italiana. Ma se il Nasdaq dovesse avere
successo su Londra e questo dovesse intensificare l'assalto del New
York Stock Exchange, l'obiettivo di una Borsa europea diventerebbe
praticamente impossibile e si rivelerebbe come una bella idea,
sposata troppo tardi da politici impegnati fino a ieri a difendere i
loro campioni nazionali. La vittoria anglosassone sull'Europa
continentale sarà definitiva, anche grazie al più flessibile
approccio dei regolatori; l'unica sorpresa rispetto ai pronostici
iniziali è la bandiera sul pennone più alto: l’Union Jack e non
quella a stelle e strisce.
20 novembre 2006 - La
Repubblica
Il singolare
balletto delle borse europee
di Luigi Spaventa
Registriamo per
l'Europa un successo e un insuccesso: il successo di una direttiva
europea, ancor prima che sia diventata legge negli Stati
dell'unione; l'insuccesso di soggetti privati nazionali, che
litigiosi e incapaci di guardare al di là di interessi particolari.
si trovano all'improvviso esposti a una minacciosa concorrenza
sopranazionale. La storia riguarda le borse e i mercati: arcana per
le sue complessità, e tuttavia importante e meritevole di
considerazione. Sinora esistevano le borse: mercati nazionali
regolamentati su cui si concentravano gli scambi azionari.
Costituendo la concentrazione, quando non obbligo, comunque
presunzione della migliore possibile esecuzione degli ordini del
cliente da parte dell'intermediario. Un tempo le borse erano organi
di natura pubblicistica (come in Italia e in Francia) o cooperativa,
fra tutti i soggetti che vi operavano (come a Londra o a New York).
Erano strutture antiquate, ma considerate un bene di pubblica
utilità senza fini di lucro. I progressi della tecnologia
informatica furono il primo motore di cambiamento: non più uomini
che si agitavano alle grida in uno stanzone, ma piattaforme
elettroniche che consentivano da ogni dove la trasmissione e
l'esecuzione efficiente degli ordini; Milano fu all'avanguardia e
New York (strano a dirsi) alla retroguardia. Contemporaneamente,
anche a motivo degli ingenti investimenti richiesti, cominciò la
privatizzazione delle borse: con strutture proprietarie aperte e
contendibili o con azionariato prevalentemente riservato alle
banche, come nella mediocre e mal concepita esperienza italiana.
Privatizzate e costituite in forma societaria, le borse perseguirono
naturalmente obiettivi di profitto: continuando tuttavia a godere di
una posizione semi monopolistica come luogo di negoziazione
obbligato (e ancor di più se riuscivano a controllare, e tariffare,
le operazioni successive alle transazioni). Pur se le tariffe di
negoziazione si sono ridotte, l'aumento dei volumi ha fatto gonfiare
i profitti, sino a raggiungere multipli senza confronto (per la
somma di Londra, Francoforte e Parigi Euronext rendimenti di oltre
il 200 per cento, secondo il “Financial Times”).
Entra in scena il legislatore comunitario, con la direttiva sui
mercati degli strumenti finanziari. Fra le tante innovazioni, una
delle principali e la eliminazione del monopolio delle borse.
Sparisce l'obbligo della concentrazione degli scambi, si apre lo
spazio a una pluralità di mercati, anche transfrontalieri; non solo
le borse tradizionali, ma anche piattaforme elettroniche di
negoziazione multilaterale e financo sedi di transazione interni
all'intermediario che può operare in contropartita. Il motto
potrebbe essere: "mille mercati fioriscano". E' un progetto che può
avere le sue controindicazioni (frammentazione della liquidità), ma
che per certo rappresenta uno scossone potente all'assetto
semimonopolistico esistente.
Che fanno le borse europee negli anni in cui questa sfida si
manifesta? Indulgono in un singolare balletto: tutte riconoscendo
che la risposta adeguata richiederebbe un accordo federale o di
fusione, continuano a farsi reciprocamente proposte di matrimonio,
ognuna alla fine respinta al mittente con livore e rancori.
Ed ecco la novità, che fa considerare con una certa pena queste
lotte intestine. Sette delle maggiori banche d'investimento
internazionali un elenco che comincia con Citigroup, passa per
Goldman Sachs e finisce con UBS annunciano, che, traendo occasione
dalla direttiva e con il proposito di aumentare l'efficienza e
ridurre i costi, costruiranno esse una piattaforma di scambi pan
europea, aperta ad ogni altro partecipante e su cui, compatibilmente
con gli obblighi verso i clienti, convoglieranno i loro scambi.
Quelle sette banche, da sole, fanno la metà degli scambi delle borse
europee. La reazione dei mercati? Un calo della quotazione delle
societa di borsa del 4-5 per cento, in vista della possibile perdita
di volumi.
Bravi, viene da dire, senza spargere neppure una lagrima
sull'antiquata nozione di "piazza finanziaria" tante piazze, che,
continuando così, rischiano di ridursi a vicoli. Competition is
competition diceva un noto personaggio, e l'effetto è sempre
positivo: in questo caso,
un'accelerazione, comunque, verso un mercato meno frammentato; e un
avviso ai monopolisti che i bei tempi stanno per finire.
20 novembre 2006 -
Corriere della Sera
Il sogno nucleare e la partita a scacchi con Europa e
Usa
di Sergio Romano
Poche settimane
fa alcune navi da guerra degli Stati Uniti e altre provenienti da
Paesi alleati, fra cui l'Italia, si sono esercitate nel Golfo. A
molti osservatori è parso che l'esercitazione servisse a fare
pratica di blocco navale per impedire che le merci proibite, se il
Consiglio di sicurezza dell'Onu adotterà le sanzioni desiderate da
Washington, raggiungano le coste dell'Iran. A Teheran le manovre
sono state interpretate come una manifestazione di ostilità e una
forma di intimidazione. Pochi giorni dopo gli iraniani hanno
sperimentato numerosi missili Shahab-2 e Shahab-3: due armi che
possono colpire bersagli entro un raggio di duemila chilometri.
Queste sperimentazioni e alcune imprudenti dichiarazioni di Yayhia
Rahim Safavi, comandante delle Guardie della rivoluzione, sono
state interpretate in Europa e in America come una esplicita
minaccia. Il Wall Street Journal ha colorato in grigio, su una carta
geografica, i Paesi che possono essere colpiti dagli Shahab: la
Turchia, tutti gli Stati del Golfo, la Russia meridionale, le
repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale, il Pakistan e l'India
occidentale. «Siamo sorpresi — scrive un editoriale del giornale —
che gli europei non siano preoccupati da questa minaccia. Speriamo
che il presidente Bush e il prossimo Congresso concludano un patto
bipartisan per bloccare il programma nucleare e missilistico
dell'Iran».
Con qualche occasionale sprazzo di sereno (fra cui, in questi
giorni, la lettera del presidente iraniano Ahmadinejad a Romano
Prodi), questo è oggi il tono delle dichiarazioni e delle invettive
che vengono frequentemente scambiate tra l'Iran degli Ayatollah e,
con gradazioni diverse, alcuni Paesi occidentali, fra cui
soprattutto gli Stati Uniti.
Nel corso di una conversazione con un gruppo di studiosi iraniani,
in uno dei maggiori think tank di Teheran, ho cercato di spiegare
che certe affermazioni del loro presidente, soprattutto sulla
questione israeliana, hanno reso ancora più difficile il lavoro di
quanti cercano un punto d'intesa. Ho detto che in Occidente lo stile
di Mahmoud Ahmadinejad «non passa» e che le sue sortite hanno finito
per accorciare la distanza tra le posizioni europee e quelle degli
Stati Uniti. Come impassibili giocatori di scacchi i miei
interlocutori mi hanno guardato silenziosamente senza che una
qualsiasi increspatura sul loro viso lasciasse trapelare consenso o
dissenso. Al centro della crisi, naturalmente, vi è il programma
iraniano per l'arricchimento dell'uranio. Teheran non perde
occasione per ribadire che il programma è esclusivamente civile e
che l'arricchimento è permesso dal Trattato di non proliferazione.
Gli europei temono che sia un primo passo verso la costruzione
dell'arma suprema e molti americani, in particolare, rafforzano la
tesi sostenendo che una grande potenza energetica, ricca di
petrolio e di gas, non ha alcun bisogno di energia atomica. Per la
verità gli Stati Uniti hanno avuto in altri periodi una posizione
molto diversa. Il programma nucleare iraniano comincia negli anni
Sessanta con la collaborazione dell'America e decolla nel 1974, dopo
lo shock petrolifero dell'anno precedente, con una lettera
dell'ambasciatore americano a un collaboratore dello Scià in cui è
scritto, tra l'altro: «Abbiamo preso nota dell'importanza
prioritaria che Sua Maestà Imperiale attribuisce all'energia
nucleare per lo sviluppo di fonti energetiche alternative. Questa è
chiaramente un'area in cui possiamo utilmente dare il via a uno
specifico programma di cooperazione e collaborazione». Qualche mese
dopo il presidente Ford autorizzò la vendita all'Iran dì
attrezzature per il trattamento e l'arricchimento dell'uranio. In
cambio di quella concessione l'Iran avrebbe comprato otto reattori
nucleari. Venne firmato un accordo per il valore di 15 miliardi di
dollari che prevedeva la costruzione di otto centrali nucleari,
capaci di produrre complessivamente 8.000 megawatt. Ma la partenza
dello Scià, il trionfale arrivo di Khomeini a Teheran, la
rivoluzione e l'occupazione dell'ambasciata degli Stati Uniti
seppellirono il programma sotto una montagna di accuse e
recriminazioni.
Oggi le ragioni che spinsero lo Scià ad avviare un programma
nucleare sono ancora più impellenti. Ho già ricordato qualche giorno
fa che gli automobilisti iraniani pagano per la benzina un irrisorio
prezzo politico e che il deficit di raffinazione costringe l'Iran a
importare un quantitativo pari al 40% del fabbisogno nazionale. Il
Paese è prigioniero di un dilemma. Quando il prezzo del petrolio
aumenta sui mercati internazionali, aumenta anche il prezzo della
benzina che occorre importare dall'estero. Non basta. Quando aumenta
il prezzo del petrolio, la ricerca di nuove risorse energetiche
diventa più conveniente, attira maggiori capitali internazionali e
crea le premesse per la diminuzione dei prezzi. Soltanto un Paese
imprevidente rinuncerebbe a dotarsi di un efficace programma
nucleare.
Ma dietro il programma iraniano si nasconde, secondo gli americani,
lo spettro dell'arma atomica. Il governo di Teheran lo nega, ma è
probabile che il Paese voglia dotarsi di tutti gli strumenti
necessari alla costruzione dell'arma nel momento in cui la
situazione internazionale e la sicurezza del Paese la rendessero
necessaria. È una posizione irragionevole? Molti osservatori (io fra
questi) constatano che l'Iran è circondato da Paesi dotati di armi
nucleari (Russia, Cina, India, Pakistan, Israele, Stati Uniti) e che
è stato definito da Bush, insieme all'Iraq di Saddam Hussein e alla
Corea del Nord, membro di una minacciosa triade denominata «asse del
male». Quale può essere la reazione del secondo membro quando
constata che il primo viene attaccato e occupato sulla base di
argomenti che si rivelano successivamente insussistenti?
Ai membri del think tank di Teheran ho cercato di spiegare che non è
necessario essere nemici dell'Iran o sospettosi delle sue intenzioni
per temere che un programma nucleare iraniano, privo di forti
garanzie internazionali, scateni in Medio Oriente, dalla Turchia
all'Egitto, un pericoloso effetto domino. Ancora una volta nessun
segno di assenso o dissenso. Ma uno studioso, più tardi, mi ha detto
a quattrocchi: «Dateci qualche buona ragione per non essere
preoccupati del nostro futuro». Alludeva, naturalmente, alla ripresa
dei contatti fra l'Iran e gli Usa che molti stanno suggerendo in
questi giorni al presidente Bush.
20
novembre 2006 - La Stampa
Agricoltura, è guerra Asia-Europa
di Maurizio Molinari
Monito all’Europa sul commercio
globale e debole compromesso la Nord Corea: così si è concluso ad
Hanoi il summit fra i ventuno Paesi del Forum del Pacifico (Apec).
L’avvertimento all’Unione Europea è contenuto nel documento finale
del vertice che ammonisce sul rischio di «gravi conseguenze» in caso
di mancata ripresa dei negoziati all’Organizzazione mondiale del
Commercio (Wto) sul terzo round di Doha. Le trattative si sono
bloccate in luglio a seguito dei dissidi fra Usa e Ue sulla
riduzione dei sussidi all’agricoltura e da Hanoi l’Apec si è
impegnata a «non lesinare sforzi per rompere l’attuale stallo e
raggiungere un esito bilanciato». In concreto la «Dichiarazione di
Hanoi sull’agenda di Doha» mette nero su bianco in 26 righe
dattiloscritte la disponibilità a «ulteriori riduzioni nei sussidi
all’agricoltura al fine di aprire nuovi mercati ai prodotti
agricoli», invocando anche maggiori accesso ai mercati per i
prodotti industriali e facilitazioni commerciali.
Sebbene il testo non faccia esplicito riferimento all’Ue, il
messaggio è diretto a Bruxelles: l’Apec, che somma oltre la metà del
commercio del Pianeta, è disposta a riduzioni dei sussidi agricoli e
chiede all’Europa di fare altrettanto. «Le conseguenze del
fallimento di Doha sarebbero troppo gravi per le economie e per il
sistema di scambi multilaterali» avverte il documento. Affinché
l’Europa abbia ben chiaro cosa potrebbe significare il collasso
della trattativa al Wto, l’Apec ha aggiunto l’impegno a lavorare per
realizzare entro il 2020 l’area di libero scambio del Pacifico
rilanciata dal presidente americano, George W. Bush, nel discorso di
Singapore.
A rafforzare la posizione dell’Apec su Doha è arrivata, a chiusura
del summit, la firma dell’intesa fra Bush ed il collega russo
Vladimir Putin sull’adesione di Mosca al Wto. «La Russia ha pieno
titolo per appartenere al Wto e guardiamo con fiducia alla
moltiplicazione degli scambi» ha detto Susan Schwab, Alto
rappresentante Usa per il commercio, commentando la firma. Anche nel
faccia a faccia fra i leader di Usa e Cina il piatto forte è stato
il commercio: Bush ha chiesto a Pechino di essere sempre più
un’economia di «consumatori e non di risparmiatori» ma si è visto
respingere la richiesta di una rivalutazione dello yuan perché, come
ha ribattuto Hu Jintao, «pochi sanno che negli ultimi mesi le
esportazioni Usa verso la Cina sono aumentate del 35 per cento».
Come dire: lo yuan è stato già rivalutato abbastanza. Al di là dei
disaccordi valutari l’intesa su Doha fra Usa, Cina e Giappone è
stata comunque confermata e, sommata all’entrata della Russia nel
Wto, mette l’Ue alle strette. La prima reazione di Bruxelles è stata
di apertura con il commissario europeo al Commercio, Peter Mandelson,
che si è detto ottimista: «Se tutti rispetteranno gli impegni i
negoziati Wto riprenderanno».
Sul fronte della crisi nordcoreana Bush si è dovuto accontentare di
molto meno: le resistenze di Russia, Cina e soprattutto Corea del
Sud hanno impedito all’Apec di fare cenno al nucleare di Pyongyang
nella documento del summit, affidando solo ad una «dichiarazione
orale» della presidenza vietnamita la condanna del test atomico e la
richiesta di una rigida applicazione delle sanzioni votate dall’Onu,
inclusa la fine del programma nucleare. Nei colloqui tra Bush, Putin
e Hu si è discusso anche di sanzioni Onu all'Iran ma non è trapelato
nulla su possibili convergenze. Il tentativo di Washington di
mettere sotto pressione Pechino durante il vertice per ottenere
maggiore impegno sulle sanzioni a Pyongyang e Teheran non ha portato
a risultati. Il presidente Usa mentre stava partendo per il suo
viaggio in Indonesia, è stato costretto a salire sul secondo Air
Force One per un guasto improvviso al primo. Non si esclude
l’ipotesi di un sabotaggio.
17 novembre 2006 - La Repubblica Europa è ora di riprendere il cammino
Intervento di Carlo Azeglio Ciampi al convegno “La parola Europa”
che si svolge a Firenze, palazzo Vecchio, promosso da Gabinetto
Scientifico Letterario G.P. Viesseux e da Istituto Universitario
Europeo, col patrocinio del Comune
Questo incontro organizzato dal Gabinetto Vieusseux e dall'Istituto
Universitario Europeo cade in una fase particolarmente delicata
della costruzione europea; volge a dare un contributo per superare
lo stallo che si è creato nell'avanzamento delle nostre istituzioni
comunitarie.
La ricerca di una soluzione parte necessariamente dalla
rivisitazione del cammino compiuto, richiede il risveglio dello
spirito costruttivo che mai è venuto meno nei lunghi decenni della
storia della nostra Unione europea.
L'Europa si identifica con un sistema originale di valori, maturato
nel volgere dei secoli attraverso l'intreccio delle molteplici
culture dei suoi popoli, e imperniato sulla centralità della persona
umana, sulle libertà individuali, sul rispetto reciproco, sulla
primazia del diritto. Le sue radici profonde sono nella civiltà
greco romana e nel cristianesimo.
La condivisione di questi valori racchiude le ragioni comuni ai
membri dell'Unione europea.
Neanche durante le vicende tragiche della prima meta del XX secolo
tali “ragioni” sono mai scomparse del tutto: la prepotenza di
ideologie perverse, innestatesi sull'ossessione dei nazionalismi, le
ha temporaneamente offuscate e rese quasi irriconoscibili.
Nella presente, consolidata realtà europea di pace e di benessere
potrebbe sembrare superfluo richiamare quelle vicende tragiche,
culminate nel sanguinoso conflitto mondiale, che oltre mezzo secolo
fa hanno dilaniato il nostro continente. Eppure è proprio da quell'immane
catastrofe che bisogna partire per comprendere la genesi
dell'integrazione europea, per apprezzarne il valore come progetto
politico indispensabile, oggi più che mai, per il nostro futuro di
cittadini appartenenti a comunità nazionali diverse ma consapevoli
della comune civiltà europea.
Fu l'esigenza, profondamente sentita dopo l'abbattimento delle
dittature e la fine della guerra, di affermare con pienezza "la
dignità” della persona umana e di riproporre "il dialogo” come
strumento di convivenza civile, che ispirò i "padri fondatori”, a
lanciare il processo di integrazione europea.
E a prospettarlo non come alleanza fra Stati nazionali, ma come
costruzione nuova che si ispira a valori più elevati e persegue
finalità più alte.
Al termine della seconda guerra mondiale, cittadini e governanti
avevano compreso che il miope perseguimento degli interessi
nazionali produce danni incalcolabili; hanno deciso di non essere
più estranei fra di loro; hanno ideato e impostato istituzioni
radicalmente innovative, atte a vivere e a progredire insieme.
Due avvenimenti cruciali seguono la rinascita dell'Europa
nell'immediato dopoguerra: il Piano Marshall, la Comunità europea
del Carbone e dell'Acciaio. Il primo rappresentò un atto di fiducia
e un incoraggiamento degli Stati Uniti rivolti all'Europa nel suo
complesso. Ma è stato soprattutto il secondo a dare avvio alla
attuazione concreta dell'ideale europeo, attraverso la creazione di
una prima istituzione comunitaria alla quale venne affidata la cura
di interessi comuni.
Il principio della condivisione, dell'esercizio in comune fra più
Stati, della sovranità, applicato per la prima volta con la
istituzione della Ceca, è divenuto il cardine dell'integrazione
europea. Alla Ceca seguirono l'Euratom, con analoghe caratteristiche
istituzionali, e il Mercato Comune, che affrontò e vinse la sfida
dell'Efta.
La storia dei processo di integrazione europea è una sequenza di
iniziative, che si ispirano a valori e principi propri, taluni, di
uno Stato confederale, altri, di uno Stato federale e che hanno
avuto alterne fortune. Mi riferisco all'insuccesso della Comunità
europea di difesa, la Ced, e ai successo dell'Euro. Mi soffermo su
quest'ultimo.
L'adozione da parte di dodici Stati di una moneta comune, governata
da una istituzione sovranazionale quale è la Banca centrale europea,
non è stato solo un grande evento monetario ed economico, non ha
significato solo il venire meno delle crisi valutarie e monetarie
intereuropee, il rafforzamento di un mercato unico di oltre 300
milioni di consumatori che usano la stessa moneta. Ha costituito
altresì un evento politico di grande rilievo, ha rappresentato un
punto di “non ritorno" nel cammino verso una compiuta unione
economica e politica.
Nel volgere di breve tempo, l'euro si è affermato nella sua funzione
di moneta di scambio e sta gradualmente affermandosi come moneta di
riserva saggiamente governata dalla Bce.
Nel pensiero di coloro che collaborarono alla preparazione del
progetto della moneta unica, alla sua realizzazione doveva far
seguito il coordinamento crescente delle politiche economiche degli
Stati aderenti all'Euro, sino a dare vita a una sorta di"governo
dell'economia”, che costituisse elemento dialettico del “governo
della moneta” affidato alla Bce.
Ciò è stato avviato con la costituzione, all'interno dell'Ecofin,
dell'Eurogruppo formato da ministri economici degli Stati che hanno
adottato la moneta comune, ma non si è adeguatamente sviluppato. Di
qui, a mio avviso, una causa della lentezza sia della crescita
economica in Europa, sia nella realizzazione degli stessi progetti
comuni programmati, quali quelli delle opere previste dall’agenda di
Lisbona.
Dopo la creazione dell'euro, l'Unione europea, ha promosso altre due
iniziative fondamentali: una portata a termine, l'allargamento;
l'altra, il Trattato costituzionale, incompiuta. L'allargamento è
stato il doveroso seguito del venir meno della divisione forzata
dell'Europa in due blocchi contrapposti. Popoli dell'Est e
dell'Ovest, dalle comuni tradizioni storiche e dai valori condivisi,
si sono potuti ricongiungere nell'Unione europea. Ma l'ampliamento
degli Stati Membri a 27 ha reso più palesi le insufficienze delle
strutture istituzionali e delle regole governanti l'Unione europea.
A queste ha inteso provvedere, per unanime convincimento degli Stati
membri, l'iniziativa per il Trattato costituzionale.
Il significato dei Trattato costituzionale come snodo necessario dei
processo dell'integrazione europea trova chiara espressione nella
reazione positiva che suscitò la sua conclusione. Ho vivo il ricordo
di quel 24 ottobre dei 2004: il giorno della firma in Campidoglio.
Nelle espressioni dei Capi di Stato e di governo che sottoscrissero
il Trattato era dominante la soddisfazione. Né vi furono, in altre
sedi, critiche di rilievo verso questa tappa del progetto politico
europeo, riconosciuta necessaria e fondamentale.
Oggi, ci troviamo in una situazione di stallo: a fronte delle
ratifiche di 18 Stati, vi sono stati due “no". i rifiuti vanno
rispettati: ma non può esser disconosciuto il valore delle adesioni
definitive riscosse. Si è ritenuta opportuna una pausa di
riflessione. E’ ora tempo di riprendere il cammino.
L'obbiettivo, a mio avviso, è quello di far sì che, prima delle
elezioni europee del 2009, sia in vigore un Trattato costituzionale,
che confermi la sostanza del testo del 2004, e che non comporti
l’obbligo di una nuova ratifica da parte degli Stati che già vi
abbiano provveduto. Costruttive indicazioni sui contenuti
irrinunciabili dei Trattato sono state formulate dal ministro degli
Esteri italiano proprio qui a Firenze in un suo recente intervento
all'istituto Universitario Europeo.
E’ sempre più evidente, oggi, che le tumultuose trasformazioni del
mondo rischiano di relegare in secondo piano il ruolo dell'Europa,
rispetto a quello di altri grandi soggetti geo-politici e
geo-economici.
I singoli Stati europei, anche i maggiori, stanno sperimentando la
limitatezza dei loro mezzi e il pericolo, sempre più reale, che
l'intera Europa scivoli nella marginalità. Le conseguenze per tutti
gli europei - ed è una prospettiva non di un lontano futuro, ma
dell'arco di pochi anni – consisterebbero nel dover accettare
passivamente regole decise da altri in settori essenziali per la
nostra vita: dall'economia all'ambiente, alla sicurezza.
Inquietudini, sentimenti di delusione, suscitati da presenti
insufficienze nel funzionamento delle istituzioni comunitarie, non
devono offuscare l'evidenza che i nostri fondamentali interessi
comuni, la pace, la liberta, la qualità della vita, possono essere
difesi solo in una prospettiva europea.
A quanti vedono l’Unione europea come una struttura burocratica
lontana dalla vita quotidiana, concentrata nella produzione di
regolamenti, ricordo i benefici di cui tutti i cittadini europei
godono quotidianamente per l'operare delle istituzioni e delle leggi
comunitarie; ricordo che il loro benessere futuro dipende in larga
parte dallo svolgimento di politiche comuni e dal completamento dei
mercato interno.
E perché questo possa avvenire, occorrono istituzioni e regole,
aggiornate alle attuali dimensioni dell'Unione e alle finalità e ai
compiti che le sono stati assegnati.
I timori per una globalizzazione che cancelli singole identità e che
metta in pericolo il posto di lavoro vanno dissipati dimostrando nei
fatti che l'Unione europea e parte della soluzione e non del
problema; ponendo in atto politiche e programmi che affermino, in
concreto, la volontà e la capacita dell'Europa di salvaguardare i
comuni interessi dei suoi cittadini.
Solo unita l'Europa puoò affrontare con possibilità di successo le
sfide della globalizzazione sia in economia sia in politica. Ne
troviamo conferma in un evento di poche settimane fa: di fronte ai
conflitto israelo-libanese, che rischiava di dilagare in una crisi
più ampia, i Paesi europei hanno rotto gli indugi, hanno assunto una
diretta responsabilità in Libano.
E’ stata una decisione che ha posto riparo ad una situazione grave
e, al tempo stesso, è stata significativa di quanto importante possa
essere una politica estera europea unitaria. E’ infatti risultato
evidente che la valenza dell’intervento ha trovato un limite nella
mancanza di una cornice istituzionale ed operativa incisiva. Se già
avesse avuto una politica comune di difesa e di sicurezza, se avesse
avuto un proprio ministro degli Esteri, l'Unione europea sarebbe
potuta intervenire, sempre sotto l'egida delle Nazioni Unite, in
maniera ben più efficace; potrebbe fornire, come protagonista, un
contributo, forse decisivo, alla pacificazione della tormentata
regione mediorientale.
Le iniziative dell'Unione europea trovano favorevole accoglimento in
larga parte della comunità internazionale, in quanto provenienti da
un soggetto riconosciuto scevro di intendimenti di dominio. Molti
Paesi, specie dell'Europa sud orientale e del Mediterraneo, guardano
all'Unione europea sia per il loro sviluppo economico sia per un
ancoraggio di liberta e di democrazia.
Le vicende in Libano hanno confermato come nel campo della politica
estera e di difesa, così come già in molti altri settori di diretta
rilevanza per il nostro futuro, la condivisione di interessi comuni
sia diventata per noi europei una realtà.
In economia, il rilancio della competitività e della crescita
richiede, l'ho gia detto, l'affiancamento al governo dell’Euro che
assicura la necessaria stabilita monetaria e valutaria di un
efficace governo dell'economia, che promuova politiche concrete
nella formazione, nella ricerca, nell'innovazione, nelle
infrastrutture materiali e immateriali; che stimoli la competitività
del sistema economico europeo nel mercato mondiale dei beni e dei
servizi.
Occorrono azioni unitarie per tutelare la solidarietà sociale,
assicurare la sicurezza degli approvvigionamenti energetici,
garantire la protezione dell'ambiente, gestire i flussi
d'immigrazione.
Più in generale, i cittadini europei sollecitano una congiunta
risposta ad una serie di quesiti: cosa significa essere europei;
come si definisce l'identità europea; quali sono i compiti che
attendono l'Europa. Dobbiamo essere consapevoli che sono soprattutto
le nostre radici cultuali, quei valori che ho richiamato all'inizio,
e non la geografia, a definire il nostro comune spazio
d'appartenenza, i nostri confini; a far vivere l'Europa nelle nostre
coscienze, come progetto di civiltà ancorato ad una medesima eredita
storica; a stimolare il nostro entusiasmo. Conosciamo l'obiettivo:
rafforzare la coesione dell'Unione europea e la sua capacita di
indirizzo e di governo. Siamo consapevoli che i meccanismi
decisionali e operativi, quali sono oggi, sono
insufficienti, rischiano di rimanere inceppati.
I Paesi piu fortemente europeisti - penso, in primo luogo, ai Paesi
fondatori, a quelli dell'area Euro, ad alcuni di recente adesione
ugualmente impegnati sul piano europeo - hanno una grande
responsabilità: far progredire l'integrazione europea, dotando
l’Unione di istituzioni appropriate ai suoi fini e alle sue
dimensioni; delineare il percorso comune, anche con iniziative di
cooperazione rafforzata, quali sono state quelle che hanno portato,
nel settore della sicurezza, al Trattato di Schengen e alla
Convenzione di Prnm, in economia, all'Euro.
Signore e Signori, lo straordinario progetto unitario, avviato oltre
mezzo secolo fa, dai Padri fondatori, ha bisogno di essere sostenuto
dallo slancio ideale dell'intera società civile.
Nessun disegno ambizioso questo vale per ogni aspetto della vita di
una comunità può realizzarsi senza passione etica e civile.
L'Europa – non quella dell’arido acquis comunitario, ma quella delle
grandi speranze - ha soprattutto bisogno dell'appassionata
partecipazione dei giovani. Ed i giovani, adusi a muoversi
liberamente per studio o per lavoro o per svago, in un'Europa senza
frontiere, ci chiedono più Europa e non meno Europa; ci sostengono
con i loro comportamenti spontanei nella convinzione che l'Unione
europea è l'unica vera garanzia di pace, di libertà, di progresso
economico e civile per tutti gli europei.
Al tempo stesso sta a noi anziani, anche tenendo viva la memoria del
passato, spronare i giovani a divenire essi stessi protagonisti
dell’integrazione europea.
E’ questo un obiettivo che richiede la partecipazione di tutti e che
potremo raggiungere solo consolidando con il nostro agire quotidiano
i caratteri di liberta e di democrazia propri della nostra società.
All'inizio della prossima primavera celebreremo il cinquantenario
del Trattato di Roma. Dobbiamo farsi che non si riduca a una formale
celebrazione, ma sia avvio di un avanzamento del processo unitario.
Ed è con questo spirito che concludo rivolgendomi ai giovani che
partecipano a questo Convegno. Se apprezzate la libertà, i benefici,
le opportunità che l'Europa di oggi vi offre, impegnatevi - come lo
fecero molti dei vostri padri nella loro gioventù - affinché
l'Unione europea compia un nuovo tratto del suo percorso
istituzionale.
Il tempo della “pausa di riflessione” è scaduto. Insieme, al di là
delle differenze di generazione, dobbiamo riprendere il cammino,
forti dei nostri ideali, orgogliosi della nostra identità, animati
dalla memoria del passato. All'inizio del mio intervento ho
auspicato il risveglio dello spirito costruttivo europeo: l'incontro
di oggi e di domani sarà positivo se riuscirà a far sprigionare una
sia pur “parva scintilla”.
17 novembre 2006 - Corriere della
Sera
Napolitano contro la Gran Bretagna
«Sbagliato non ratificare il Trattato»
Il presidente Giorgio Napolitano ha «bacchettato» ieri i governi dei
Paesi che hanno di fatto intralciato il cammino europeo verso una
Costituzione comune. Non si può continuare ad essere sordi e miopi
davanti alla necessità del rilancio del processo di integrazione e,
soprattutto, non possono farlo alcuni governi che hanno a suo tempo
firmato il Trattato costituzionale. È questo il monito che il capo
dello Stato ha lanciato dall'Istituto universitario europeo di
Fiesole dove ha partecipato alla cerimonia di consegna del premio
Pico della Mirandola all'ex presidente della Convenzione Ue Giscard
d'Estaing. Per Napolitano «è talmente evidente ed oggettiva la
necessità di dare nuovi sviluppi» all'integrazione che «si può
ritenere che non sia destinata a durare a lungo la sordità e la
miopia di gruppi politici dirigenti che hanno firmato solennemente
il trattato e accettato che avesse il titolo di costituzionale e poi
il primo ministro e il ministro degli Esteri non si sono nemmeno
degnati di sottoporlo ad una eventuale ratifica secondo precisi
obblighi internazionali». Napolitano non nomina il caso della Gran
Bretagna, ma è questo uno dei Paesi nei quali la Costituzione Ue non
è neppure stata sottoposta a ratifica. Napolitano ha ribadito che
nel caso di governi che hanno prima avallato il Trattato e poi non
hanno proceduto alla ratifica (Francia e Olanda hanno indetto
referendum, ma è prevalso il «no»), «c'è una contraddizione
clamorosa ed evidente: si riconoscono le necessità di politiche
comuni e degli sviluppi dell'integrazione europea ma non se ne
traggono le conseguenze”.
15 novembre 2006 –
Il Sole 24 ore L’Italia arranca e l'Europa corre di Luca Paolazzi
La cifra tonda, quel 2%
di crescita del Pil nel 2006 che in molti ormai pregustavano e che
era ragionevolmente a portata di mano, si allontana. Almeno nel
bilancio provvisorio. Per agguantarla servirebbe un incremento di
almeno lo 0,9% nell'ultimo trimestre, e sarà difficile vista la
bassa performance per l'analogo periodo negli anni passati e
soprattutto l'andamento recente di produzione industriale e
indicatori di fiducia. Comunque, l'annata rimane la migliore dal
2001. Ma non c'è, purtroppo, molto da brindare.
A guastare la festa c'è una constatazione: il divario di dinamismo
con il resto d'Europa, e anche con le altre nazioni dell'eurozona,
non si riduce affatto. Se smettiamo di concentrare lo sguardo sul
nostro ombelico economico e allarghiamo un po' la visuale scopriamo
che la velocità annua registrata nel terzo trimestre dall'Italia
(1,7%) è di molto inferiore a quello della Ue (2,8%) e di Eurolandia
(2,6%). Tra le 25 nazioni europee il nostro ritmo si colloca al
penultimo posto, davanti solo al Portogallo. In nessun'altra, tra
quelle che ci precedono, c'è un misero «1» davanti alla virgola; in
molte c'è almeno un «3».
Perfino la Germania, con cui avevamo gareggiato a lungo per
conquistare la «maglia nera» di ultima in classifica, ci ha
nettamente distanziati (+2,8%); il suo allungo è iniziato l'anno
scorso ma è stato preparato nei precedenti, con ristrutturazioni e
riforme che hanno portato a netti aumenti di produttività,
accumulati in termini di migliore competitività anziché subito
redistribuiti in maggiori retribuzioni. Nel nostro Paese, invece, si
discute di quale fetta dei guadagni di produttività debba finire in
busta paga, dimenticandosi che nel passato recente non ve ne sono
stati e che quelli futuri occorre cominciare anzitutto a ottenerli e
sarebbe lungimirante investirli nello sviluppo.
Per convincerci di questa necessità non servono grandi ragionamenti
e sofisticati modelli previsivi. È sufficiente un pallottoliere da
utilizzare per calcolare il divario di crescita tra Italia e altre
nazioni che oggi ci sono compagne nell'Unione monetaria. Negli anni
80 questo divario era nullo (con una crescita media del 2,4% annuo).
Negli anni '90 è diventato dello 0,6 (2,2% contro i,6%). Nella prima
metà del 2000 è salito all'1 (1,6% contro 0,6%). E nel 2006, anno
della ripresa, rischia di essere 1,1. Ciò dimostra che l'Italia si
comporta da economia arretrata, meno reattiva delle altre a cogliere
i miglioramenti del ciclo internazionale.
Qualcuno storcerà ancora la bocca davanti a queste fredde
percentuali. E obietterà che ai numeri vanno anteposte le persone in
carne e ossa. Giustissimo: queste persone, cioè noi tutti, chi più
chi meno (compresi quelli che pure hanno migliorato il proprio
reddito), hanno patito e stanno patendo in questi anni una riduzione
di benessere, assoluta e relativa. Assoluta: dal 2002 a oggi il Pil
per abitante è calato dello 0,3%. Relativa: nello stesso periodo il
cittadino medio di Eurolandia ha beneficiato di un incremento del
4,5%. L'Italia sta ripercorrendo a ritroso la classifica europea.
Sono lontani gli anni in cui la scalava, guidando in dinamismo il
resto d'Europa.
6 novembre 2006 – Il
Sole 24 Ore L'Europa si interroga sulle conseguenze del
black-out di sabato
L'Europa finita al freddo sabato notte per un
blackout si interroga sul futuro degli equilibri nella distrubuzione
e gestione dell'energia. Secondo il presidente del Consiglio, Romano
Prodi, «la prima riflessione è la contraddizione fra avere le
connessioni europee e non avere una autorità unica europea. È una
bella contraddizione». In più c'è da tenere conto dell'atteggiamento
assunto dalla Russia di Vladimir Putin, ben decisa a fare valere
sempre di più il ruolo di potenza energetica che gestisce la gran
parte delle riserve mondiali.
Il blackout ha colpito nella notte di sabato, verso le 22,30, mezza
Europa lasciando al buio alcune delle zone più densamente popolate
della Germania e della Francia, spingendosi fino in Belgio e in
Italia, dove le aree più interessate dal guasto sono state il
Piemonte, la Liguria e la Lombardia. Un portavoce di un sindacato
francese ha detto che è stato il più grave blackout che ha colpito
la Francia in 30 anni, mentre sono stati interessati
dall'interruzione di elettricità almeno quattro stati federali
tedeschi, pari a circa la metà della popolazione della Germania che
conta 82 milioni di abitanti.
Il calo di energia ha avuto origine in Germania in seguito a un
innalzamento della domanda di elettricità a causa del brusco
abbassamento delle temperature, e che sono state colpite anche parti
del Belgio e dell'Italia, in particolare parti di Liguria, Piemonte
e Lombardia. L'azienda elettrica E.On (che è impagnata nell'impresa
di acquisire la prima azienda spagnola del settore, Endesa) ha
dichiarato in seguito con un comunicato che il guasto potrebbe esser
stato provocato da un'operazione di routine che ha condotto nella
notte. Anche un portavoce dell'azienda elettrica Rwe (che raggruppa
le ex utility locali) aveva detto in precedenza che il calo era
stato provocato da un guasto esterno alla rete della sua società.
«Non è stata prodotta abbastanza energia nella rete», ha affermato
il portavoce, aggiungendo che il blackout si è esteso ad altre zone
in Europa perché la fornitura avviene su reti condivise.
2 novembre 2006 - tiscali.europa
Serbia e Kosovo, la questione si complica Belgrado approva la nuova costituzione in cui la regione è
definita parte integrale della nazione
A 16 anni dall'approvazione della Carta Magna sotto il regime di
Slobodan Milosevic, i serbi hanno detto sì a una nuova
costituzione che se da una parte ha il pregio
di avviare il paese verso il giusto cammino di riforme che
potrebbero in un futuro anche vicino portarla nell'Ue, dall'altra
complica e non poco la delicata questione del Kosovo,
dal momento che nel testo viene considerato parte integrale
della nazione.
Il voto favorevole al referendum
Questa volta, diversamente da quanto accaduto spesso in passato, il
passo compiuto dal paese balcanico nel suo lungo cammino verso la
normalità, non è stato funestato da eventi tragici, sebbene anche in
questa occasione non siano mancati attimi di "suspense", con un
risultato elettorale che è rimasto in bilico fino alle ultime ore
del voto.
Secondo i risultati della Commissione elettorale repubblicana (RIK)
al referendum tenutosi il 28 e 29 ottobre i favorevoli alla nuova
carta sono stati infatti solo il 51,4% della popolazione. Una
vittoria ancor più risicata se si tiene conto della bassa affluenza
al voto - appena il 54,1% dei 6,6 milioni di elettori chiamati alle
urne - che fino alle ultime ore di domenica sembrava escludere la
possibilità che venisse raggiunto il quorum del 50% necessario per
la sua approvazione. La bassa affluenza alle urne si è verificata
nonostante la massiccia campagna a sostegno del sì - fatta di
appelli continui sui canali televisivi - e la decisione del governo
di far svolgere il referendum in due giorni per consentire al
maggior numero di persone di andare a votare.
In molte parti la nuova costituzione testimonia lo sforzo e la
volontà di Belgrado di entrare a far parte dell'Unione europea. Tra
i 200 articoli della nuova costituzione, molti riguardano il
rispetto delle minoranze e dei diritti umani, la carta inoltre
garantisce una forma di autogoverno alla provincia della Vojvodina,
una regione dove sono ancora forti le tensioni etniche. Un ruolo
determinante nel prosieguo dei negoziati con l'Ue. Molto importanti
nell'ottica di una futura adesione all'Ue, sono la disposizione che
abolisce la pena di morte e quella che impone il divieto di
clonazione.
La questione sempre aperta del Kosovo Di tutt'altro segno è invece l'inserimento nella carta
dell'"intangibilità dei confini della nazione", nella quale è
compreso anche il Kosovo. Secondo gli esperti si tratterebbe di una
mossa politica in vista delle elezioni che si terranno nel paese tra
breve e che peserà nella ripresa dei negoziati sullo status della
regione questo inverno.
Una volta che la vittoria del sì è stata chiara, il primo ministro
serbo Vojislav Kostunica, ha dichiarato: "Questo è un grande momento
per la Serbia; difendendo il Kosovo noi stiamo difendendo qualcosa
di più che i nostri interessi, più che un problema di stabilità
nella regione, noi stiamo difendendo il diritto internazionale". La
popolazione kosovara che è stata esclusa dalle liste elettorali, ha
mostrato invece scarso interesse per il referendum. "E' un evento
che si svolge in un paese straniero" ha dichiarato tranciante il
primo ministro kosovaro Agim Ceku. In solidarietà con i vicini
Kosovari, anche la minoranza albanese di Serbia (di cui la
maggioranza si trova nella provincia di Presevo) ha disertato le
urne. I colloqui sponsorizzati dalle Nazioni Unite per risolvere la
questione intanto proseguono.
Le reazioni dell'Ue Dai vertici comunitari il voto di domenica è stato accolto con
una certa freddezza.
A precisare la posizione di Bruxelles dopo il via libera alla
Costituzione, e' stata Krisztina Nagy, la portavoce del commissario
all'allargamento, Olli Rehn. La portavoce da una parte ha espresso
la soddisfazione della Commissione per il corretto svolgimento del
voto e per i passi avanti compiuti da Belgrado "in conformità con le
norme europee" - come richiesto nei mesi scorsi da Bruxelles -,
dall'altra ha però criticato la parte della carta che sancisce la
sovranità serba sul Kosovo, puntualizzando che il problema ''dello
statuto futuro del Kosovo e' una questione diversa'' e sottolineando
come dello statuto si sta occupando l'alto rappresentante Onu, Matti
Ahtisaari. La Nagy ha inoltre definito ''contraddittorio'' il fatto
che molti kosovari non abbiano potuto partecipare al referendum:
''la lista elettorale utilizzata per il referendum è del 2001, - ha
detto la portavoce - e non include pertanto gran parte della
popolazione del Kosovo''.
Il prossimo 8 novembre la Comissione farà il punto dei progressi
compiuti dalla Serbia nella sua marcia di avvicinamento all'Ue.
Oltre alla questione kosovara, sul tavolo rimane sempre aperto il
dossier relativo alla consegna all'Aja di Ratko Mladic e Radovan
Karadzic, rispettivamente ex-capo militare ed ex-leader politico
della Serbia in Bosnia.
27 ottobre 2006 – La Repubblica
"L’
Europa non dimentichi Anna"
Intervista a Lida Yusupova
Questa
è una richiesta d'aiuto: “Abbiamo bisogno dell'Europa,
di governi determinati nel chiudere il rispetto dei
diritti umani come condizione imprescindibile per
intrattenere rapporti economici con la Russia”. Lida
Yusupova, 45 anni, avvocato, candidata al Nobel per la
Pace 2006, era una delle poche amiche di Anna
Politkovskaja. Amica e fonte di notizie delicatissime.
Vive a Groznj. Dal 1994 lavora per una ONG che si chiama
Memorial. Oggi sarà all'Università di Torino per una
giornata dedicata alla memoria della giornalista uccisa
il 7 ottobre.
Signora Yusupova, chi racconterà d'ora in avanti quello
che succede in Cecenia?
”Tutte le persone impegnate nel campo dei diritti
umani continueranno a tentare di portare informazioni
nel resto del mondo. Ma senza Anna Politkovskaja sarà
molto più difficile
Come si
vive oggi a Groznj?
”Non tirano più le bombe, non ci
sono più i rastrellamenti di notte e le scuole stanno
lentamente riaprendo. Ma l'essenza politica che si vive
in città è la stessa. Le persone continuano a scomparire
senza un motivo. I parenti sono lasciati nell'angoscia.
Tutti si fanno le stesse domande. Chi è il colpevole di
questi rapimenti? Perché nessuno paga? Si vive nella
rabbia e nella diffidenza reciproca”.
Anna
Politkovskaja si stava occupando di tutto questo. Chi
l'ha uccisa? ”Io sono un avvocato, non posso indicare un
colpevole senza avere delle prove concrete. Ma una cosa
e evidente: lei è stata uccisa dal sistema voluto da
Viadimir Putin”.
Come
può spiegarlo?
”La Russia non sa nemmeno lontanamente cosa sia la
democrazia. Tutto il lavoro di Putin consiste nel
plagiare la psicologia della folla. Il suo è un regime
che si fonda sulla paura, sulla censura e sulla
disinformazione”.
Secondo lei qual è l'antidoto a questo sistema?
”L'unica speranza è nell'Europa. I partner economici
e politici della Russia devono chiedere delle garanzie
precise: rispetto dei diritti e delle libertà”.
L’Europa si è schierata unita dalla parte di Anna
Politkovskaja. Sdegno, preoccupazione. La richiesta di
un'indagine seria e approfondita. Cosa è arrivato di
tutto questo in Cecenia? “Poco, pochissimo. Qualcuno ha detto che c'era molta
gente ai funerali di Anna, ma non è vero. La maggior
parte erano giornalisti stranieri e rappresentanti di
ambasciate. Pochi erano quelli che avevano letto sul
serio quello che lei aveva scritto, fra questi,
pochissimi giovani. Quel giorno è stata seppellita la
libertà di parola in Russia”.
L'omicidio sta avendo delle ripercussioni politiche? “Direi nessuna, a parte un lieve danno di immagine”.
Cosa
resterà fra tre mesi del lavoro di Anna Politkovskaja? “Già oggi, purtroppo, resta ben poco. La Russia
dimentica in fretta. Si è abituata alla morte perché con
la morte quotidianamente convive”. (Niccolò Cancan)
Europa, avanti a piccoli passi di
Giulio Andreotti (dal
mensile “30GIORNI”, giugno 2005)
Che
l’Unione
europea stia attraversando un momento difficile è fuori dubbio. E a
renderlo più sottolineato contribuisce la progressiva ampiezza e
risonanza delle informazioni che, viceversa, non sono ancora
adeguatamente sensibilizzate per dar reciproca conoscenza ai
cittadini dei venticinque Paesi membri.
In cima alle constatazioni pessimistiche sono logicamente i
risultati negativi dei due referendum (Francia e Olanda) con i quali
la maggioranza delle rispettive popolazioni ha respinto la
Costituzione europea. Si è voluto sottolineare, con gratuita
estensione, che quando i cittadini scelgono direttamente, sarebbero
più incisivi rispetto alla mediazione parlamentare. Il che è tutto
da dimostrare.
Tuttavia, per rendersi conto della crisi in corso, occorre a mio
avviso considerare anche le riserve e persino le contrarietà che
esistono nell’ambito dei Paesi favorevoli alla ratifica, non esclusa
l’Italia. Mi riferisco non solo al numero – limitato – di voti
contrari, ma alle ampie riserve e suggerimenti di revisione
nell’ambito dei votanti a favore, compresa l’Italia. Infatti,
accanto alle posizioni della Lega Nord e di Rifondazione, vi è stata
un’ampia serie di ordini del giorno, non respinti, uno anzi (della
maggioranza governativa) accettato dal governo, con l’impegno a
rivedere, riconsiderare, confrontarsi di nuovo.
Eppure il testo della Costituzione è stato il frutto di una
procedura ampia e persino solenne, fatta di confronti, di
consultazioni, di scambi di linee-guida. Sotto la prestigiosa guida
del presidente Giscard d’Estaing hanno lavorato nella Convenzione
preparatoria rappresentanti autorevoli dei parlamentari e dei
governi (anche dei Paesi candidati) con molte qualificazioni
personali di grande spicco.
Quid agendum? Non ha certo giovato la coincidenza di dover decidere
in questa atmosfera sui problemi urgenti del bilancio comunitario.
Abbiamo assistito alla ripresa di polemiche pro e contro la politica
agricola dell’Unione, contro la fretta nell’allargamento (in verità
in precedenza programmato a scaglioni) e contro il perpetuarsi di
quel cosiddetto (e detto male) giusto ritorno al quale la durissima
signora Thatcher condizionò l’adesione britannica.
Ma proprio il ricordo della prestigiosa signora mi suggerisce una
riflessione. Senza nulla togliere alla gravità di altri momenti
difficili lungo il cammino, forse l’origine della crisi sta proprio
nel momento in cui – mancando il voto britannico – non poté darsi
alla Carta sociale la dignità e il ruolo di atto comune. Si badi. Il
Regno Unito non contrastò i contenuti della Carta (sostenendo che su
qualche punto erano anche più avanzati della propria legislazione
interna), ma ne fece una questione di principio, riservando la
socialità nell’ambito degli ordinamenti dei singoli Stati
partecipanti. La necessaria unanimità bloccò questo salto di
qualità. E si continuò a ricevere i rappresentanti dei sindacati,
alla vigilia dei Consigli europei, con una liturgia meramente di
facciata.
Va, tuttavia, riconosciuto che quando si è assunto un impegno più
marcato e preciso, ne è seguita un’osservanza assai limitata.
Se, ad esempio, a Maastricht, invece che proclamare la politica
comune estera e di sicurezza, avessimo sancito la convergenza
graduale in questo campo, forse qualche passo avanti lo avremmo
fatto. Capisco che far marcia indietro nella Convenzione era
difficile.
Ma, vincendo ogni titubanza, nella revisione – che credo
indispensabile – del testo costituzionale dobbiamo enunciare linee
credibili e di respiro evolutivo, anche a piccoli passi.
È vero. Si è
creato
un ministro degli Esteri dell’Unione, ma è il ventiseiesimo ministro
degli Esteri! È proprio impossibile, magari ratealmente, prevedere
alla fine del percorso una sola diplomazia?
Altro punto delicato è quello militare (nell’amaro ricordo del
fallimento della Comunità di difesa nel 1954) con l’attuale
coesistenza a confini poco netti tra l’Unione e la Nato.
A margine, ma non secondariamente, della difficile congiuntura
attuale si è posta anche la brusca posizione esterna presa dalla
Francia sul delicatissimo (e complesso) problema del negoziato con
la Turchia.
È sempre approssimativo il riferimento al pessimismo e
all’ottimismo. Credo però che una pausa di riflessione sia
necessaria, senza ammainare bandiere o esasperare gli aspetti
critici.
Noi anziani, che avemmo la ventura di partecipare all’entusiasmo
degli inizi, fronteggiando contrarietà e scetticismi tanto diffusi,
dobbiamo esortare a continuare a credere all’Europa unita. Oggi più
che mai.
Un’Europa – quella dei fondatori – che non aveva bisogno di dirsi
cristiana perché lo era. Nella profonda aspirazione a
salvaguardare la pace e nella convinzione che la pace stessa non
esiste senza un fortissimo anelito di giustizia.
Semestre
lussemburghese: nuovo Patto più vicino (dal quindicinale “In
Europ@” del 24 gennaio 2005)
Non
ha fatto in tempo a mettere piede al Parlamento europeo per
presentare il suo programma di semestre, che il premier lussemburghesee Presidente di turno dell’Ue Jean-Claude Junker deve fare
i conti con la spinosa questione della riforma del Patto di stabilità.
L’Ue
si appresta ad attraversare un semestre ricco di incognite:
l’interrogativo sull’esito delle ratifiche nazionali del
Trattato costituzionale e la definizione delle risorse di bilancio
dell’Unione per il periodo 2007-2013, nonché del
rilancio del Programma di Lisbona. Parallelamente, il premier del
Granducato avrà a che fare con la firma del Trattato con Romania e
Bulgaria, membri effettivi a partire dal 2007, e con l’apertura
formale delle trattative con la Croazia. Senza poi dimenticare la
problematica apertura dei negoziati per l’adesione turca.
Insomma,
gli ingredienti ci sarebbero proprio tutti per ritenere che il
Presidente Junker possa concentrarsi, da subito, su una gamma
articolata di questioni. Così non è, almeno per ora, perché il
dibattito sulla riforma del Patto la fa da padrone.
Qualche
giorno fa il Presidente di turno dell’Ue aveva messo l’accento
sul debito pubblico, senza “sostituire la stabilità con una
flessibilità senza confine” e senza “erigere a dogma immutabile
il Patto di stabilità così come è oggi”. Insomma,
una posizione di compromesso che sembra farsi largo anche in seguito
alle delicate trattative di questi giorni in sede Ecofin.
Ma
se fin dalla prima ora il governo italiano è stato tra i più
strenui sostenitori della golden rule, ovvero della possibilità di
sottrarre alcuni investimenti dal calcolo del deficit allargando così
il limite del 3 per cento, la Presidenza Ue non
ha sposato alcuna ipotesi di scorciatoia sui parametri fissati dal
Trattato di Maastricht: “Bisogna intendersi quando si parla di
golden rule –precisa il premier lussemburghese- per ora è
prevista solo dalla Costituzione tedesca, dove si stabilisce che
l’indebitamento annuo non può superare il volume degli
investimenti messi a bilancio. Se ne discusse a Maastricht
–continua Junker- ma non entrò nel Trattato come non è entrata
nella Costituzione. Non si può ora far entrare dalla finestra
quello che è uscito dalla porta.”
La
radicale opposizione lussemburghese a qualunque ipotesi di golden
rule, con il sostegno prezioso di Olanda, Austria e Finlandia, ha
fatto capolino anche alla riunione dei Ministri Ecofin, tanto che il
Ministro Siniscalco, uno dei più attivi sostenitori della misura di
scorporo degli investimenti dal calcolo del deficit, ha ammesso che
“l’opzione (della golden rule, ndr) non compare nel documento
preparato dall’Ecofin” poiché si è deciso di “non
ammettere alla discussione la possibilità di non calcolare alcune
categorie di spesa dal calcolo del deficit”. L’Italia, dunque,
esce sconfitta dal primo round di trattative. Ma non è l’unica a
vedere in parte deluse le proprie aspettative.
Il
cancelliere Gerhard Schroeder, nei giorni scorsi, ha ripetutamente
parlato della necessità di rivedere, in profondità, alcuni
dei parametri che fissano la cornice di azione del Patto. In nome
della crescita economica, Berlino ha puntato a proporre una riforma
che facesse perno sulla rinazionalizzazione delle politiche
macroeconomiche e di bilancio, senza fare mistero di volere
giudicare i conti pubblici non più sul parametro del deficit ma
sulla capacità dei governi nazionali di rispettare il proprio
programma di rientro.
L’intervento
di Schroeder ha fatto parlare, poiché irrompe prepotentemente nel
dibattito politico proprio in concomitanza con la riunione Ecofin, e
raccoglie il pronto sostegno di Parigi e Roma. Un asse Berlino-Parigi-Roma
che, tuttavia, non sembra raccogliere ulteriori consensi in ambito
europeo e, anzi, si scontra con le resistenze della Presidenza:
“va rispettato il Trattato –interviene Junker- perché non si può
avere un accordo sul Patto ignorando o tralasciando accordi inclusi
nel Trattato.”
Mentre
le prime ore di negoziazione sembrano improntate all’ottimismo
(“non vi sono posizioni così rigide tali da impedire
il raggiungimento di un accordo a marzo” sottolinea il Commissario
agli affari monetari ed economici, Jaquin Almunia), Junker vuole un
Patto “più stringente nei momenti di crescita economica e più
flessibile in quelli di stagnazione. Intendiamo aggiungere elementi
di stabilità nella parte preventiva –continua il Presidente di
turno- e aggiungere più flessibilità in caso di stagnazione.”
Dello
stesso avviso il Ministro delle finanze spagnolo, Pedro Solbes, per
il quale “si dovrebbe prestare più attenzione all’andamento del
ciclo economico e alla posizione dei singoli paesi.” Insomma, una
posizione di compromesso che, per il momento, potrebbe soddisfare
alcune delle richieste di Berlino.
Ma
attenzione
all’incognita rappresentata da un eventuale accordo sullo
sforamento del tetto del 3 per cento: cosa accadrebbe se ciò
venisse consentito ai paesi con basso debito pubblico? Che
l’Italia verrebbe esclusa dai benefici effetti del compromesso.
Infatti, dell’asse Berlino-Parigi-Roma solo quest’ultima deve
combattere contro una situazione debitoria senza uguali in Europa,
mentre gli altri due sono alle prese con il nodo del deficit. C’è
il rischio, in sostanza, che gli accordi sulla riforma del Patto
finiscano per fare contenti un po’ tutti, lasciando a bocca
asciutta soltanto l’Italia. Intanto l’Ue incassa i primi
progressi delle trattative: accordo unanime sul rispetto dei
Trattati, sulle procedure per deficit eccessivo e sull’esclusione
di misure di golden rule. E dunque, come cambia il Patto?
“Rafforzamento della stabilità sulla parte preventiva del Patto -
incalza Junker - e dopo la riforma saremo molto più severi se
l’economia sarà in crescita mentre aumenteremo la flessibilità
nei periodi di rallentamento”.
La
nuova Costituzione Europea (dal quindicinale “In
Europ@” del 30 giugno 2004)
La
nuova Costituzione Europea non è una rivoluzione, e non apre la
strada a quella che i tabloid britannici già chiamano il ''super
stato europeo''. Tuttavia introduce delle novità interessanti che,
nel momento in cui la Carta fondamentale sarà davvero ratificata e
potrà così entrare in vigore, cambierà il volto dell'Unione
Europea.
Partiamo da un punto cruciale: l'Ue diventa ''soggetto giuridico'',
che è dunque qualcosa di più di un semplice organismo
internazionale. Diventa un'entità a sé, e non più un coacervo di
stati, potendo anche firmare trattati internazionali come tale e non
solo in rappresentanza degli stati membri.
L'Ue viene inoltre dotata di un Presidente stabile, per due anni e
mezzo, ponendo fine alla rotazione semestrale che costringeva leader
mondiali a dover incontrare nel giro di 4 anni otto diversi
Presidenti dell'Unione Europea. Questo certamente darà una maggiore
incisività all'azione internazionale dell'Ue, almeno sul piano
rappresentativo, anche se non si può dimenticare il pesante freno
costituito dall'obbligo dell'unanimità in politica estera. La
rotazione semestrale, per altro, resterà nell'ambito dei consigli
settoriali.
Oltre a un Presidente stabile, l'Unione Europea avrà un vero e
proprio Ministro degli Esteri. Già il titolo fa capire che è
qualcosa di più dell'attuale ''Alto rappresentante per la politica
estera e di difesa dell'Ue''. Il Ministro, per altro, sarà anche
membro a pieno titolo della Commissione Europea (con la formula del
''doppio cappello''), stabilendo così un rapporto diretto tra
l'esecutivo e i governi in questo importante settore.
Tuttavia, il ministro non avrà vita facile: alla fine la Gran
Bretagna è riuscita a imporre una delle sue ''red lines''
essenziali: la norma dell'unanimità proprio in materia di politica
estera. Londra ha bloccato una piccola apertura al voto a
maggioranza, proposto già dalla presidenza italiana al conclave di
Napoli dello scorso novembre: l'idea cioè che si possa votare a
maggioranza su semplice proposta del ministro. Nella versione varata
dai leader, invece, si specifica che perché si possa votare a
maggioranza in materia di politica estera, vi deve essere sì una
proposta del ministro, ma questo a sua volta deve prima esser stato
incaricato, all'unanimità, dagli stessi governi di prepare la
proposta stessa. Un complicato impiccio che in sostanza rende
praticamente impossibile un passaggio al voto a maggioranza in
questa materia. Esclusa anche un'ipotesi di cooperazione rafforzata
(e cioè un gruppo di paesi che decide di andare avanti da soli su
un determinato tema) in questo ambito.
Le cooperazione rafforzate un altro campo sensibile, la cooperazione
in materia giudiziaria e penale. Qui sono passati i cosiddetti
''freni d'emergenza'' inventati già al conclave di Napoli. Si vota
a maggioranza, ma se alcuni paesi ritengono che vengano toccati
interessi vitali, entro quattro mesi possono chiedere una nuova
convocazione del Consiglio, che può o trovare un'intesa, o chiedere
alla Commissione una nuova proposta (dovrà esser pronta entro un
anno). Se il Consiglio continua a non trovare un'intesa, si potrà
passare a una cooperazione rafforzata. Resta l'unanimità in altre
materie, anzitutto il fisco e alcuni ambiti degli accordi
commerciali internazionali.
Cambiano anche i rapporti di forza in seno al Consiglio Ue al
momento del voto su una legge comunitaria: senza entrare nel
dettaglio del complicato meccanismo, si istituisce un rapporto
diretto con la popolazione dei singoli stati membri (si avrà una
maggioranza quando a favore sono il 55% degli stati in
corrispondenza del 65% della popolazione). Scompare così il poco
chiaro e non sempre equo meccanismo del voto ponderato di Nizza. A
proposito del voto, numerose materie finora sottoposte alla regola
dell'unanimità passano ora alla maggioranza.
Sulla governance economica, si è arrivato a un complicato
compromesso anzitutto sui poteri della Commissione in materia di
procedura per deficit eccessivo. La bozza di Costituzione preparata
dalla Convenzione Europea, irrobustiva i poteri dell'esecutivo: gli
assegnava infatti il potere di fare una ''proposta'', anziché, com'è
attualmente, una pura ''raccomandazione''. Dietro queste formule
freddamente giuridiche si cela una sostanziale differenza la ''raccomandazione''
può essere modificata a maggioranza; la proposta, invece può
essere ritoccata solo all'unanimità, rendendo così molto più
difficile agli stati rimaneggiare le richieste dell'esecutivo prima
di approvarle. Una proposta contro cui hanno mostrato durissima
opposizione anzitutto i ''grandi'': Italia, Francia, Germania, Gran
Bretagna, più vari altri stati medio-piccoli. Alla fine la
presidenza ha irlandese trovato un compromesso: i poteri della
Commissione saranno di ''proposta'' quando si tratta di constatare
il deficit eccessivo (per il cosiddetto ''early warning''), mentre
si resta alla ''raccomandazione'' quando si tratta di chiedere agli
stati misure precise.
Cresce il potere del Parlamento Europeo in numerose aree, a
cominciare dal bilancio dell'Ue e dalla nomina del nuovo Presidente
della Commissione. Nel primo caso, l'Aula di Strasburgo è messa ora
alla pari del Consiglio (che rappresenta i governi) e per poter
varare il bilancio sarà indispensabile il sì di entrambe le
istituzioni. Quanto al Presidente dell'esecutivo, oltre a restare
indispensabile l'assenso dell'Europarlamento, i leader,
nell'indicare il suo nome, dovranno tener conto dei risultati delle
elezioni europee - conferendo così un connotato più politico alla
sua nomina. A prima vista, possono sembrare piccoli passi
avanti, ma per chi conosce il ritmo di crescita dell'Unione Europea,
con progressi solitamente misurati in millimetri, si tratta davvero
di un rinnovamento che potremmo definire storico. Sempre che qualche
paese, attraverso un referendum, non decida che l'Ue è andata
troppo avanti. Perché, per entrare in vigore, il Trattato
costituzionale dovrà essere ratificato da tutti e 25 gli stati
membri.
Lettera del capo dello
Stato al presidente tedesco Rau
Ciampi: «Subito la Carta europea»
«Serve un'Unione
europea autorevole e capace di decidere con tempestività.
L'unificazione monetaria va integrata»
dal “Corriere della sera”, 16
giugno 2004
Ecco
la lettera che il capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi ha inviato
qualche giorno fa al collegaJohannes
Rau, per il suo congedo da presidente della Repubblica Federale di
Germania. Oltre a sigillare un’amicizia, la lettera illustra le
aspettative europee del presidente Ciampi, che non sono mutate
neppure dopo l’ondata euroscettica del voto per Strasburgo di
domenica.
Caro Presidente, caro
amico, nell'avvicinarsi della scadenza del Suo mandato
presidenziale, evoco con soddisfazione il nostro quinquennale
impegno per l'avanzamento dell'integrazione europea, cui Ella ha
dato un innovativo impulso con lo storico articolo sulla
Costituzione europea del novembre 1999.
Sin dalla mia prima visita in Germania come Presidente della
Repubblica Italiana nel 1999
fino alla Sua visita a Roma nel marzo scorso; nell'arco di tutti i
nostri incontri, da Davos e Agrigento a Lipsia e Berlino; nonché
soprattutto nell'indimenticabile omaggio congiunto reso a Marzabotto
alle tante vittime di spietati carnefici, abbiamo sempre operato
insieme in profonda condivisione di sentimenti e obiettivi.
Nel ricordo stimolante di tante riflessioni comuni sulla necessità
del Trattato costituzionale per l'avanzamento dell’Europa, ho
riletto in questi giorni il testo approvato dalla Convenzione. Esso
pone i cittadini al centro della costruzione europea; assicura la
governabilità democratica dell'Unione, rafforza ognuna delle tre
Istituzioni - Parlamento, Commissione e Consiglio - mantiene
l'equilibrio tra esse.
Questo impianto fondamentale non è andato perso nel testo di
Trattato costituzionale, nonostante le modifiche introdotte dalla
successiva Conferenza intergovernativa. L'opinione pubblica
dell'Europa appena riunificata deve quindi vedere in questo testo un
frutto dello sforzo riformatore della Convenzione; le premesse di
un’Unione Europea autorevole e capace di decidere con tempestività.
L'unità è più che mai necessaria; nessun Paese può perseguire
autonomamente i propri interessi. Gli avanzamenti compiuti nella
sfera economica dimostrano che solo insieme potremo realizzare i
nostri obiettivi: ed è in questo campo che l'Unione ha raccolto i
migliori successi, perché più incisivi sona stati gli strumenti
messi a sua disposizione.
L'euro, simbolo profondo dell’integrazione europea, viene
percepito anche nel resto del mondo come emblema della nostra unità;
l'unificazione monetaria va integrata con un coordinamento più
stretto ed una maggiore convergenza delle politiche economiche.
Anche al di là dei suoi nuovi confini, e nei Balcani in modo
particolare, l'Unione Europea è diventata - attraverso la crescente
assunzione di responsabilità dirette nel mantenimento della
sicurezza - riferimento essenziale per la stabilità dell'area.
Questi risultati non possono far dimenticare che le divisioni in
Iraq e Medio Oriente hanno impedito all'Unione di dispiegare, sullo
scacchiere mediorientale, le potenzialità dì cui pure dispone:
l'esperienza secolare di scambi nel Mediterraneo, la conoscenza
profonda del mondo islamico, la volontà di salvaguardare la
collaborazione con esso.
La realtà internazionale, le stesse prospettive di un'azione coesa
dell'Europa alle Nazioni Unite c'impongono oggi di superare i
dissensi e di voltare pagina. Il Trattato costituzionale ce ne offre
l'occasione. Dopo due anni e mezzo di negoziato - oltre 1000 giorni
di riflessione - è lecito attendersi che venga raggiunto un buon
accordo.
Anche la decisione di passare all'elezione a suffragio universale
diretto del Parlamento europeo suscitò, nel 1975, vive opposizioni.
Se ci fossimo arresi agli ostacoli, avremmo ritardato un essenziale
fondamento democratico della costruzione europea; mettemmo invece in
chiaro che una minoranza non può bloccare, senza limiti di tempo e
di costi, il sentimento profondo della maggioranza. Certo, nessun
popolo, nessun Parlamento, nessuno Stato dovrà essere costretto a
percorrere una strada che non condivide. Ma nessun popolo, nessun
Parlamento, nessuno Stato potrà impedire agli altri di
realizzarla.
Come fino a oggi i Trattati hanno sorretto l'avanzamento della
costruzione europea, così per il futuro necessitiamo del solido
ancoraggio della Costituzione: essa resta un passo essenziale alla
salvaguardia del processo di integrazione.
Con il fervido auspicio che i nostri due Paesi siano in prima fila
nell'approvazione del Trattato costituzionale, con ammirazione per
la coerenza morale con cui Ella ha svolto il Suo mandato, con
fiducia nella forza degli ideali europei, mi è gradito rinnovarLe
sentimenti di sincera amicizia, ed un caloroso augurio di benessere
personale che estendo alla gentile Signora Christina anche da parte
di mia moglie
Carlo Azeglio Ciampi
Le
elezioni europee
nel segno della politica nazionale
Da
“In Europ@”, quindicinale della Rappresentanza in Italia della
Commissione europea
Roma,
15 giugno 2004 - Le elezioni europee che la scorsa settimana hanno
coinvolto 25 paesi per un totale di 349 milioni di votanti avevano
uno scopo del tutto comunitario: scegliere i 732 eurodeputati per
Strasburgo. Tuttavia, a dominare le campagne elettorali sono stati
temi o del tutto nazionali, o poco attinenti con i reali poteri
dell'Europarlamento, che pure nel corso degli anni (e dei Trattati)
è andato aumentando il suo peso in seno alle istituzioni europee.
In molti Paesi il voto è stato in effetti l'occasione per lanciare
chiari segnali al governo: così in Germania, dove secondo i
sondaggi della vigilia il 57% degli elettori dichiarava apertamente
di voler votare con la mente rivolta al cancelliere Gerhard
Schroeder, o in Polonia dove moltissimi hanno espresso l'intenzione
di votare contro il centro-sinistra al governo. Lo stesso si è
visto in Italia, in Francia, e in molti altri stati dei nuovi paesi
dell'adesione. Colpa, dicono molti analisti, dell'assenza di veri
partiti europei con temi europei, solo verdi e comunisti hanno
imboccato per ora questa strada. E’ colpa del fatto che molti
elettori ancora non hanno chiaro che cosa può fare davvero
l'Europarlamento.
Come si diceva, anche i temi non nazionali hanno avuto poco a che
fare con i poteri del Parlamento Europeo. Secondo un recente studio,
in effetti, le questioni che hanno maggiormente dominato sono stati
l'adesione della Turchia, la Costituzione europea, la politica
estera e di sicurezza, le questioni sociali ed economiche e, infine,
i benefici nazionali derivanti dall'Ue. La questione Turchia è
stata importante in Belgio, Germania, Grecia, Francia, Austria,
sebbene Strasburgo in materia non avrà un ruolo decisivo. Anche
sulla nuova Costituzione Europea, tema particolarmente dibattuto in
Belgio, Danimarca, Spagna, Gran Bretagna, Polonia, Slovacchia e
Francia, il Parlamento non avrà certo l'ultima parola. A proposito
di Costituzione, va notato come ne siano stati sottolineati aspetti
diversi, a seconda del paese. Così in Danimarca cruciale è stata
la questione degli opt-out, in Francia e Gran Bretagna la questione
del referendum, in Polonia e Spagna la questione del voto nel
Consiglio Europeo.
Quanto alla politica estera, in molti paesi si è parlato
naturalmente di Iraq (altro tema in cui il Parlamento Europeo può
fare ben poco). Anche qui conta molto l'aspetto nazionale: in Gran
Bretagna, Germania, Spagna e Italia, centrale è apparsa la
questione della politica del governo e il rapporto con
l'Amministrazione Bush. Vi sono casi del tutto particolari, come
Malta, dove si è discusso del ruolo dell'isola come ponte tra
Europa e mondo arabo.
Il tema sicurezza, in termini ampi, è risultato importante in
Germania, Slovenia, Spagna e Finlandia, in quest'ultima però con
particolare riferimento alla neutralità del paese. Importanti anche
le tematiche sociali ed economiche. La politica sociale e
occupazionale è trattata al livello sia nazionale, sia europeo in
Belgio, Francia, Austria, Gran Bretagna, Repubblica Ceca e Slovenia,
mentre in termini puramente nazionali in Lussemburgo, Finlandia e
Polonia.
Sul piano economico, si è parlato (negativamente) della possibilità
dell'armonizzazione fiscale a livello europeo in Lussemburgo e in
Slovacchia, mentre i risultati della politica del governo nazionale
sono centrali nelle campagne elettorali in Italia e Grecia. Entrambi
i temi sono centrali in Germania. Vi è stato poi l’argomento dei
benefici nazionali dell'appartenenza all'Ue. Ovviamente la questione
è sentita soprattutto, ma non solo, nei paesi che hanno appena
aderito all'Unione Europea, in particolare nella Repubblica Ceca, in
Estonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Slovenia, alle quali si
aggiunge, tra i vecchi membri, la Finlandia. Si è discusso dei
benefici dei fondi di coesione nella Repubblica Ceca, in Estonia e
in Spagna, mentre, dall'altra parte della ''barricata'', troviamo
l'Olanda, contributore netto (cioè versa di più di quanto riceve
dalle casse comunitarie) che si interroga sul finanziamento del
budget dell'Unione. Altri paesi, come la Slovenia e la Lituania,
discutono della propria capacita' amministrativa di assorbire fondi
comunitari.
Citiamo, infine un tema a cavallo tra le questioni schiettamente
nazionali e quelle europee: l'immigrazione. Se n'è discusso
intensamente in tre paesi: Regno Unito, Austria e Malta. Dettaglio
curioso, in particolare quest'ultimo paese teme un'ondata di
immigrati a basso costo dall'Italia.